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L’ABBAZIA DI KÀLENA ED I LAVORI ANCORA INCOMPIUTI ORDINATI DALLA SOVRINTENDENZA

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Il Centro Studi Martella aspetta risposte dall’ingegnere Fornaro: “chiediamo di sapere cosa è stato fatto finora”.

Non è stato possibile rinnovare l’8 set­tembre di quest’anno il tradizionale ri­to di devozione che i fedeli consacra­no con il cammino orante alla Madonna di Kàlena nel giorno in cui si celebra la solen­nità della Natività della Beata Vergine Maria. Il Covid ha impedito il tradizionale svolgi­mento del corteo di pellegrini che dalla Chie­sta matrice di Sant’Elia a Peschici raggiun­gono il complesso abbaziale in avanzato stato di decadenza che ben altro decoro me­riterebbe di poter sfoggiare. Ma tant’è, e l’Abbazia è stata comunque aperta al pub­blico per alcune ore nel pomeriggio per con­cessione della famiglia Martuccie cosi è stato possibile consentire l’accesso dei de­voti per una sosta di preghiera, effettuata nel rispetto delle norme anti Covid, con tanto di obbligo di firma e registro delle presenze. Una manciata di ore nelle quali è stato però possibile ai visitatori più attenti ed interessa­ti alla salvaguardia del bene sottoposto a vin­colo dal Ministero dei Beni Culturali consta­tare “le gravi condizioni statiche e struttura­li” in cui continua a versare il seppur prege­vole complesso monumentale. Poco o nulla risulta sia stato realizzato dei lavori imposti dalla Sovrintendente ai Beni Culturali di Fog­gia Simonetta Bonomicon suo decreto del febbraio del 2017. Dopo una dettagliata de­scrizione delle criticità sulle quali la funzio­naria aveva ritenuto di dover intervenire con urgenza, il provvedimento ordinava ai pro­prietari una serie di opere ed interventi la cui parte esecutiva doveva essere preceduta da un progetto redatto da un architetto abilitato da trasmettere agli Uffici della Sovrintendenza entro 60 giorni decreto per l’ottenimento delle necessarie autorizzazioni. Le opere indicate come ob­bligatorie erano tutte finalizzate a scongiu­rare rischi di crolli imminenti “ed evitare ulte­riori danni all’immobile con un peggiora­mento delle strutture murarie e degli orizzontamenti esistenti”.

“Si ha notizia di alcuni interventi solo parzial­mente realizzati ed in minima parte; si è so­lo provveduto a sistemare delle coperture a tre tetti nella parte padronale, di cui uno è stato coperto con una lamiera orribile a ve­dersi” racconta Teresa Rauzino, che dopo 20 anni di campagne di studio, ri­cerca e pressioni per mettere il bene in sal­vo oggi continua ad esercitare una difficile opera di vigilanza sul rispetto delle prescri­zioni della dottoressa Bonomi che, trasferita ad altro sede, ha lasciato il testimone della pratica dell’Abbazia garganica all’ingegnere Domenico Fornarodestinatario di una re­cente missiva in cut si chiede di conoscere lo stato dell’arte dei lavori di recupero ordinati: “Abbiamo evitato, negli ultimi anni, di pole­mizzare con la Soprintendenza e il Comune di Peschici, per i ritardi nella vigilanza sugli lavori di consolidamento imposti dalla dott.ssa Simonetta Bonomi, che dovrebbero es­sere stati imposti alla famiglia Martucci co­me da decreto. Sperando venissero esegui­ti. Così non è stato – scrive la presidente del Centro Studi Martella di Peschici -. Vorrem­mo avere un dialogo con Lei, ingegnere, per conoscere esattamente lo stato dell’arte, specie dopo ultimo crollo in Abbazia del tet­to di un edificio, non ancora ripristinato”. For­naro, impegnato a lavorare in smart working, ha risposto assicurando che avrebbe con­tattato Rauzino e le avrebbe dato le risposte che sta cercando, ma quella telefonata, ad oggi, non è ancora giunta.

Grazie al Centro Studi Martella molto si è po­tuto conoscere e moltissime sono state le oc­casioni di incontri per seminari di studio ed il­lustrazione di ricerche, campagne di denun­cia e di sensibilizzazione, divulgazione di sa­peri ed acquisizioni sul complesso abbazia- le monastico benedettino, importante esem­pio di architettura sacra medievale pugliese con datazione tra l’XI e il XIII secolo, carat­terizzato dalla presenza di due chiese di epoche differenti e un campanile a vela che conserva nella zona sottostante una prezio­sa scultura in bassorilievo di età bizantina raffigurante la Madonna. E’ un’icona che riassume in sè la compostezza ieratica e se­vera di un’effigie sacra che resiste nel bel mezzo di uno scenario silenzioso e solitario di decadenza e abbandono, un’immagine che pare voler tenere viva la memoria dei luoghi nonostante tutto e che attira ancora lo sguardo dei visitatori, magnetico simulacro oggetto di venerazione millenaria.

Risale al gennaio del 2016 una incisiva let­tera che Mons. Domenico D’Ambrosio,peschiciano doc, già diventato arcivescovo di Lecce, scrisse al ministro Franceschinisul­l’importanza di intervenire al più presto sul manufatto che i proprietari avevano trasfor­mato in un’azienda agricola. “Le andrebbe di fare una visita a questa secolare Abbazia ab­bandonata, dimenticata, bistrattata, depre­data della sua bellezza e della sua arte? lo sono un vescovo che serve la Santa Chiesa di Dio e gli uomini, miei fratelli. Non sono un’ autorità e non mi rivesto di essa. Parlo da fi­glio di Peschici, questo pezzo di terra bene­detta da Dio per le sue bellezze e maltratta­ta dagli uomini per tutte le ragioni di cui sopra”. Non era la prima volta che don Mimi tuo­nava contro l’incuria in cui versava e versa il bene (anche e soprattutto ecclesiastico) e l’inerzia secondo lui colpevole delle istitu­zioni, a cominciare da quelle più prossime al territorio fino alle strutture centrali preposte alla protezione del patrimonio culturale, sto­rico e architettonico di tutto il Paese. Il mini­stro non ebbe poi occasione di visitare il complesso peschiciano e invece che sem­plificarsi le prassi burocratiche per un auspi­cabile passaggio del complesso nelle mani dello Stato finirono per complicarsi ulterior­mente. In un suo intervento del 2018 il presi­dente regionale del FAI e docente universi­tario Saverio Russoebbe a definire un “pa­radosso” la vicenda dell’abbazia di Kalena vincolata ma in mano ai privati.

Il paradosso di non poter far arrivare finan­ziamenti pubblici per un bene posto sotto il vincolo, stante la proprietà privata dell’Ab­bazia. Un’antinomia in cui ancora è impiglia­to il destino di Kalena.

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IL SINDACO FRANCO TAVAGLIONE: “AVEVO TROVATO UNA SOLUZIONE MA HANNO FATTO SALTARE TUTTO”

Sicuramente l’Abbazia di Kalena è un bene che appartiene alla storia del territorio e quindi va assolutamente recuperato. Il problema è co­me, è capire quali possono essere gli strumenti che un Comune ha a disposizione per poter salvare un monumento di interesse storico ricono­sciuto dal Ministero beni ambientali e culturali. L’Italia è piena di abbazie re­cuperate ma destinate ad altra funzione. Se anche noi avessimo seguito questa strada oggi saremmo qui a raccontare una storia diversa del com­plesso”. Francesco Tavaglioneconosce bene i termini e la complessità delle vicende che hanno nel tempo segnato ogni tentativo di recupero di Ka­lena e non ci sta ad incassare le accuse di disinteresse e di mancata vigi­lanza sull’esecuzione dei lavori ordinati dalla Sovrintendenza che gli ven­gono mosse a più riprese dalla professoressa Teresa Rauzino.E riannoda i fili degli accadimenti che lo hanno visto protagonista della costruzione di un percorso amministrativo e di mediazione tra interessi discordanti con la famiglia proprietaria per finanziare un grosso progetto di sistemazione e cambiamento di destinazione d’uso aperto alla pubblica fruizione del com­plesso abbaziale: “Nel 2002, grazie all’impegno dell’allora parlamentare e già sindaco di Vieste Mimi Spina Diana, riuscimmo ad ottenere circa 280 mila euro, a cui se ne aggiunsero altri 700mila nel 2007 – racconta il primo cittadino di Peschici, giunto al suo quarto mandato con la fascia tricolore -. Fu l’allora vicepremiere Ministro per i beni culturali Rutellia perorare a Ro­ma la causa di Kalena che io gli feci visitare quando a seguito del disastro­so incendio che distrusse oltre 4500 ettari di pineta d’aleppo tra Peschici e Vieste venne a visitare i luoghi teatro della devastazione. Fu in quell’occa­sione che io lo sollecitai ad elargire un contributo per metterla in sesto”. Con quasi 1 milione di euro a disposizione, Tavaglione era riuscito a strappare un accordo per la firma di una convenzione tra la famiglia Martucci ed il Co­mune di Peschici in virtù del quale i proprietari concedevano il bene per sot­toporlo ai lavori di recupero e l’ente pubblico avrebbe per 40 anni riservato per sè l’uso di una parte dei locali dell’Abbazia facendone degli spazi aper­ti alla pubblica fruizione per la musealizzazione o per attività convegnisti- che e culturali.

Il progetto fu aspramente avversato dal Centro Studi Mar­tella tanto che nacque addirittura un comitato del NO con l’appoggio del­l’arcivescovo D’Ambrosio.“Quel progetto fu definito dagli oppositori ‘umi­liante’ e io fui accusato di voler fare un regalo ai proprietari – ricorda oggi Ta­vaglione -. A causa di queste forti pressioni la bozza dell’intesa per la stipu­la della convenzione non ottenne i voti per passare in Consiglio e saltò tutto, non se ne fece più nulla e i 700mila euro mai utilizzati non furono mai versati nelle casse comunali”.

In tanti anni di mancate intese e ricerca faticosa di accordi mai siglati, quel­la di Tavaglione fu forse la sola circostanza nella quale si riuscì a stabilire una qualche consonanza di intenti con i quattro proprietari dell’Abbazia. Poi più nulla di rilevante si è concretizzato e, con la fine della seconda sindacatura di Tavaglione, il Comune è praticamente uscito di scena. Come abortì anche la trattativa avviata dalla Regione Puglia nel 2011 con l’allora presi­dente Vendolache insieme all’assessore all’urbanistica Barbanentesol­lecitò le parti ad individuare un iter condiviso e trovare la formula giusta per operare un trasferimento della proprietà del bene al Comune di Peschici, impegnandosi a favorire la conclusione dell’operazione, per ottenere un tra­sferimento di risorse impegnando la misura del POIN. Il bene posto sotto vincolo di tutela non riuscì neanche in quella occasione a rientrare nella di­sponibilità del Comune di Peschici “che di certo non ha da solo le risorse per attuare un esproprio che potrebbe anche richiedere 2,3 milioni di euro, a cui poi si vanno ad aggiungere ulteriori ingenti somme per i lavori di recupero” afferma il sindaco che a proposito del fallimento dell’operazione sponsoriz­zata da Vendola insinua il dubbio che il ruolo della presidente del Centro Stu­di Martella sia stato “divisivo e ciò ha nuociuto alla riuscita del progetto ed alla instaurazione di un dialogo proficuo con la famiglia Martucci.Qualcu­no ha finito per farla diventare una questione personale e ciò ha probabil­mente fatto saltare il tavolo dell’accordo”.

DANIELA CORFIATI

l’attacco


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