Articoli filtrati per data: Mercoledì, 16 Ottobre 2019 - Rete Gargano

Questa mattina presso l’Univerità degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Facoltà di Medicina e Chirurgia si è laureato Thomas Losito, figlio del nostro fraterno collaboratore, Fabrizio. Ha relazionato con il prof. Andrea Casadei Gardini  su Analisi delle caratteristiche clinico-patologiche di pazienti affetti da carcinoma del piccolo intestino: studio multicentrico. Voto 110 con lode.

Grande è fatta!

Sappiamo dei sacrifici. Sono stati tanti, come pure conseguire questo titolo tanto a lungo sognato. Con ambizione e tenacia sei riuscito a raggiungere il traguardo più ambito. Immaginiamo papà vederti discutere la tesi e la risma di pannolloni… hai regalato un’emozione unica. Anche la squinternata famiglia di ReteGargano è orgogliosa di te e ti abbraccia. Siamo certi che al bellissimo percorso universitario seguirà un altrettanto radioso futuro professionale.

Auguroni !

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Mentre questa mattina a Trieste si svolgevano i funerali solenni di Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, i due agenti uccisi in una sparatoria nella questura del capoluogo giuliano lo scorso 4 ottobre, a Vieste una rappresentanza delle Forze dell’Ordine locali si sono ritrovati nel piazzale della Polizia di Stato, per ricordare il sacrificio dei colleghi morti. Lo hanno fatto, tutti insieme, con un saluto militare e facendo suonare le sirene delle auto di servizio.    

Pubblicato in Società

Un atto criminale perpetrato con cotanta naturalezza e spregiudicatezza, in pieno giorno, denota un evidente radicamento della cultura del crimine in un substrato sociale troppo fertile o forse troppo fragile. Piena è la fiducia nell’operato delle forze dell'ordine che continuano a svolgere un lavoro delicato e complesso, ma la sola azione repressiva potrebbe non bastare. È un’emergenza che impone risposte efficaci, soprattutto a livello sociale, accompagnate dalla massima unità civica ed istituzionale, per isolare e debellare chi, evidentemente, vorrebbe tenere Vieste sotto una cappa di paura e di violenza.

Forza Italia Vieste

Pubblicato in Politica

Arriva la pec per gli automobilisti e il casco obbligatorio per i ciclisti.Sono le modifiche richieste al Codice della Strada dal Cnel. Per il proprietario di un veicolo, obbligo di comunicare il proprio indirizzo pec anche per ri­cevere le comunicazioni relative alle violazioni commesse. Obbligo d'in­dossare il casco per i ciclisti e pene più severe per chi viola le disposizioni relative alla circolazione dei veloci­pedi. Si prevede inoltre la possibilità per ogni utente della strada di segna­lare il pericolo derivante dalla pre­senza di un cattivo stato di manu­tenzione di marciapiedi, sottopassag­gi, soprapassaggi, ecc.

Pene più severe per chi circola senza copertura as­sicurativa.

Il bollettino Rav dell’Agenzia delle Entrate sarà gradualmente sostituito dal Modulo «pagoPA», che permette di trovare in maniera rapida le infor­mazioni: riguardanti l’oggetto del pa­gamento, il destinatario, il codice fi­scale, la scadenza ed di pagare attra­verso lo smartphone o il tablet. Il Modulo è caratterizzato dalla presenza di un «Codice modulo di pagamento» di 18 cifre che consente l’individuazione della cartella o dell’atto. Come con il bollettino Rav, si può utilizzare il mo­dulo «pagoPA» per pagare sia online che presso gli sportelli fisici di Poste, banche, e di altri Prestatori Servizi di Pagamento-PSP (Sisal, Lottomatica, Banca 5), aderenti alla piattaforma «pagoPA». Se si vuole saldare il debito con l’Agenzia delle Entrate Riscossio­ne presso gli sportelli fisici (uffici po­stali, sportelli bancari, sportelli dell’Agenzia, punti vendita Sisal, Lot­tomatica e Banca 5) si deve conse­gnare il Modulo pagoPA all’operatore che utilizzerà la sezione con i dati riferiti al tipo di pagamento prescelto (QR Code e CBILL se possessori di conto in banca, il Data Matrix per il conto postale). I bollettini RAV già ricevuti o che si riceveranno nella fase di transizione alModulo pagoPA po­tranno essere utilizzati per il paga­mento.

Ci vorranno altri 120 giorni perché diventi operativo, verso la fine di feb­braio, il decreto attuativo che stabi­lisce l’installazione sulle auto dei seg­giolini anti-abbandono dei bambini al di sotto dei 4 anni. Solo dopo quella data I nuovi seggiolini potranno at­tivarsi automaticamente e fornire un segnale di feedback all’automobilista al momento dell’attivazione. Il dispo­sitivo deve essere in grado di dare l’allarme con segnali visivi o acustici, percepibili sia all’intemo che all’esterno dell’auto nel caso il con­ducente si allontani lasciando all’in­terno della vettura il bambino. Non c’è comunque bisogno di affrettarsi ad acquistare i seggiolini. Prima di pro­cedere conviene aspettare la pubbli­cazione in Gazzetta del decreto che conterrà tutte le caratteristiche del nuovo dispositivo e l’entità delle age­volazioni fiscali previste.

 Sfiorare le natiche, il seno o altre parti intime può configurare il reato di violenza sessuale. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che ha condan­nato un uomo responsabile del reato di violenza sessuale per avere sfiorato il fondo schiena di una donna. Se­condo la difesa invece la condotta configurerebbe al massimo il reato di vio­lenza sessuale tentata, non avendo mai la persona offesa dichiarato di essere stata palpata ma solo sfiorata la schiena. Secondo gli Ermellini ai fini della configurabilità del delitto di vio­lenza sessuale rilevano tutti quegli at­ti che, in quanto non direttamente indirizzati a zone chiaramente defi­nibili come erogene, possono essere rivolti alla vittima anche con finalità del tutto diverse, come i baci e ab­bracci. La Corte ha stabilito che un contatto lascivo con la zona erogena del fondoschiena anche se non rag­giunge le zone intime è reato.

 Un’ordinanza della Cassazione, ri­baltando il principio che i debiti era­riali si prescrivono nel termine di cin­que anni, ha ritenuto che si deve dare seguito alla prescrizione decennale per tutti i crediti erariali e previden­ziali iscritti a ruolo e notificati a mez­zo di una cartella di pagamento, e ciò indipendentemente dalla natura del credito e unicamente in virtù dell'e­sercizio del potere di riscossione da parte dell'Agente della riscossione.

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Il provvedimento con cui si è proceduto allo scioglimento del Consiglio Comunale di Manfredonia paventando il rischio d’infiltrazione mafiosa nell’attività amministrativa costituisce un monito severo alla città e alla sua classe politica.
Aldilà delle responsabilità dei singoli e degli elementi su cui esso si fonda - che valuteremo quando conosceremo gli atti - non v’è dubbio che si debba fare i conti col fallimento di un’esperienza amministrativa che sin dall’avvio aveva mostrato un profilo di netta e non positiva discontinuità rispetto al recente passato.
L’idea che i partiti politici fossero un’associazione di nostalgici piuttosto che una palestra di democrazia, l’esaltazione ossessiva e acritica del “nuovo” alimentato da liste civiche prive di cifra politica ma unicamente funzionali alla ricerca del consenso, l’esasperazione del protagonismo mediatico che ha soverchiato la discussione pubblica informata, il dietrofront ostinato rispetto a scelte strategiche che avevano caratterizzato i precedenti governi, restituivano immediatamente la sensazione di una bussola impazzita orientata evidentemente su un disegno politico rischioso, per le conseguenze che esso ha prodotto.
Portare al governo tutto e il contrario di tutto ha fatto sì che si smarrisse, tra l’altro, la comune identità d’intenti che in questi anni ci aveva consentito di arginare il prevedibile tentativo di condizionamento amministrativo che il progredire di una dinamica criminale inevitabilmente reca con se.
Da anni denuncio il rischio che di pari passo al diffondersi di certi “fenomeni”, v’è la mala piaga del manifestarsi opportunistico di una graduale accettazione sociale degli stessi, che fa il paio con l’arrendevolezza crescente di pezzi significativi del mondo imprenditoriale, delle professioni e dell’associazionismo locale.
Vi è la responsabilità politica di aver tratto in ritardo le conseguenze di una analisi che pure andavamo conducendo per tempo e di non aver impedito tempestivamente e con determinazione che in pochi anni si gettasse a mare il lavoro di una vita.
Avverto anch'io, pur non avendo avuto responsabilità amministrative da oltre nove anni, il peso politico per quanto avvenuto; ma al tempo stesso non me ne starò in disparte a guardare il bambino che vola via con l’acqua sporca, né ho intenzione di sorbirmi l’insano moralismo di masanielli improvvisati e di opportunisti d’antan. Si tratta di lavorare per riportare la politica ai suoi “luoghi”, per sollecitare nuovi protagonismi sociali che si riconoscano in un progetto politico condiviso piuttosto che nel servizio ad un destino personale.
Il Partito Democratico serve a questo; se vogliamo prendere sul serio il monito di chi ci ha invitato a rialzarci abbiamo una sola cosa da fare. Rialzarci.

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L'interrogativo: “Perché il 13 dicembre di ieri e di oggi non è mai diventata una festa?” Una data rimasta nel silenzio, spesso nel più lontano dimenticatoio. In quel giorno, in quella data storica, un papa rassegnò le dimissioni. Si chiamava Celestino V. Un gesto mai accaduto, se non alcune volte per gravi motivi di salute. Un gesto, quello di Celestino, profondamente rivoluzionario non solo nella storia della Chiesa, ma nella storia degli uomini. Imperatori e re dimissionari non pare ce ne siano stati. Le dimissioni non sono mai passate come gesto di esempio e di coerenza, ma espressione di pavidità e di fuga dalle responsabilità.

Le dimissioni di Papa Celestino V furono e sono rimaste come denuncia, attacco ad un potere che aveva ben poco di evangelico. Ad un regime ed un sistema lontani dalla vita eremitica che Pietro del Morrone aveva condotto fino alla incoronazione papale. Le dimissioni sono il frutto d'una consapevolezza interiore che nega il potere come tale, rinunciandovi e ritenendolo ostacolo alla salvezza. Lo afferma espressamente: «Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per bisogno di umiltà, di perfezionamento morale e per obbligo di coscienza, per debolezza del corpo, difetto di dottrina e la cattiveria del mondo, al fine di recuperare la pace e le consolazioni della vita di prima, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all'onere e all'onore che esso comporta».

E lo conferma il successore, Bonifacio VIII, nella Bolla “Olim Celestinus” dell’8 aprile 1295: «incalzandolo la coscienza, puramente ed assolutamente rinunciò al papato». Rinunciava ad un tipo di papato che Bonifacio desiderava ed aveva ottenuto. E rinunciava non “per viltade” come sembra accusarlo Dante Alighieri: “vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto”. Sono i versi più famosi della Divina Commedia, riguardanti Celestino V. Resta il fatto che Dante parli di “ombra”, anche se allora facilmente individuabile. La motivazione dell’attacco di Dante, sempre che si riferisca a Celestino, sembra avere valore politico personale. Così scrivono Bianca Garavelli e Maria Corti: “È possibile, anzi plausibile che Dante si accanisse contro l’eremita molisano perché con la sua rinuncia al papato permise indirettamente l’ascesa del Caetani, spietato fautore del potere temporale del papato, esponente di un modo secondo Dante eccessivamente politico e aggressivo di interpretare il ruolo della Chiesa, e suo nemico personale”.

Un altro grande poeta del medioevo italiano, Francesco Petrarca, nato otto anni dopo la morte di Celestino V, nel “De vita solitaria” esclama “Oh fossi vissuto con lui!” e dichiara: “Persone che lo videro mi raccontarono che fuggì, con tanto giubilo, mostrando tali segni di letizia negli occhi e nella fronte quando si allontanò dal concistoro, libero di sé, come se avesse liberato il collo non da un peso lieve, ma da crudeli mannaie, tanto che gli sfolgorava in viso qualche cosa d’angelico”. Sono parole meravigliose, quando ormai Celestino è diventato un mito, un modello di papa santo. “La sua santità - scrisse nel Trecento Giovanni Villani - era stata proclamata ancor prima che egli morisse”. E Paolo Golinelli, nella biografia dal titolo “Il papa contadino”, scrive: “Mentre Bonifacio cercava di consolidare il suo potere, Celestino si era già guadagnato la palma del martirio e l’onore degli altari presso il popolo”. La fuga dal palazzo reale di Napoli, dove si trovava relegato come pontefice, anche se in una povera capanna costruita appositamente per lui, era la riconquista della libertà contro l'ipocrisia e la contraddizione. Un cristiano/papa non poteva vivere tra le ricchezze d'un re, accumulate frodando e impoverendo il suo popolo. Più che rinuncia, perché all'inizio aveva accettato, in Celestino si evidenzia il netto rifiuto della carica, del ruolo del papa, in quelle condizioni di servo dei potenti. Lo stretto rapporto con Carlo ll d'Angiò che lo schiacciava col suo potere regale e che muoveva tutti i fili del pontificato era una evidente ingiustizia che subiva e una colpa che lo affliggeva. La vita di Celestino V è stata una continua “conversione” (metànoia). Ne è testimonianza la stessa proclamazione della Perdonanza, all’atto della sua incoronazione a L’Aquila il 29 agosto 1294 nella Basilica di Collemaggio. E l’istituzione della Perdonanza celestiniana – il primo giubileo della cristianità – con la Bolla “Inter sanctorum solemnia” del seguente 29 settembre, non è un normale anno giubilare, come quello proposto nel 1300 dal successore Bonifacio VIII. È una frattura. Un diaframma che infrange il ritmo del tempo, la routine della vita. Con il rito della Perdonanza Celestino intendeva proporre alla Cristianità Universale lo stile di vita evangelica: la conversione interiore. Era la realizzazione dell’Amore per Dio e per gli uomini, che fra Pietro aveva imparato e vissuto durante la sua permanenza sul Morrone, a contatto con la natura, con la gente semplice e povera di quei luoghi impervi d’Abruzzo. Il concetto di Perdono, direttamente connesso alla incoronazione papale, appare come una confessione pubblica di fallibilità e di indulgenza, di fiducia e di debolezza. Un atto di umiltà che Bonifacio VIII revoca con estremo rigore mediante la Bolla “Sicut plurimorum assertio” del 18 agosto 1295, perché in antitesi con la sua visione del potere papale, ma che non riuscirà ad annullare, perché mai il Primo Magistrato aquilano – il sindaco dell’epoca –, cui Celestino aveva consegnato un originale della Bolla, la restituì. Da 725 anni il prezioso documento è custodito nel forziere della Cappella della Torre civica e proprio il suo possesso ha consentito per oltre sette secoli che sia proprio l’autorità civile, e non quella religiosa, ad indire annualmente questo speciale Giubileo di un giorno che concede l’indulgenza plenaria a chiunque, sinceramente pentito e confessato, varchi la porta della Basilica di Collemaggio dai Vespri del 28 agosto a quelli del giorno immediatamente successivo. Dopo l'incoronazione, Papa Celestino V e il Re Carlo II d’Angiò partono per Napoli e vi arrivano il 5 novembre, accolti da una massa di napoletani entusiasti. I 107 giorni, dal 29 agosto al 13 dicembre 1294, rappresentano il tempo di riflessione, di sofferenza, di espiazione per aver accettato la nomina a pontefice. Un tempo trascorso nel ricordare i luoghi del suo eremitaggio. Desiderio che cercherà di realizzare in tutti i modi, chiedendo direttamente al nuovo papa di tornare all’eremo di S. Onofrio. Richiesta che Bonifacio nega, dicendogli: “Non voglio che tu torni all’eremo, ma voglio che mi segua in Campania”, come riferisce Tommaso da Sulmona. Ma, al seguito di Bonifacio, giunti al convento di Piedimonte San Germano, la piccola Montecassino, confida la sua idea di fuggire ad un sacerdote amico, che gli mette a disposizione una bestia da soma e può così raggiungere il Morrone. La gente di Sulmona, appresa la notizia, sale a salutarlo. Rimane sul Morrone alcuni mesi, nella primavera del 1295. Sarà il periodo delle sue fughe quotidiane per evitare le guardie papali che lo vanno cercando. Al disgelo, quando il Morrone e le falde della Maiella si liberano dell’alta coltre di neve, intraprende con un compagno il cammino verso il Gargano e la Foresta Umbra. Ma, braccato anche in quei luoghi, progetta di oltrepassare il mare per recarsi in Grecia, tanto che alcuni marinai di Rodi Garganico si rendono disponibili ad aiutarlo e predispongono la barca. Riescono a partire, ma vengono rigettati dal vento e dalla tempesta sulla costa, vicino a Vieste. Bonifacio VIII non si dà pace e cerca di rintracciarlo, rivolgendosi alle autorità per farlo arrestare e condurlo da lui. È così che una delegazione con il patriarca di Gerusalemme e un priore dei Templari riesce a scovarlo e ad accompagnarlo in Campania, dove Bonifacio aveva inviato il vescovo Teodorico Ranieri che, di notte, senza che nessuno se ne accorgesse, conduce Celestino ad Anagni, al palazzo dei Caetani. Al mattino, l’incontro tra Bonifacio e Celestino. Bonifacio gli rimprovera la fuga da San Germano e di aver disobbedito. Celestino chiede perdono e implora nuovamente di poter tornare sul Morrone. Bonifacio lo trattiene ad Anagni per due mesi. Parecchi cardinali erano del parere di lasciarlo in pace, ma Bonifacio aveva trovato la soluzione: rinchiuderlo in una cella del castello di Fumone. Vi rimane dall’estate 1295 al 19 maggio 1296. Il giorno della sua morte. La figura di Pier da Morrone/Celestino V è indubbiamente, a tutt’oggi, un enigma. “Una figura lontana, diversa, per certi aspetti incomprensibile” la definisce Paolo Golinelli. Un “povero cristiano”, per dirla con lo scrittore abruzzese Ignazio Silone, autore del dramma “L’avventura d’un povero cristiano”, in cui focalizza il conflitto tra istituzione e profezia, lettera e spirito. Silone, umilmente e quasi sotto voce, cerca di rintracciare la via maestra, segnata da Celestino, per costruire un mondo di pace e di fratellanza, concludendo: «A ben riflettere e proprio per tutto dire, rimane il “Pater noster”». L'esempio di Celestino è stato seguito, dopo oltre sette secoli, da Benedetto XVI, che annuncia le dimissioni l’11 febbraio 2013, stabilendo che la sede pontificia diventi vacante dalle ore 20.00 del 28 febbraio 2013. Anche le sue dimissioni evidenziano la debolezza d’una persona di 86 anni ed una inconfessata denuncia della burocrazia vaticana, causa di uno spiacevole isolamento nello svolgimento dell’attività pastorale di pontefice. Dimissioni che aprono nuove vie.

Proprio parlando di Celestino V, nella visita pastorale del 4 luglio 2010 a Sulmona, nell’800° anniversario della nascita di Pietro Angelerio del Morrone, Papa Benedetto XVI tra l’altro affermava: «[…] San Pietro Celestino, pur conducendo vita eremitica, non era “chiuso in se stesso”, ma era preso dalla passione di portare la buona notizia del Vangelo ai fratelli. E il segreto della sua fecondità pastorale stava proprio nel “rimanere” con il Signore, nella preghiera, come ci è stato ricordato anche nel brano evangelico odierno: il primo imperativo è sempre quello di pregare il Signore della messe. Ed è solo dopo questo invito che Gesù definisce alcuni impegni essenziali dei discepoli: l’annuncio sereno, chiaro e coraggioso del messaggio evangelico - anche nei momenti di persecuzione – senza cedere né al fascino della moda, né a quello della violenza o dell’imposizione; il distacco dalle preoccupazioni per le cose – il denaro e il vestito – confidando nella Provvidenza del Padre; l’attenzione e cura in particolare verso i malati nel corpo e nello spirito. Queste furono anche le caratteristiche del breve e sofferto pontificato di Celestino V e queste sono le caratteristiche dell’attività missionaria della Chiesa in ogni epoca. […]».

E ancora Papa Benedetto a Sulmona: «[…] Tutto questo non distoglie dalla vita, ma aiuta invece ad essere veramente se stessi in ogni ambiente, fedeli alla voce di Dio che parla alla coscienza, liberi dai condizionamenti del momento! Così fu per san Celestino V: egli seppe agire secondo coscienza in obbedienza a Dio, e perciò senza paura e con grande coraggio, anche nei momenti difficili, come quelli legati al suo breve Pontificato, non temendo di perdere la propria dignità, ma sapendo che questa consiste nell’essere nella verità. E il garante della verità è Dio. […]». Un anno prima, il 28 aprile 2009 a L’Aquila, visitando la Basilica di Collemaggio devastata dal sisma, Papa Benedetto XVI si era raccolto davanti all’urna con le spoglie di san Celestino V, rimasta intatta nel mausoleo quasi per miracolo salvo dalle copiose macerie d’intorno, e vi aveva deposto con un gesto di umiltà e d’intenso raccoglimento il suo Pallio di pontefice. Un gesto fortemente simbolico davanti al suo predecessore, quasi profetico per quel che egli stesso avrebbe compiuto tre anni dopo, con le sue dimissioni. Per questo il successore, col nome significativo di Francesco, eletto il 13 marzo 2013, ha preferito vivere in una normale dimora, la casa di Santa Marta, a testimonianza di stile e di esempio di vita. Non sappiamo se la data della sua ordinazione sacerdotale, il 13 dicembre 1969, abbia riferimenti con la data delle dimissioni di Celestino V, ma certamente appare non casuale e piuttosto provvidenziale a motivo dell'incontro inimmaginabile tra un pontefice che lascia il potere ed uno che lo accoglie. Papa Francesco, con l’età di 83 anni, non sembra preoccuparsi per motivi di salute, ma potrebbe anch’egli raggiungere gli 86 anni e rassegnare le dimissioni. Cosa assolutamente possibile, anche se non augurabile.

Resta sempre, latente, il desiderio di quel “Papa Angelicoal quale sarà data piena libertà per rinnovare la religione cristiana e per predicare il Verbo di Dio”, secondo le parole di Gioacchino da Fiore, applicate allora a Celestino V. È oggi più che evidente lo sforzo di Papa Francesco nel rinnovare la Chiesa, nonostante le critiche dei conservatori e, talvolta, la mancanza di adesione convinta da parte dei collaboratori più stretti. Purtroppo negli episcòpi, spesso antiche e artistiche costruzioni con numerose stanze decorate, i vescovi vi dimorano come gentiluomini e burocrati. Lontani dagli eremi dove viveva e amava vivere Celestino. E, paradossalmente, lontani da quel popolo di Dio che sono chiamati a servire. Paolo VI, nel post Concilio, aveva ordinato ai vescovi di rassegnare le dimissioni all'età di 75 anni, con il Motu Proprio “Ecclesiae Sanctae” del 6 agosto 1966. Una normativa che lo aveva angosciato, perché avrebbe dovuto valere anche per il papa. Si recò al castello di Fumone, il 1° settembre di quell’anno, in visita alla cella dove era morto Celestino, per pregare e avere ispirazione sul tema delle dimissioni. Addirittura si parlò di sue dimissioni e di un eventuale eremitaggio sul Morrone, sulle orme di Celestino. In quella occasione Papa Paolo VI tra l’altro disse: «[…] Ed ecco rifulgere la santità sulle manchevolezze umane: il Papa (Celestino V, ndr), come per dovere aveva accettato il Pontificato supremo, così, per dovere, vi rinuncia; non per viltà, come Dante scrisse - se le sue parole si riferiscono veramente a Celestino - ma per eroismo di virtù, per sentimento di dovere. E morì qui, segregato, perché altri non potesse profittare ancora della sua semplicità ed umiltà, e la morte non fu per lui la fine, ma il principio della gloria, oltre che nel paradiso, anche sulla terra. […]». Le disposizioni che obbligano i vescovi a rassegnare le dimissioni all’età di 75 anni sono state recentemente ribadite anche da Papa Francesco. La regola delle dimissioni apre una strada nuova, meravigliosa, non solo per la Chiesa, ma per l'umanità. È la strada della critica al potere che deve trasformarsi in servizio. Una critica che assume i caratteri dell’auto-critica.

Celestino, dunque, non è imprigionabile nelle stanze del potere, di ogni potere, anche di quello ecclesiastico, simboleggiato dalla tiara, il copricapo che con Bonifacio VIII diventerà “triregno”, a significare il potere temporale del papato. Questo simbolo venne eliminato da Paolo VI e venduto per ricavarne denaro da destinare ai popoli del Terzo Mondo. La salma di Celestino, lasciata prima a Ferentino, da alcuni monaci Celestini fu proditoriamente trafugata nel 1327 e traslate a L’Aquila. Nel frattempo c’era stata la prima canonizzazione di san Pietro del Morrone, come confessore, avvenuta nel 1313 ad opera di Clemente V ad Avignone, dove lo stesso pontefice aveva trasferito la sede apostolica. Bisogna attendere il 1668 per la seconda canonizzazione come pontefice, diventando così san Pietro Celestino. Oggi le spoglie di Celestino V sono custodite nella Basilica di Collemaggio, nello cinquecentesco mausoleo realizzato dallo scultore Girolamo da Vicenza, raccolte in un’urna di cristallo e argento sbalzato. Probabilmente Celestino non immaginava né voleva che le sue spoglie mortali fossero rivestite dei paramenti pontificali, esposte alla venerazione dei fedeli. Più verosimilmente avrebbe preferito indossare, da morto, il saio della povertà e rimanere nella grotta del Morrone, col suo stile di vita umile e modesto.

A livello di analisi esegetica, c’è un concetto semplice e profondo, eloquente e terribile, esposto in poche parole nella lettera di San Paolo ai Filippesi: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo”(2,6-8). È la “kénosi”, parola derivante dal verbo greco “ekénosen”, che significa appunto “spogliarsi, svuotarsi, privarsi”. Forse nessun passo della Scrittura è così sconvolgente come questo. In poche parole viene focalizzata la figura di Cristo-Dio, nella sua eccezionalità: rinuncia all’ “onnipotenza” divina e scelta della “debolezza” umana. Su questa via, segnata dal sangue del Fondatore, si sono incamminati tutti coloro che, come Celestino, hanno lasciato un’orma indelebile nella storia e tutti coloro che oggi ne incarnano la vita.

Goffredo Palmerini e Mario Setta

Pubblicato in Cultura

Caro Massimo, caro Maestro, caro Amico, ti scrivo: riprendiamo con l’entusiasmo di sempre il nostro cammino iniziato vent’anni fa e che ci ha visti veri protagonisti culturali in mezzo ad una palude di mediocrità e disinteresse. Vent’anni sono tanti, siamo cambiati e se siamo diventati quello che oggi siamo lo dobbiamo a te e al tuo lungo e paziente lavoro di costruzione. Non si improvvisa nulla. Gli improvvisatori possono solo aggiungere altra mediocrità. Il nostro cammino è stato dentro l’insegnamento di San Paolo:”Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato.” Quanto è difficile essere uomini, caro Massimo, ed ancora più difficile restare uomini di fronte a certe miserie umane, come ci hai insegnato. Ora siamo adulti e non siamo più quelli che eravamo. Vent’anni fa ci hai accolti, informi, appena appena abbozzati, piccoli mostriciattoli di paese e tu, giorno dopo giorno, ci hai cesellati, scarnificati, rivoltati come calzini, ricostruiti con la polvere e il sudore della scena, offerti al Teatro. Il Teatro, fra tutte le Arti il più complesso, completo, il più difficile perché racchiude in se tutte le altre Arti. Oggi siamo Attori della scena. Con questo spirito ci prepariamo a festeggiare i nostri vent’anni di Teatro, una tappa importante, una Istituzione.         Lo facciamo con due lavori di pregio, nel solco culturale che ci ha contraddistinti in questi anni, nel solco che ha sempre privilegiato il pensiero, la riflessione, lo studio, l’approfondimento, gli accadimenti, la Storia: Primo Levi e Bertolt Brecht.

Il primo lavoro celebra il centenario della nascita di Primo Levi,Torinese di origini ebraiche, è stato partigiano e scrittore, noto in tutto il mondo per la sua opera - Se questo è un uomo - il racconto memorialistico dell’esperienza nel Lager Buna-Monowitz, uno dei campi “satellitti” di Auschwitz. Verrà presentato il 27 gennaio, con la partecipazione delle scuole. Il secondo lavoro “Vita di Galileo” di Brecht racconta l’eterno conflitto fra Fede e Scienza. Una pagina di Storia affascinante e meravigliosamente attuale.

Da terra ci giunge il saluto gradito di Rita Selvaggio, assessore alle attività Culturali e dell’Amministrazione comunale:” All’inizio del nuovo anno di laboratorio Vi porgo le congratulazioni mie e dell’Amministrazione intera. Vent’anni di Teatro sono un grande traguardo di cui dovete essere orgogliosi. Padre Massimo, Voi tutti, il Vostro laboratorio teatrale, la qualità dei lavori, i Temi trattati, da Michelangelo Manicone a Oriana Fallaci, da Kolbe a Galileo a Levi, scrittori e poeti, rappresentano un vanto e una Istituzione per la nostra comunità. Auguri e buon lavoro.”

Dal cielo ci giunge il saluto di buon lavoro di Augusta, Claudia, Pinuccio.

                                                                                                                      Con affetto, il tuo allievo.

Vico del Gargano,20° Laboratorio per l’Attore 2019/2020.

Michele Angelicchio

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Manfredonia dopo Cerignola. La scure del consiglio dei mini­stri colpisce anche la città dau- na di 60 mila abitanti. Infiltra­zioni mafiose nell’attività del Comune. E così la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha condiviso la relazione preparata da una commissio­ne presieduta dal prefetto di Foggia, Raffaele Grassi. Forme di condizionamento dell’am­ministrazione locale da parte della criminalità organizzata di tipo mafioso, che compro­mettono il buon andamento dell’amministrazione e il fun­zionamento dei servizi con gra­ve pregiudizi per l’ordine e la sicurezza pubblica: sono que­ste in sostanza le motivazioni che hanno portato il governo a chiedere lo scioglimento del Comune di Manfredonia (dove c’è un commissario dopo che la giunta era caduta per motivi politici) al presidente della Re­pubblica, Sergio Mattarella, al quale spetta la firma del decre­to per la durata di 18 mesi se­condo l’articolo 143 del decre­to legislativo 206/ 2000. Dopo Cerignola la settimana scorsa, Monte Sant’Angelo nel luglio del 2015 e Mattinata nel mese di marzo di un anno fa, è il quarto Comune sciolto per ma­fia in provincia di Foggia.

Pubblicato in Società

In 7 piazze di altrettante città della Capitanata, domenica 20 ottobre 2019, architetti e ingegneri saranno a disposizione dei cittadini nell’ambito della seconda Giornata Nazionale della prevenzione sismica. In provincia di Foggia, grazie alla collaborazione tra l’Ordine degli Architetti e l’Ordine degli Ingegneri, i gazebo e i professionisti ai quali poter chiedere informazioni sul rischio sismico saranno presenti nella città capoluogo (Corso Vittorio Emanuele) e, inoltre, a Manfredonia (Piazza del Popolo), Vieste (Corso Fazzini), Lucera (Piazza Duomo), Mattinata (Piazza Roma), Ischitella (Corso Cesare Battisti) e Cerignola (Corso Aldo Moro).

 

SICUREZZA ANTISISMICA A COSTO ZERO. Architetti e ingegneri spiegheranno cosa significhi il rischio sismico, quali sono le variabili che possono incidere sulla sicurezza di un edificio, quali sono le agevolazioni finanziarie attualmente a disposizione per migliorare il livello di sicurezza della propria abitazione a costo zero. L’obiettivo dell’iniziativa è accrescere la cultura della prevenzione sismica e promuovere l’adesione dei cittadini al programma di prevenzione attiva denominato “Diamoci una Scossa!”, che nel successivo mese di novembre vedrà architetti e ingegneri svolgere visite tecniche informative nelle abitazioni per una prima valutazione sommaria dello stato di sicurezza degli edifici.

 

ARCHITETTI E INGEGNERI, INSIEME. Nelle Piazze della Prevenzione sismica i cittadini troveranno architetti e ingegneri esperti in materia, coordinati dai rispettivi Ordini territoriali. Ma non solo loro. Quest’anno i Punti informativi vedranno intervenire anche gli Amministratori di condominio delle principali associazioni di categoria e soprattutto quelle componenti la Rete delle Professioni Tecniche che, come geometri e geologi, possono supportarne l’attività informativa e di promozione di una cultura della prevenzione.

 

IL SISMA BONUS. “Oggi lo Stato mette a disposizione dei cittadini delle agevolazioni finanziarie per i lavori di messa in sicurezza delle abitazioni che arrivano fino all’85 % delle spese sostenute”, ha spiegato Nicola Tramonte, presidente provinciale dell’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti Conservatori della provincia di Foggia. “Si tratta di un’occasione davvero importante, che permette di guadagnare in sicurezza spendendo ben poco grazie al contributo del Sisma Bonus”.

Il Sisma Bonus consente a privati (persone fisiche, società di persone, imprenditori individuali, professionisti) e società (società di capitali ed enti) di detrarre dall’IRPEF o dall’IRES una parte delle spese sostenute, dal 1 gennaio 2017 al 31 dicembre 2021, per interventi di massa in sicurezza statica delle abitazioni e degli immobili a destinazione produttiva situati nelle zone ad alta pericolosità sismica. Foggia e la sua provincia rientrano nelle zone giudicate ad alta pericolosità sismica. Possono usufruire dei benefici di Sisma bonus e/o Eco+Sisma bonus sia i soggetti IRPEF (persone fisiche, società di persone, imprenditori individuali, professionisti) che i soggetti IRES (società di capitali ed enti) che sostengono le spese per l’intervento di riqualificazione energetica e che posseggono, o detengono, l’immobile sulla base di un titolo idoneo.

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Tutte insieme le marine­rie di Monopoli, Manfredo­nia, Taranto, Trani e Bisceglie per chiedere una revisione delle normative comunitarie, troppo stringenti in materia di pesca. Appuntamento al porto di Monopoli ieri per ùn corteo colorato che ha percor­so le strade del centro. «I regolamenti comunitari vanno rivisti», hanno detto in coro i pescatori, esasperati da norme spesso lontane dal contatto reale con l’attività e da sanzioni pesanti che ri­schiano di mettere ulterior­mente in ginocchio il settore, già obbligato ad uno stop a causa del fermo pesca. I pe­scatori puntano dunque una modifica delle normative, co­sì come sono più adatte agli operatori del Nord Europa, ma non a quelli dell’Adriatico, dove il pescato è di piccola ta­glia e viene considerato fuori norma. Gli operatori chiedo­no inoltre una proporzionali­tà delle sanzioni, adeguamen­ti circa la larghezza delle ma­glie delle reti da pesca e una più rapida liquidazione dei fondi relativi ai fermi. Da qui la necessità della convocazio­ne di un tavolo tecnico, per di­scutere approfonditamente questi argomenti. Intanto una missiva è stata già inviata al ministro delle Politiche Agri­cole, Alimentari e Forestali, Teresa Bellanova, che convo­cherà gli addetti al settore a Roma per un incontro.

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