Venuta meno la stucchevole retorica risorgimentale già dai tempi di Antonio Gramsci e Gaetano Salvemini, che fustigano a sangue lo Stato unitario borghese e classista, nessuno oggi “discredita” il Regno di Napoli negando i Primati che poteva vantare nei confronti degli altri stati preunitari, contrariamente a quanto asserisce Michele Eugenio Di Carlo sull’Attacco del 10 ot­tobre scorso.

È risaputo, infatti, che il Regno di Napoli ha costruito la Reggia di Ca­serta, oggi Patrimonio Unesco, in competizione con lo splendore della Reggia di Versailles di Francia, nel 1839 la prima ferrovia “ita­liana”, la Portici-Napoli, nel 1737 il Teatro San Cario dotato di 3500 posti, gioielli che con l’unificazione sono diventati “primati italiani”. Il Regno di Napoli ha avuto anche le più grandi acciaierie, le più gran­di cartiere, i più grandi cantieri navali dell’epoca e le più grandi flot­te, la mercantile e la militare, del Mediterraneo.

Il 51% degli operai dell'Industria di tutti e sette gli stati preunitari, anche se erano pochi­ni, era concentrato nel Regno di Napoli. Il Banco di Napoli nel 1860 aveva una consistenza monetaria di 443milioni di lire a fronte di quella delle banche degli altri stati preunitari di appena 148 milioni.

Il Settecento napoletano, animato dall’élite illuministe che però dia­logavano soltanto con il sovrano e non con il popolo analfabeta, fu glorioso: fu il secolo delle prime inchieste sociologiche dette stati­stiche, degli ondari, del Sovrano illuminato Cario III che odiava i feudatari e voleva ammodernare l’agricoltura, del ministro riformatore Tanucci e di tanto fervore culturale.

Tanti di quei Primati li elencò il garganico Michele Vocino nel 1959 nel suo libro “I primati del Re­gno di Napoli”, ristampato di recente dall’editore Grimaldi di Napo­li, come ci informa sempre Di Carlo sull’Attacco del 10 ottobre.

C’è, però, il rovescio della medaglia del Regno di Napoli altrettanto risaputo e che si tende ad “oscurare” da una parte della pubblica opi­nione influenzata dalla pubblicistica neoborbonica. I viaggiatori stra­nieri del 7 e dell’800 definirono il Sud dei Borbone “un paradiso abi­tato da diavoli”.

Giacomo Leopardi definì Napoli, la capitale del Regno dei Borbo­ne, “semibarbara e africana”. Inappellabile fu il giudizio negativo dato dal britannico Gladstone sul Regno di Napoli: La negazione di Dio. Il ministro Farini, mandato a Napoli da Cavour nel 1860 con il com­pito di sollevare contro i Borbone il popolo “liberale" di Napoli prima dell’arrivo dell’esercito del democratico e rivoluzionario Garibaldi, scrisse a Cavour : “Eccellenza, questa è Affrica e i beduini in ri­scontro di questi caffoni sono fior fiore di civiltà”.

Il governatore del­la provincia di Foggia scrisse nel 1860 al luogotenente generale in Napoli: “La popolazione agricola del Gargano è in una condizione di abbrutimento da non trovare forse riscontro in alcuna altra regio­ne di Europa; essi (i contadini) sono trattati dai proprietari con una crudeltà ed avarizia peggiori assai di quelle che subiscono i neri d’America”.

Accanto, quindi, alla Borbonia Felix e ai Primati di Michele Vocino, nel Regno di Napoli c’era la vita quotidiana della popolazione tutt’altro che felix. Nel Regno dei Borbone l’analfabetismo sfiorava il 90 per cento, nel Nord Italia era al 60 per cento. Nel 1860, su 100 per­sone solo 10 al Sud e ben 40 al Nord sapevano leggere e scrivere. La statistica poi nascondeva una realtà ancora più sgradevole. In alcune zone del Sud, l’analfabetismo sfiorava il 100%, mentre in al­tre si attestava sull’80%.

Facendo la media risultò che in tutto il Sud l’analfabetismo era del 90%. E così la Statistica regalò in alcune par­ti del Sud il patentino di lettore al 10% della popolazione che era analfabeta. La ferrovia Portici-Napoli lunga qualche chilometro era l’unica esistente al Sud, mentre nel Nord erano stati costruiti dopo il 1839 ben 2 mila chilometri di “strade ferrate”. Nel Regno di Napo­li non esistevano scuole pubbliche. Con l’istruzione-dicevano i Bor­bone - i sudditi avrebbero potuto avere grilli per la testa e mettere in discussione l'ordine costituito, meglio tenerli nell’ignoranza. Per­tanto, i Borbone non costruivano scuole e per tenersi buoni i suddi­ti imponevano poche tasse e molto basse, non resero obbligatorio il servizio militare, erogavano sussidi caritativi ai più bisognosi, offri­vano feste al popolo e forca a chi era politicamente pericoloso.

Sia­mo nel Regno felix delle tre F: Farina, Feste e Forca. Con i pochi sol­di ricavati dalle tasse, i Borbone - ammesso che lo avessero volu­to - non erano in grado di costruire scuole e neanche strade e pon­ti, per cui vasti territori del Regno, isolati e distanti dalla Capitale, vi­vevano ai margini della civiltà.

I feudatari e i latifondisti che avevano un po’ di soldi, non li investi­vano in agricoltura per migliorare la produzione, ma li spendevano in Napoli in carrozze, servitù e costosi abiti per frequentare la Corte del Re, trascurando i loro terreni affidati a curatoli spesso disonesti. La religione faceva da supporto al trono predicando la rassegna­zione di fronte alle avversità della vita perché “così vuole Dio”.

Una polizia spietata, specie dopo il 1848, perseguitava e metteva in galera chiunque professasse idee liberali, anche se non metteva in discussione l’esistenza della Monarchia che la si voleva solo costi­tuzionale: elezioni politiche e un po’ di libertà di stampa.

Nel 1861, l’Italia unificata era la nazione più povera d’Europa dopo la Svezia e la Russia. Il Sud, essendo più povero del Nord Italia, era anche più povero della Svezia e della Russia. Gli abitanti dell’ex Re­gno di Napoli erano “gli ultimi” in Italia e in Europa, certamente non per colpa dello Stato italiano appena nato.

All’atto dell’Unità d’Italia, Napoli aveva 600 mila abitanti. Fino al 1880, i privilegiati in Napoli - ricchi e ceto medio -erano appena 10 mila: nobili ex borbonici e liberali, proprietari terrieri, liberi professio­nisti, commercianti, impiegati statali e comunali che vivevano in palazzi e avevano il diritto di voto, mentre tutto il resto della popolazio­ne si arrabattava e viveva in miseria in tuguri senza servizi igienici (P. Magry in Quaderni storici, 1984, il Mulino). I responsabili di que­sto stato di cose non erano mica i Piemontesi conquistatori.

Quelli sono stati i primati che hanno “screditato” il borbonico Regno di Napoli, non la storia scritta dai vincitori, come pensa Di Carlo, an­che se in passato quella storia non parlava dei primati napoletani studiati da Vocino, accennava a malapena alla brutta pagina del bri­gantaggio negando la sua matrice sociale e politica e riducendolo esclusivamente a fenomeno delinquenziale e inneggiava in conti­nuazione agli ideali del Risorgimento e ai suoi artefici Mazzini, Ga­ribaldi e Cavour per creare su quegli ideali la coscienza nazionale degli Italiani. Fatta l'Italia, bisognava fare gli Italiani inneggiando re­toricamente al glorioso Risorgimento.

La Rivoluzione napoletana del 1799, alla quale si fa risalire l’origi­ne del Risorgimento italiano, cacciò da Napoli i Borbone, ma capi­tolò dopo pochi mesi di fronte alle orde del cardinale Ruffo perché fu passiva, disse Vincenzo Cuoco, non ebbe il sostegno e la parte­cipazione del popolo. I Borbone si vendicarono ferocemente, de­capitarono 150 patrioti, il fior fiore della intellettualità napoletana, pardon italiana.

Anche nel 1860, il popolo bue e analfabeta del Regno di Napoli, che non capiva e non gli importava granché dell’Unità d’Italia, non avrebbe partecipato agli eventi che portarono alla formazione dello Sta­to italiano se non avesse avuto stimoli dall’esterno.

Fu, infatti, Gari­baldi, che sbarcando a Marsala con i suoi Mille e attraversando la Sicilia e il Sud riuscì a mobilitare un popolo di miseri contadini pro­mettendo la soppressione delle tasse, specie la odiata tassa sul ma­cinato - soppressa e poi ripristinata - e la distribuzione delle terre demaniali ex feudali, una vecchia rivendicazione dei contadini me­ridionali che assistevano impotenti alla usurpazione di quelle terre da parte dei proprietari terrieri detti Galantuomini, sulle quali, per­ché non più feudali ma private, non potevano più esercitare gli an­tichi diritti d’uso civico: raccogliere legna, pascolare animali eccete­ra.

All'unità d’Italia, com’è noto, si opponevano la Francia e lo Stato Pontificio che era presidiato da truppe francesi. Garibaldi, conqui­stata Napoli, realisticamente “donò” il Sud liberato dai Borbone a Vittorio Emanuele re di Sardegna, in quanto quello Stato sarebbe stato in grado di contrastare con la forza del suo esercito regolare Francia e Stato Pontificio qualora si fossero opposti militarmente al­l'Unità d’Italia.

Il nascente Stato italiano dei Savoia sarebbe stato li­berale e costituzionale, non tirannico e feudale come era stato il Re­gno dei Borbone. La Monarchia unì gli italiani, la Repubblica li avrebbe divisi, disse il repubblicano e garibaldino Francesco Crispi. Furono quindi Garibaldi e il Sud gli artefici principali dell’Unità d’Ita­lia, mentre Cavour che temeva più i garibaldini che i borbonici e non conosceva il Sud - conosceva Firenze ma non Napoli né Palermo - sognava un Regno di Sardegna allargato al Nord Italia e fu co­stretto dall’azione di Garibaldi ad adeguarsi alla nuova realtà politi­ca.

Quando le promesse di Garibaldi furono tradite dallo stesso Ga­ribaldi, da Cavour e dalla classe dirigente risorgimentale con le tas­se che non diminuirono ma aumentarono - il debito pubblico del neo-stato era alle stelle e si aveva un impellente bisogno di denaro e con le terre demaniali che non venivano distribuite, lo stesso popolo dei contadini meridionali che aveva visto in Garibaldi la pos­sibilità di vedere migliorate le sue misere condizioni di vita si scagliò con ferocia contro i Galantuomini, i liberali di ogni paese che ideal­mente rappresentavano il nuovo Stato anch’esso oppressore e contro chi li difendeva: Guardie Nazionali locali e forze del neonato esercito italiano.

Si ebbe così il grande brigantaggio, causato dal feroce odio covato dai contadini verso i proprietari terrieri, i loro esosi padroni sfruttato­ri, dalla mancata distribuzione in loro favore delle terre demaniali ex feudali, dal rifiuto del servizio militare obbligatorio, dall’aumento delle tasse, dagli odi e vendette tra famiglie borboniche e liberali. Al bri­gantaggio approdarono anche soldati sbandati dello sconfitto eser­cito borbonico, evasi dalle carceri, delinquenti comuni e abituali.

Il brigantaggio assunse grandi dimensioni e si manifestò, è bene ri­cordarlo, con inaudita ferocia con estorsioni e uccisioni a danno dei liberali ricchi proprietari terrieri e poiché veniva finanziato dai Bor­bone e dal Papato tramite i comitati borbonici sparsi sul territorio as­sunse carattere politico mettendo in bilico l’unità della nazione ap­pena raggiunta. Per stroncarlo, si rese necessario ricorrere da par­te delle Guardie Nazionali comunali e dell’esercito italiano appena nato ad una repressione altrettanto feroce che, tra l’altro, vide la fu­cilazione di oltre 13 mila briganti (Domenico De Masi).

...Con l’unificazione, l’Italia divenne “un paese di successo”. (...) Era governata da principi di periferia e regimi autoritari e, in tempi brevi, diventa uno stato nazionale che si ispira ai modelli alti del li­berismo costituzionale europeo. Si presenta nel 1861 come territo­rio decisamente povero e raggiunge, sul finire dell’800, il Pil pro ca­pite dei tedeschi e degli inglesi. Non aveva alcuna voce in capitolo nel sistema geopolitico occidentale essendo frammentata in sette stati regionali -oltre che occupata, nelle regioni nord-orientali, dal­l’impero asburgico e già nel tardo 800 riesce a darsi il profilo di una nazione di media taglia e s'imbarca persino nell’avventura colonia­le.

Nessun altro paese europeo può vantare un simile successo. Ma il successo non cade dal cielo e i fatti dicono che, in realtà, l'Ita­lia nasce su un letto di spine (Paolo Magry, Unità a Mezzogiorno, il Mulino), come già si è detto, sia pure superficialmente.

Dopo l’unificazione, malgrado i successi conseguiti, il letto dell’Ita­lia continuò ad essere di spine. Alla fine dell'800, il Pil del Sud Italia era sempre inferiore a quello del Nord Italia e non si avvicinava per niente al Pil di Germania e Inghilterra. Milioni di sempre miseri con­tadini emigrarono dal Sud verso le Americhe. Quell’esodo biblico scongiurò il pericolo di nuovi brigantaggi o di altre proteste politiche violente ma decretò la sconfitta sul piano sociale dell’Italia liberale e risorgimentale.

Del resto, il Risorgimento nacque “patriottico”: vo­leva unificare sotto la Monarchia dei Savoia i sette stati pre-unitari, liberare il Lombardo-Veneto dallo straniero, confinare il papa nella sfera religiosa e avere un mercato nazionale per la libera circola­zione delle merci, non intendeva affatto attuare interventi di natura sociale come la riforma agraria per scongiurare disastri come il bri­gantaggio o l’emigrazione di massa. Le idee repubblicane e “soialisteggianti” di Mazzini e Garibaldi vennero sconfitte. L’Unità d’Italia, accanto ad eroi e uomini di stato, ai pochi nobili, borghesi e studenti, ebbe inaspettatamente come protagonista, sia pure con la barbarie del brigantaggio, anche il sempre bistrattato popolo mi­nuto del Sud che anche in seguito a fatica ebbe voce in capitolo nel­la storia d’Italia.

Nella seconda metà degli anni 70 dell’800, la questione meridiona­le evidenziata drammaticamente dal brigantaggio ebbe immediati riflessi anche sulla letteratura. Da Capuano a Verga, da De Rober­to a Pirandello, fino a Tornasi di Lampedusa, la letteratura denun­ciò l’immobilità sociale e politica dell’Italia.

Fu faticoso per i partiti operai e le leghe sindacali trasformare la vio­lenta protesta popolare e il massimalismo insito nelle classi subal­terne in lotta politica democratica in uno stato come quello italiano che riconosceva il diritto di voto solo a 400 mila ricchi cittadini su una popolazione che nel 1861 era di 22 milioni. Lo Stato italiano nacque costituzionale ma su basi elitarie, conservatrici e reazionarie tanto da sfociare nel fascismo.

Dopo l’unificazione territoriale, l’Italia per altri 50 anni si presentava sostanzialmente ancora divisa. Divisio­ne non solo regionale e linguistica ma anche e soprattutto econo­mica, sociale, morale. L’aristocratico Stato liberale con il diritto di vo­to riservato solo ai ricchi e lacerato dai contrasti tra Destra e Sinistra tenne il popolo lontano dalla vita dello Stato. L’Italia, pertanto, ap­pariva al popolo ancora una identità astratta, teorica. Fino alla pri­ma Guerra mondiale tra le masse poco politicizzate ed istruite man­cava il senso dello Stato, visto come nemico che imponeva tasse e servizio militare e non offriva servizi.

... Non disdegnò, però, lo Stato italiano “di media taglia” di scoprire il popolo gli fece comodo e di scagliarlo nella Grande Guerra. Solo così, con la carneficina di un milione di morti tra morti in guerra e quelli per l’epidemia della Spagnola, il popolo del Sud scoprì di es­sere italiano, di avere una patria.

Dopo la Grande Guerra, il fascismo, nato dal malcontento di sei mi­lioni di reduci, contadini e piccoli borghesi, verso la classe politica che non distribuì la terra ai contadini e non creò lavoro come de­magogica mente aveva promesso ai soldati in trincea ed anche per­ché gli Stati Uniti d'America avevano bloccato l’emigrazione, volle dare all’Italia un impero coloniale trasferendo in Africa specialmen­te contadini e disoccupati del Sud nel tentativo di risolvere la que­stione meridionale. Nello stesso tempo, Mussolini assegnò al Sud la medaglia della natività perché era impensabile avere un impero con la madrepatria senza figli! Ma l’impero, spazzato via dalla se­conda guerra mondiale, non risolse i problemi del Sud.

Il divario socio-economico tra le Due Italie dopo 150 anni e più di vi­ta unitaria ancora persiste, anche se è stato attenuato verso la fine dell’800, all’inizio del 900, nel Secondo Dopoguerra dalle rimesse degli emigranti, dal “miracolo economico” arrivato con la ricostru­zione postbellica, dal calo demografico, dai benefìci dello “Stato so­ciale”, dai proventi del turismo. I giovani del Sud ancora oggi conti­nuano ad emigrare verso il Nord e i paesi europei e non essendo sposati i loro risparmi non arrivano più in famiglia, nel Sud. Il Sud cresce e fa studiare i propri figli e a beneficiare del loro lavoro sono il Nord e i paesi esteri.

Negli ultimi 10 anni il Sud ha perso circa 2 (due) milioni di abitanti ! Tutti gli interventi messi in essere a favore del Sud dallo Stato repubblicano con le leggi speciali, la Cassa per il Mezzogiorno, i Contratti d’area, che prevedevano un fiume di fi­nanziamenti statali a fondo perduto, agevolazioni fiscali e quant’al­tro non hanno dato al Sud l’industrializzazione ma solo “cattedrali nel deserto”.

Il divario tra Nord e Sud, all’origine dovuto alla diversi­tà dei loro tenitori, continuò ad esistere anche a causa delle defi­cienze della classe dirigente, politica ed imprenditoriale, del Sud, come impietosamente scrisse Giustino Fortunato: La classe diri­gente meridionale “è fiacca, disgregata, indifferente, pettegola, so­spettosa; vuol vivere in pace, oziosamente, di rendita, non ha fede, né carattere, non ha sdegno né amori; rifugge tuttora dagli obblighi di coltura e di socievolezza imposti dai nuovi ordini politici”.

Sono, però, sempre bravissime le classi dirigenti del Nord e del Sud nel favorire più lo sviluppo economico del Nord e meno quello del Sud, nell’uso politico della malavita inaugurato dal ministro Liborio Romano fin dai tempi dell’Unità d’Italia, nell’uso clientelare del cor­po elettorale istituzionalizzato dal padre della patria liberale Anto­nio Giolitti, nel praticare clientelismo, evasione fiscale e corruzione su vasta scala, nel combattere la disoccupazione con l’emigrazio­ne, nel rendere il lavoro flessibile, precario e non tutelato, nel depo­tenziare il potere giudiziario a scudo dei potentati economici.

In ogni modo, pur tra stridenti disuguaglianze sociali e con un enor­me debito pubblico che le impedisce di destinare risorse in lavori pubblici e infrastrutture, l’Italia repubblicana è diventata una poten­za industriale di prim’ordine.

È però evidente che non saranno la riscoperta dei Primati del Re­gno di Napoli di Michele Vocino, le invettive contro i Piemontesi co­lonialisti, le simpatie neoborboniche dei vari Pino Aprile (e Michele Di Carlo), i folcloristici festeggiamenti (siamo alla 180esima edizio­ne!) per l'inaugurazione della ferrovia Portici-Napoli, gli studi stori­ci, accademici e non, sui briganti precursori della rivoluzione prole­taria o sulla ferocia della loro repressione da parte dell’esercito ita­liano e neanche le prediche di papa Francesco a risolvere la que­stione meridionale, a debellare i primati negativi dell’Italia di oggi.

Tommaso di Jasio

l’attacco

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Nell' anticipo di ieri per la giornata numero 12 di Eccellenza pugliese si è giocato a di Bisceglie (Unione Calcio-Deghi), 2-2 il finale. Oggi si completa il turno che contempla, tra le altre sfide, il derby di Barletta. Per l’Ugento c’è la capolista Corato, il Gallipoli ospita il Molfetta. Trasferta nel Foggiano per l’Otranto che se la vedrà con l’Orta Nova. Trasferta ostica anche per l’Atletico Vieste che a Terlizzi incontrerà un preparato e lanciato Trani. Incontro delicato per l’undici viestano a caccia di punti che scongiurano il peggio.

 

IL PROGRAMMA – GLI ARBITRI -

IERI

UC Bisceglie-Deghi 2-2

 

OGGI ORE 14.30

Barletta-Barletta 1922: Davide Albano di Venezia (Magnifico-Salvemini)

Corato-Ugento: Riccardo Tropiano di Bari (Spagnolo-Fiore) – a Ruvo di Puglia 

Gallipoli-Molfetta: Giuseppe Costa di Catanzaro (Rizzi-Miccoli)

San Marco-AT San Severo: Cristiana Laraspata di Bari (Panebarca-Dellaquila)

Orta Nova-Otranto: Ruggiero Doronzo di Barletta (Latini-Di Muzio)

Vigor Trani-Vieste: Gianluca Lovascio di Molfetta (Grimaldi-Bono) – a Terlizzi

dom. 24/11 h 16

Martina-F. Altamura: Federico Paladini di Lecce (Cantatore-Coviello)

 

CLASSIFICA

Corato 25

Barletta 24

Molfetta 22

Martina 21

Trani (-3) 20

Ugento 18

Otranto e F. Altamura 14

Gallipoli 13

Barletta 1922 e Deghi 12

San Marco e Vieste 11

Orta Nova e UC Bisceglie 10

San Severo 6

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Da oltre 22 anni è l’evento di solidarietà più partecipato ed è l’appuntamento che anche quest’anno si terrà nell’ultimo sabato di novembre. Stiamo parlano della XXIII Giornata nazionale della Colletta alimentare in programma sabato 30 novembre in 13mila supermercati italiani.

Saranno 145mila i volontari che in occasione della giornata della Colletta inviteranno a donare alimenti a lunga conservazione, che nei mesi successivi saranno distribuiti a 7.569 strutture caritative (mense per i poveri, comunità per minori, banchi di solidarietà, centri d’accoglienza, ecc.) che aiutano più di 1.500.000 persone bisognose in Italia, di cui quasi 345mila minori.

Gli alimenti consigliati sono quelli di cui necessitano maggiormente le strutture caritative che si rivolgono al Banco Alimentare ovvero: alimenti per l’infanzia – tonno e carne in scatola – riso – olio – legumi – sughi e pelati – biscotti.

A VIESTE I SUPERMERCATI ADERENTI

Olmo

Euro spin

RD

MD

Margherita vescera

Conad pecorelli

Bontà

Simply

Quitadamo

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“...Nella epica difesa si è gloriosamente distinto, simbolo del valore dei reparti nazionali, il Battaglione dei Carabinieri Reali, il quale, esaurito le munizioni, ha rinnovato fino all'ultimo i suoi travolgenti contrattacchi all'arma bianca. Quasi tutti i Carabinieri sono caduti”.

(Culqualber A.O. Agosto/Novembre 1941, Bollettino di Guerra n. 539)

 

 

PROGRAMMA

 

Ore 10,45

Deposizione fiori al monumento Caduti di Nassiriya

 

Ore 11,30

  1. Messa nella Chiesa Gesù Buon Pastore Ore 12,15

Commemorazione ricorrenza Commiato

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TUTTI A CASA PER NATALE è l'iniziativa della LNDC Vieste in collaborazione con le Parrocchie della città e facente parte delle azioni del progetto Zero cani in canile. Ogni parrocchia con l'aiuto della propria comunità sarà "madrina di adozione" di uno degli ultimi 5 cani rimasti in canile sanitario, che cercano casa.

Durante la messa della domenica i sacerdoti presenteranno alla comunità il cane affidatogli dalla LNDC e che cerca casa; al termine della Messa, chi è interessato potrà conoscerlo personalmente, poiché sarà in parrocchia con i volontari. "Speriamo di riuscire a far fare a tutti loro il Natale a casa" afferma Nicoletta Pagano, Presidente LNDC Vieste.
Una iniziativa straordinaria dei parroci della città di Vieste, che hanno aderito con entusiasmo.

Questi i parroci coinvolti:

Don Gioacchino della Parrocchia Cattedrale che si occuperà dell'adozione di ZEUS,
Don Tonino della Parrocchia Gesù Buon Pastore che farà adottare MILO,
Don Michele della Parrocchia San Giuseppe operaio che promuoverà SHIRLEY
Don Celestino della parrocchia Santa Maria delle Grazie che si occuperà dell'adozione di CLEOPATRA
Don Angelo della Parrocchia Santissimo Sacramento che promuoverà WONDER.

Anche il Vescovo della Diocesi Padre Francesco Moscone ha dimostrato da subito una grande sensibilità verso gli animali, esprimendosi pubblicamente contro la mattanza degli agnelli a Pasqua. A Vieste anche le Chiese sono Animal friendly.

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Il 4 novembre il Tribunale di Foggia ha dichiarato il fallimento della società “Aurora – Porto Turistico di Vieste SpA”.

Parliamo della società, controllata dal Comune di Vieste, che ha realizzato l’importante infrastruttura costata quasi 15 milioni di euro, in parte con contributi pubblici e per un terzo con il sacrificio dei Viestani (mutuo ancora in essere).

Secondo gli indirizzi impartiti dal Comune di Vieste alla società per l’affidamento della gestione di tutti i servizi, il porto turistico di Vieste doveva essere diretto da un soggetto idoneamente qualificato nella gestione dei porti turistici.

Ma, l’attuale governo del Comuneha preferito una gestione personalistica della società: tutte le decisioni sono state prese senza consultare il Consiglio comunale.

Gli adempimenti e le attività previsti dalla normativa e dai regolamenti vigenti (Indirizzi sulle società partecipate, Piano di razionalizzazione, Regolamento sui controlli interni, Normativa delle imprese a partecipazione pubblica, ecc.) non sono stati adempiuti da questa amministrazione, che, invece, hapreferito acquisire l’opera per avviare una nuova gestione “diretta”.

In seguito alla voluta decadenza della Concessione demaniale marittima, il valore della partecipazione nel Porto Turistico si è azzerato, generando però milioni di euro di debiti.

Preoccupati della situazione di dissesto in cui versava la società, risultante dai documenti societari prima della decadenza della concessione demaniale, abbiamo da tempo avviato diverse iniziative per ottenere informazioni e documentazione sulla società, prive di riscontro.

Dopo la dichiarazione del fallimento, è stato approvato il Bilancio consolidato 2018 ed è stato predisposto il Bilancio di Previsione 2020 del Comune di Vieste, che non fanno alcun cenno al fallimento intervenuto.Nel marzo 2017 avevamo segnalato “Il Sindaco – ViesteSeiTu ha deciso il fallimento del Porto Turistico per Te senza interpellarti. ViesteNonSeiTu”.

Ora il ciclo si è chiuso con il raggiungimento dell’obiettivo.

Il danno d’immagine e di reputazione del Comune di Vieste sarà pagato dai cittadini.

Gruppo Consiliare ClementeSindacoSì!

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Sabato, 23 Novembre 2019 09:58

Vieste/ Non chiamarlo amore!

Martedì 26 novembre 2019, in occasione della giornata nazionale che ricorda le vittime del femminicidio, si terrà un evento sociale di forte impronta emozionale e formativa organizzato dalle scuole del Presidio “Hyso Telharay” costituito dall’Istituto comprensivo “Rodari-Alighieri-Spalatro, dall’ Istituto d’istruzione secondaria di II grado “Fazzini- Giuliani” ed dall’IPEOA “E. Mattei”, capofila della rete. Il Presidio menzionato rappresenta l’unico avamposto scolastico di legalità per la provincia di Foggia. Il tema della violenza sulle donne, di scottante attualità, sarà

interpretato dai giovani mettendo in scena momenti cruciali della vita in chiave “femminile”.

Non può passare sotto silenzio questo dramma che si rinnova ogni giorno con nuove vittime. La realtà scolastica accoglie questo grido e dà voce alle tante donne oppresse e violate da chi dovrebbe amarle e proteggerle. Tutte le componenti dalla società civile (Comune, Parrocchie, Associazioni, Istituti scolastici) potranno intervenire, al termine dello spettacolo, con riflessioni sul tema.

Siamo consapevoli che la partenza per un corretto approccio al problema è la formazione che risulta la chiave fondamentale per un rinnovamento delle coscienze. Non ci saranno più, è nostro augurio, uomini violenti perché il lavoro di sensibilizzazione e di rivoluzione sarà realizzato all’interno delle aule utilizzando gli strumenti del sapere, unico mezzo per ottenere la libertà, anche dai propri istinti e dai propri pregiudizi. L’evento si terrà presso l’Auditorium polivalente “Fazzini- Giuliani” con il patrocinio del Comune di Vieste e la partecipazione dell’assessore all’istruzione Grazia Maria Starace.

La Dirigente Scolastica

Ettorina Tribò

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La Sunshine oggi è a difendere la terza piazza in classifica sul difficile parquet di Mola contro la squadra che vanta il miglior attacco del campionato, ma di contro i viestani hanno la miglior difesa delle 12 partecipanti al torneo, quindi sarà sicuramente una sfida avvincente.

I ragazzi della Bisanum Viaggi Vieste, reduci da 2 vittorie consecutive, sono fortemente intenzionati ad allungare la striscia positiva dopo aver finalmente centrato la prima vittoria casalinga (dopo le 3 su 3 sfide giocate lontano dalle mura di casa).

Le dichiarazioni del capitano Francesco Compagnoni descrivono come sta la squadra alla vigilia della gara:” Stiamo bene e tutti noi siamo sicuramente in fiducia dopo le due importanti vittorie contro due buonissime squadre come Ostuni e Taranto. Successi sicuramente non casuali ma frutto dell’impegno che stiamo mettendo sul campo in ogni singolo allenamento. Ma sicuramente la nostra arma in più in questo momento è la forza del gruppo, in queste due vittorie siamo riusciti a reagire nei momenti di difficoltà aiutandoci a vicenda e lottando ogni minuto tutti insieme. Speriamo di continuare così e di portare a casa i due punti nel difficile match che ci attende domenica”.

Come sottolineato dal capitano, il lavoro che stano facendo giorno dopo giorno i ragazzi, guidati da coach Ciociola sta dando i suoi frutti, ed è proprio l’allenatore ad anticiparci anticipa la sfida:”incontriamo una squadra in ottima salute, in striscia positiva da 3 giornate e che ha dato filo da torcere alla battistrada Molfetta (unica compagine a punteggio pieno). Mola è una squadra formata da giocatori importanti nel reparto piccolo e lunghi, con almeno otto rotazioni di pari livello. Giocano una buona e produttiva pallacanestro in attacco prova ne è appunto che al momento ha il miglior attacco del campionato. Sarà una gara da giocare con la massima attenzione sia in attacco che in difesa. Poi sarà il campo a dire chi sarà stato più bravo.”

 

L’8° GIORNATA

Cestistica Ostuni

Libertas Altamura

24 Nov 18:00

 

Mola New Basket

Sunshine Basket Vieste

24 Nov 18:00

 

N.P. Monteroni

Angel Manfredonia

24 Nov 18:00

 

Action Now Monopoli

Pallacanestro Molfetta

24 Nov 18:00

 

Cus Jonico

Pallacanestro Lupa Lecce

24 Nov 18:00

 

Basket 1963 Francavilla

Valentino Castellaneta

24 Nov 18:00

 

 LA CLASSIFICA

Pallacanestro Molfetta 14

Ac­tion Now Monopoli 10

Bi­sanum Viaggi Vieste 8

Mola 8

Cus Jonico Taranto 8

Pallacanestro Lupa Lecce 8

Silac Manfredonia 6

Cestistica Ostuni 6

Libertas Altamura 6

Valentino Castellaneta 4

N.P. Monteroni 4

Basket Francavilla 2

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Vieste ha ospitato ieri mattina Giuliano Foschini, uno dei due autori del libro “Ti mangio il cuore” (Carlo Bonini era a Malta per lavoro), un libro di fatti veri, di storie drammatiche, tutte legate alla mafia foggiana, ben raccontati dai due giornalisti di Repubblica. Organizzato dall’assessorato alla Cultura del comune di Vieste nell’ambito degli incontri letterari, il forum ha visto la partecipazione di tanti ragazzi dell’IPEOA “Mattei”, del Polivalente “Fazzini-Giuliani” e dell’Istituto Comprensivo “Rodari- Alighieri-Spalatro”.

Gli studenti dopo aver attentamente ascoltato l’intervento di Foschini, hanno formulato allo stesso autore del libro diverse domande relative ai contenuti del testo edito da Feltrinelli. Dalla genesi della mafia garganica, al perché scrivere un libro sulla criminalità organizzata della Capitanata, al quanto può essere utile un libro come questo a sconfiggere la mafia sul Gargano.

“Questa è una guerra che prima o poi finirà, perché i mafiosi o muoiono e vengono arrestati. Con il collega Bonini abbiamo cercato di raccontare gli episodi più significativi degli ultimi dieci anni in una provincia dove la mafia c’è ed è la più pericolosa, e chi lo nega è il primo complice.

Lo abbiamo fatto attraverso atti giudiziari inediti, testimonianze di investigatori e vittime della criminalità organizzata”. Grande alleata dell’appuntamento odierno è stata la scuola viestana che da tempo sta lavorando con gli studenti per ridare dignità e legalità alla città. Cosi come lo sta facendo dal primo giorno dell’insediamento, l’attuale amministrazione comunale di Vieste, guidata dal sindaco Giuseppe Nobiletti.

Ad introdurre lo scrittore Giuliano Foschini è stata l’assessore alla Cultura, Graziamaria Starace. “Agire in senso preventivo, attraverso una politica educativa da condividere con le istituzioni scolastiche è l’arma vincente. I ragazzi devono capire che la legalità è l’unica strada percorribile, anche per una questione di convenienza. I mafiosi fanno tutti una brutta fine perché o muoiono assassinati o finiscono in galera. Noi ce la metteremo tutta continuando a realizzare progetti sull’educazione civica e sulla legalità”.

(com)

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