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Lunedì, 17 Dicembre 2018 09:59

Mattinata/ Processo “In Nome del Padre”: Irrealizzabile quel piano di fuga. La difesa chiede otto assoluzioni. Coinvolti anche tre viestani.

Il progetto di fuga dei due detenuti dal car­cere era irrealizzabile e non potevano certo bastare i fili dia- mantati da usare per segare le sbarre fatti arrivare in prigio­ne, ragion per cui il reato di tentata evasione non sussiste. Quanto poi alla detenzione il­legale di due fucili, ritrovati dalla Guardia di Finanza che intercettava i telefonini usati dentro il carcere da alcuni de­tenuti, ne risponde soltanto il garganico che ha ammesso il possesso della armi, ma non anche il figlio e un altro im­putato che non ebbero mai la disponibilità di quelle armi. Così, in estrema sintesi, le tesi difensive nel processo abbre­viato «In nome del padre», in corso davanti al gup del Tri­bunale di Foggia nei confronti di 9 garganici accusati a vario titolo di detenzione illegale di armi, tentata evasione e favo­reggiamento della latitanza. Il gup Domenico Zeno dopo le arringhe difensive ha rinviato l’udienza a gennaio per le re­pliche del pm e dei difensori, poi il giudice dovrebbe entrare in camera di consiglio per pronunciare la sentenza di primo grado.

- Il pubblico ministero Ileana Ramundo al termine della requi­sitoria del 30 novembre scorso ha chiesto 8 condanne per com­plessivi 28 anni di reclusione con pene oscillanti da 16 mesi a 7 anni (il nono imputato ha chiesto di patteggiare) per i tre filoni d’inchiesta dell’indagine coordinata dalla Procura, con­dotta dalle Fiamme gialle e sfo­ciata nel blitz dello scorso 28 febbraio con remissione di 11 ordinanze cautelari (3 in car­cere e 8 ai domiciliari) e l’ar­resto di 9 garganici: progetto di evasione, detenzione illegale di armi, favoreggiamento della la­titanza di un ricercato. Il pm in considerazione dello sconto di un terzo della pena previsto dal rito, ha chiesto la condanna a 6 anni di Antonio Quitadamo, 43 anni di Mattinata, sopran­nominato «Baffino», ritenuto elemento di spicco del clan Ro­mito (4 anni e 4 mesi per la detenzione di due fucili, cui ag­giungere 1 anno e 8 mesi per il tentativo di evasione); e di 1 anno e 4 mesi di Hechmi Hdiouech, 34 anni di Vieste, per tentata evasione: i due garga­nici erano rinchiusi a fine 2017 nella casa circondariale di Fog­gia e avrebbero dovuto evadere a Capodanno 2018, secondo l’ipotesi accusatoria. Il pm ha poi chiesto 6 anni e 8 mesi di reclusione per Danilo Pietro Della Malva, 32 anni di Vieste (5 anni per la detenzione di tre fucile 1 anno e 8 mesi per concorso in tentata evasione); 7 anni per il padre Giuseppe Della Malva di 54 anni, anche lui viestano (4 anni e 4 mesi per la detenzione di due fucili; e 2 anni e 8 mesi perché avrebbe favorito in passato la latitanza di Quitadamo). Il pm ha infine chiesto la condanna a 1 anno e 8 mesi del manfredoniano Aron­ne Renzullo, 41 anni; e quella di 1 anno e 4 mesi a testa per il padre Luigi Renzullo di 70 an­ni; la mattinatese Marisa Di Gioia di 32 anni (moglie di Qui­tadamo); e Leonardo Ciuffreda, quarantunenne originario di San Giovanni Rotondo e re­sidente a Monfalcone, in pro­vincia di Gorizia. Questi ultimi 4 imputati rispondono solo di concorso in tentata evasione. Il nono imputato è Anna Filo­mena Pacillo, 36 anni di Man­fredonia, moglie di Aronne Renzullo, che chiede di patteg­giare un anno per concorso in tentata evasione.

- Se­condo l’accusa il piano per far evadere a Capodanno 2018 Quitadamo e Hdiouech rinchiusi nella casa circondariale di Foggia, prevedeva che i due detenuti segassero le sbarre della cella attraverso i fili diamantati nascosti nelle cuciture in una borsa consegnata in occasione di un colloquio tra un familiare e un detenuto: furono però sequestrati da Guardia di finanza e polizia penitenziari Nelle arringhe il collegio difensivo - gli avvocati Franosco Santangelo, Salvator Vescera, Paolo D’Ambrosi« Michele Arena, Michelangelo Basta e Angelo Gaggiano ha sostenuto che il reato (tentata evasione non sussiste. Presupposto del reato è che l’autorità perda il potere di controllo sul detenuto, il che - ha argomentato l’avv. Santangelo – non è mai successo perché il progetto di fuga è stato costan­temente monitorato dalle Gdf che intercettava le conversazioni.

 - Peraltro il so­lo invio dei fili diamantati in carcere non supera - altro ar­gomento difensivo - la soglia degli atti idonei alla commis­sione del reato. Vero che una consulenza del pm dice che i fili diamantati possono in teoria segare le sbarre della cella, ma nel concreto non si sa se e quan­to tempo sarebbe occorso ai due detenuti per segare le sbar­re; quanto rumore avrebbero provocato. Ed anche ammesso che Quitadamo e Hdiouch vi fossero riusciti,, sarebbe stato comunque impossibile perforo evadere, in quanto avrebbero dovuto superare alcuni mura di cinta e soprattutto quello fi­nale di una dozzina di metri, in previsione della presenza di un autocarro con gru per calare un cestello, farvi salire i reclusi e trasportarli all’esterno. Un piano di evasione che era ir­realizzabile, sostiene la difesa, e quindi il reato non regge.

Di detenzione dei due fucili ritro­vati dalla Guardia di Finanza a Vieste a metà dicembre 2017 intercettando le telefonate in partenza dal carcere, rispon­dono Quitadamo e i Della Mal­va. Giuseppe Della Malva ha ammesso che le armi erano sue e va condannato al minimo del­la pena per questo unico reato - ha detto l’avv. Vescera - e non anche per aver favorito in pas­sato la latitanza di «Bafììno», in quanto non ci sono indizi in tal senso. Il figlio Danilo Pietro Della Malva e Quitadamo van­no invece assolti - la tesi di­fensiva - in quanto il primo non riuscì mai a trovare le armi da spostare su indicazione del ge­nitore per cui non ne ebbe mai il possesso; e il secondo perché, a sua volta, non ebbe mai la disponibilità dei due fucili in quanto in quel periodo era de­tenuto.

gazzettacapitanata

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