Giovedì, 06 Giugno 2019 09:58

Vieste/ L’inchiesta SCACCO AL RE: “Quattro nomi per l’agguato fallito. Sospettati pure Perna e Pecorelli”

A tentare di uccidere la sera del 21 marzo 2018 Marco Raduano sarebbero stati non solo i cugini Claudio e Giovanni Iannoli arrestati lunedì scorso da carabinieri e squadra mobile, ma anche Gianmarco Pecorelli, assassinato il 19 giugno del 2018 da sicari ancora sconosciuti, e il cui nome non compare tra gli indagati dell’inchiesta «Scac­co al re». I tre presunti sicari avrebbe agito - secondo magistrati e investigatori - su man­dato del capo clan Girolamo Pema, che avrebbe dato l’ordine di ammazzare il capo clan rivale; ed a sua volta ucciso la sera dello scorso 26 aprile davanti casa da un assassino al momento non ancora identificato: Pema era indagato nell’inchiesta sfociata nell’ar­resto dei cugini Iannoli, il nome è stato poi depennato per la sua morte violenta. Una delle armi usate per l’agguato fallito al boss rivale - il mitra Kalashnikov che esplose un paio di colpi - peraltro tornò a sparare 40 giorni più tardi per uccidere Antonio Fabbiano, il giovane viestano ritenuto vicino al gruppo Raduano, ferito gravemente sotto casa a Vieste la sera del 25 aprile del 2018 e deceduto qualche ora più tardi nell’ospedale «Casa sollievo della sofferenza» di San Giovanni Rotondo, altro delitto ancora in cerca di autore. Ecco cosa racconta l’inchiesta «Scac­co al re» di carabinieri del nucleo inve­stigativo di Foggia, colleghi del Ros, agenti delle squadre mobili di Foggia e Bari e colleghi dello «Sco» di Roma, coordinata dai pubblici ministeri della Direzione distret­tuale antimafia di Bari. L’in­chiesta partita a marzo di un anno fa è sfociata nell’ese­cuzione delle due ordinanze cautelari in carcere firmate dal gip di Bari Giovanni Anglana nei confronti di Claudio Iannoli, 43 anni e del cugino Giovanni Iannoli di 36 anni, entrambi viestani e già detenuti dall’agosto 2018 per essere coinvolti nel blitz antidroga «Agosto di fuoco». Al centro dell’inchiesta la rivalità tra il clan Raduano (Marco Raduano all’agosto 2018 è detenuto per traffico di droga aggravato dalla mafiosità) e il gruppo Perna. La guerra di mala dal gennaio 2015 ad oggi ha contato nella capitale del turismo pugliese 10 morti am­mazzati, 1 lupara bianca, 5 agguati falliti, di cui alcuni nemmeno denunciati alle forze dell’ordine.

 

IN SILENZIO GLI INDAGATI

I due presunti killer questa mattina saranno inter­rogati nelle carceri di Terni (Claudio Iannoli) e Siracusa (Giovanni Iannoli) dai gip dei rispettivi Tribunali su rogatoria del collega di Bari firmatario dell’ordinanza di custodia cautelare: è probabile che i due cugini si avvalgono della facoltà di non rispondere. «Ho ritirato solo questa mattina» (ieri per chi legge ndr) «l’ordinanza cautelare di 114 pa­gine e devo ancora parlare con il mio cliente e decidere se rispondere o meno alle con­testazioni» dice al cronista l’avv. Michele Arena difensore di Giovanni Iannoli. Dello stesso tenore le dichiarazioni del collega, l’avv. Salvatore Vescera che assiste Claudio Iannoli: «l’ordinanza è corposa, non ho an­cora avuto accesso a tutti gli atti d’indagine per cui è probabile che il mio assistito si avvarrà oggi della facoltà di non rispondere alle domande del giudice; l’interrogatorio peraltro non si svolge davanti al gip fir­matario del provvedimento restrittivo».

 

DOPPIA AGGRAVANTE

 

II gip di Bari Giovanni Anglana ha accolto la richiesta dei pm e disposto l’arresto dei due cugini per concorso in tentato omicidio premeditato e ulteriormente aggravato dalla mafiosità. Ne­gli atti d’indagine si parla anche dell’omicidio Pecorelli (inizialmente pare fosse ritenuto vicino al gruppo Raduano, poi sarebbe pas­sato dall’altra parte avvicinandosi in par­ticolare ai cugini Iannoli) e di un’altra mezza dozzina di omicidi, agguati falliti, progetti di morte compresa una strage tra la folla per eliminare tre esponenti del gruppo Raduano. In ballo c’era e c’è il controllo dei traffici di droga (sulle coste di Vieste sbarcano le ton­nellate di marijuana impor­tate dall’Albania e destinate a rifornire vari mercati d’Ita­lia) e delle piazze locali dello spaccio.

 

UTILIZZATE 3 ARMI FECERO FUOCO

 

A sparare contro Marco Raduano alle 8 di sera del 21 marzo 2018 (data simbolica sul Gargano visto che l’anno prima e l’anno dopo si sono registrati due omicidi tra Monte Sant’Angelo e Mattinata sempre legati alla guerra tra clan del Promontorio) furono tre armi, secondo quanto accertato dai rilievi di scientifica svolti sul posto dai carabinieri: un mitra Kalashnikov calibro 7.62; e due fucili entrambi calibro 12. Sul luogo dell’agguato i carabinieri della «Sis» - sezione investigazioni scientifiche del re­parto operativo di Foggia - rinvennero due bossoli calibro 7.62 esplosi dal mitra; e 5 bossoli esplosi dai due fucili. Raduano, all’epoca dei fatti sottoposto alla sorveglianza speciale, rincasava quando i sicari appostati nella vegetazione fecero fuoco (e il mitra s’inceppò come emerge da un’intercettazione): Raduano venne inseguito e trovò rifugio a casa del suocero. Miracolato, se la cavò con ferite non letali a braccio, avambraccio, spalla destra, mano, gluteo e caviglia, venendo trasportato all’ospedale «Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Il mitra usato per cercare di uccidere Raduano – hanno poi accertato le consulenze balistiche del Ris dei carabinieri - è la stessa arma utilizzata nell’agguato che costò la vita a Fabbiano. L’accusa contro i cugini Iannoli in relazione al tentato omicidio Raduano poggia su decine intercettazioni anche ambientali, riprese video, appostamenti, analisi di scientifica.

 

LA MAFIOSITÀ

 

L’accusa contesta ai due presunti sicari l’aggravante della mafiosità per aver commesso il fatto «per agevolare la compagine criminale facente capo a Girolamo Perna nell’ambito della violenta guerra di mafia intercorsa con la fazione contrapposta facente capo a Marco Raduano, tesa ad ac­quisire il controllo criminale del territorio viestano e l’assunzione del monopolio nella gestione e commercio della droga e di altre attività illecite»; ed anche per le modalità «operative di tipo mafioso».

gazzettacapitanata

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