Sabato, 16 Novembre 2019 10:12

FERDINANDO II, RE E UOMO

Circa 30 anni dopo la “Storia”di de’ Sivo, quando ormai il processo unitario si era consolidato e aveva superato la cruenta prova della lunga e violenta guerra civile e sociale che il popolo del Sud aveva sostenuto con vigore e con accanita resistenza, Raffaele De Cesare pubblicava nel 1895, utilizzando lo pseudonimo “Memor”, «La fine di un Regno: dal 1855 al 6 settembre 1860»[1].

Raffaele De Cesare era un pugliese nato a Spinazzola nel 1845. Laureatosi a Napoli in Scienze politiche, esperto di economia politica e problematiche agricole, di commercio e dogane, da giornalista aveva collaborato con il “Corriere della Sera. Più volte eletto deputato, in Parlamento faceva capo all’estrema Destra, difendendo spesso gli interessi delle popolazioni meridionali. Nel 1910 fu nominato senatore e fece parte del gruppo politico di Benedetto Croce. Morì a Roma nel 1918.

Nessuno meglio di De Cesare è riuscito a descrivere la figura di re e di uomo di Ferdinando II, giunti alla vigilia del 1857. Secondo lo scrittore, giornalista e uomo politico, il Re «contava 47 anni, ma pareva ne avesse sessanta.

Le emozioni del 1848 e del 1849, e l’attentato di Agesilao Milano, avevano lasciati in lui segni profondi». Ormai preferiva la Reggia di Caserta a quella di Napoli e passava una parte dell’anno a Gaeta; alle feste e alle cerimonie anteponeva la vita casalinga. Dopo il 1848, «il pensiero che tanti soffrissero per lui doveva riuscirgli molesto, e togliergli quella pace dello spirito, che ebbe intera nei primi anni del suo regno».

Diventato sospettoso, tutti gli affari di Stato dovevano passare per le sue mani e teneva direttamente la corrispondenza e i rapporti con diplomatici, vescovi e intendenti provinciali, mentre la sua segreteria particolare fungeva da «primo dei ministeri», dando istruzioni e ordini di cui spesso neppure i ministri erano a conoscenza. Pienamente consapevole delle cospirazioni contro il suo regno, alimentate in particolare a Torino e Parigi, confidava che «lui vivo, nessuna novità pericolosa si sarebbe tentata».

Diventato re a 20 anni aveva dovuto interrompere gli studi; fornito di una prodigiosa memoria e di una dinamica intelligenza, «dotato di spirito beffardo e motteggiatore, come ogni napoletano, preferiva il sarcasmo alla lode; e, se questa concedeva, non la scompagnava da una leggiera tinta d’ironia».

Sentiva una decisa avversione verso gli scrittori che definiva «pennaruli» e detestava i «dottrinari», in particolare Saliceti, Scialoja e Poerio. Dopo il periodo delle rivoluzioni, era entrato «in una via senza uscita, e la percorse non deviando un istante […] mostrava coraggio e dignità nel rispondere alla Francia e all’Inghilterra […] e si mostrava indifferente, quando i due ministri partirono da Napoli» (il contrasto con Francia e Gran Bretagna era tale che, dopo aver minacciato di attaccare Napoli con la flotta navale, si limitarono ad ordinare che gli ambasciatori Brenier ed Elliot lasciassero Napoli), non che «non intendesse la gravità del caso», ma convinto che «aprir le prigioni e mandar tutti i prigionieri per il mondo era accrescere i pericoli». Peraltro, gli era «impossibile abdicare, non facendo egli alcun conto del figliuolo, giovanissimo».

Ferdinando II mal sopportava la compagnia di persone colte, non amando rinunciare al suo dialetto, essendo poi «un principe tutto napoletano, ma di altri tempi» assumeva un atteggiamento protettivo verso gli ultimi, i poveri:

«Il suo ideale era quello di governare con un’aristocrazia relegata fra le cariche della corte; una borghesia impaurita e una plebe soddisfatta di aver da vivere, e che lo inneggiasse, perché, Re assoluto e potente, ma familiare e popolano […] Non era italiano, perchè non aveva il sentimento nazionale, né ambizione di conquiste e avventure».

Se il re poteva essere soggetto a critiche per tanti aspetti, era quasi impossibile muovere appunti all’uomo: «Ottimo marito e affettuoso padre di molta prole, temperante in tutto, non si seppe mai che egli tradisse il talamo», ben diversamente da Vittorio Emanuele II. Della prima moglie, Maria Cristina, austera e fredda, morta pochi giorni dopo aver dato alla luce il 16 gennaio 1836 Francesco Maria Leopoldo, il futuro re, Ferdinando soleva dire: «La Regina non è del nostro gusto, ma è una bella donna». Più che una famiglia reale, quella di Ferdinando II sembrava una famiglia dell’alta borghesia napoletana e la tavola reale era del tutto ordinaria, in perfetto stile napoletano, con i maccheroni preferiti e cibi comuni quali « il baccalà, il soffritto, la caponata, la mozzarella, le pizze e i vermicelli al pomodoro». Al principe ereditario, il futuro Francesco II, soprannominato “Lasagna”, era stata inculcata una rigida educazione religiosa, «non viaggi, non conoscenza del mondo, non esercizi del corpo, non amore delle armi, nessuna educazione civile»; un’educazione perfettamente in linea con lo spirito della monarchia borbonica, che illustra e spiega meglio di tanti trattati il comportamento politico tenuto durante gli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie[2].

Michele Eugenio Di Carlo

 

[1] R. DE CESARE (Memor), La fine di un Regno: dal 1855 al 6 settembre 1860, Città di Castello, S. Lapi tipografo-editore, 1895.

[2] Cfr. Ivi, p. 75.

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