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Sandro Siena intervista Umberto Cupertino rapito con Agliana, Stelfio e Quattrocchi

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Sempre sorridente, scherzoso, allegro con tutto e con tutti, interessato alle performance degli atleti che sul ring si stavano alternando in incontri del suo sport preferito, la boxe thailandese. Ma con tanta voglia, quasi bisogno, di parlare di quei lunghissimi 58 giorni di prigionia, con il timore di non poter più riabbracciare i suoi cari.

Ha tanta rabbia in corpo, legata all’esser stato privato di quasi due mesi di vita, legata alle tante brutte parole dette sul suo conto, prima di tutte «mercenario». Ma quando la fanfara dei Bersaglieri ha intonato l'Inno di Mameli, si è messo in disparte e, sull'attenti con la mano sul cuore, ha cantato a squarciagola "…stringiamci a coorte, siam pronti alla morte…"

Umberto Cupertino è stato tra gli ospiti d’onore della «Notte dei guerrieri», meeting internazionale di «thai boxe» tenutosi a San Giovanni Rotondo lo scorso sabato. Sono passati quasi due anni da quando fu rapito da militanti iracheni vicini ad Al Qaeda. La situazione dell'Iraq in quel periodo era molto difficile in quanto il paese era stato liberato da un anno dalla dittatura di Saddam Hussein, ma era tutt'altro che pacificato. L'Italia aveva accettato di far parte della «coalizione dei volonterosi» guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna, ed era presente con più di 3.000 militari in un'operazione di peace keeping e di ricostruzione delle infrastrutture.

In Iraq erano giunte anche decine di migliaia di guardie, assunte da numerose compagnie private per affiancare gli eserciti regolari nelle operazioni di controllo del territorio e per la protezione del personale e delle installazioni civili e militari.

Umberto Cupertino e tre suoi colleghi della «Presidium Corporation» (Maurizio Agliana, Salvatore Stelfio e Fabrizio Quattrocchi), furono rapiti e tenuti prigionieri per 58 giorni, fino alla liberazione avvenuta con un blitz delle forze americane. Ma non per tutti ci fu il ritorno alla libertà. Fabrizio Quattrocchi venne ucciso con un colpo di pistola, ma non prima di aver pronunciato le parole «Vi dimostro come muore un italiano».

«Questo è il mio lutto al cuore —ci ha confessato Cupertino. — E’ successo a lui ma poteva tranquillamente succedere a me o a uno dei miei colleghi. Lui è stato meno fortunato di noi. Sarà stata la sorte, sarà stato qualcosa che hanno recepito male… Perché noi eravamo là per proteggere la ricostruzione di quei luoghi e per tutelare la gente che era andata in Iraq proprio per effettuare questa ricostruzione».

«In quei cinquantotto lunghi, interminabili giorni — ha proseguito Cupertino — la cosa terribile era essere prigionieri di alcune persone in cui non ci si riconosce, che non sai realmente cosa vogliono, che ti accusano di essere chi non sei. La cosa a cui ci si aggrappa di più è la fede. Non potevo parlare con i miei amici, non sempre si riusciva avere un dialogo con i rapitori. In quella situazione tanto anomala quanto precaria, non mi rimaneva che affidarmi alla preghiera e al mio angelo protettore».

«Non so quante volte ho chiesto aiuto a Padre Pio» ha confidato con gli occhi lucidi.

Sandro Siena


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