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Il primo maggio celebra un lavoro precario

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Approssimandosi la ricorrenza del primo maggio, torna spontanea la domanda:- Festeggiare cosa?
Prima di tentare una risposta, qualche riflessione sul lavoro che cambia.

Per rendersene conto basta riflettere sui termini sempre più ricorrenti che, come pubblicità, tempestano le nostre menti, una sorta di rinforzo, condizionamento messo in opera dai gestori della comunicazione.Lavoro a chiamata, lavoro in affitto, lavoro diviso in due, lavoro a progetto, … . Più che di “lavoro”, bisogna che si parli di “lavori”. Il lavoro cambia soprattutto in città, dov’è più visibile la divisione del lavoro e dove i nostri giovani, sottoposti a stressanti, dispendiosi quanto inutili colloqui, passano facilmente da un’attività all’altra, sottoponendosi spesso alla pressione della “circostanza”. A scegliere il lavoro, insomma, non è più il giovane e neanche serve molto la preparazione scolastica, dato che il titolo di studio non garantisce più prestigio, potere e sicurezza economica, come in passato. Insieme alla tipologia, in Italia come nel resto del mondo, cambia anche la struttura dell’occupazione. Sotto questo profilo va evidenziato che, mentre cala la percentuale assoluta degli occupati e la distribuzione degli stessi nei vari settori, sale la disponibilità della “forza lavoro”. La crescita del terziario non sembra contrastare la tendenza. Grazie al miglioramento delle tecnologie e alle ristrutturazioni aziendali, cresce, infatti, solo la produttività, mentre si abbassano il costo del lavoro, il numero degli occupati, la retribuzione dei lavoratori. Gli specialisti parlano, perciò, di “crescita senza occupazione”. Il lavoro”informale” e “nero”, che consente alle aziende risparmiare dal punto di vista contributivo e fiscale, nonché di sfuggire agli obblighi contrattuali, si sta legittimando. La parola d’ordine sembra essere “flessibilità”, accolta e motivata dalle legislazioni nazionali anche filosoficamente, utilizzandola come sinonimo di “libertà”, risposta moderna a chi, troglodita, è ancora legato al “lavoro a vita”. Se è vero che esiste anche un’accezione positiva del termine flessibilità (che consiste nella possibilità del lavoro di “piegarsi”, modellandosi sulle esigenze del lavoratore e della logica aziendale, conciliandole), mi preme qui evidenziare che la parola in questione, di fatto, fa rima con “precarietà”, sfruttamento, progressivo attentato ai diritti dei lavoratori e soprattutto al diritto soggettivo che consente all’individuo di esprimere se stesso nel lavoro, realizzando le proprie aspirazioni. Dunque, affermando che la società impone di dover cambiare lavoro più volte nel corso della vita, di imparare a gestire il cambiamento, di mettere in primo piano la produttività, si nega il diritto della persona a svolgere il lavoro confacente con le proprie attitudini, capacità, interessi, alimentando i fenomeni della spersonalizzazione, della competizione negativa, dell’individualismo; creando i presupposti di una società di persone psicologicamente disturbate, alienate, isolate, emarginate. La flessibilità, in altri termini, fa crescere il disagio, di chi è costretto ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, per non vedersi sottoposto ai “morsi della fame”. La flessibilità, che contrasta il lavoro a tempo indeterminato tarpa le ali ai sogni dei giovani, che non hanno la possibilità di costruire e realizzare progetti per il futuro: mettere alla prova le proprie capacità e conseguire l’indipendenza economica, abbandonare il “nido” e costruire una famiglia propria. La flessibilità, che fa rima anche con “mobilità” e “pendolarità”, costringendo i giovani ad allontanarsi dai rispettivi contesti di vita, uccide, inoltre, gli affetti familiari e recide le proprie radici, ostacolando il processo d’integrazione sociale. La flessibilità, infine, minaccia la solidarietà interna ed esterna alla struttura produttiva, decretando nel primo caso la morte della solidarietà, nell’altro la nascita dell’insicurezza.
La Riforma Biagi, pertanto, seda un lato, sembra avere aperto la possibilità d’incrementare l’occupazione, dall’altro ha concorso a precarizzare e quindi ad indebolire la condizione del potere contrattuale e dei lavoratori. Mi sembra di poter concludere affermando che con il primo maggio si voglia celebrare in molti casi un lavoro precario, un lavoro che produce insicurezza, emarginazione, alienazione e che, di fronte a questo scenario, che vede scendere in campo la globalizzazione con gli annessi fenomeni della privatizzazione-deregolamentazione-destatalizzazione e delocalizzazione- i sindacati, i politici, gli intellettuali e gli stessi lavoratori non possano restare a guardare.

Leonarda Crisetti