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Reportage dell’apertura del Carpino Folk Festival 07

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Scoprire l'Italia. Inchieste e documentari degli anni '50, di Mirko Grasso
di Amedeo Trezza.

Alan Lomax in Salento, le fotografie del 1954, presentazione di Luigi
Chiriatti

"Immagini e in bianco e nero: paesaggi, chiese, strade, bambini, volti di
donne e uomini che sorridono e cantano intorno a un microfono, oppure
mentre lavorano il tabacco o cazzanu (spaccano) le pietre. È il Salento
che Lomax fotografa nel 1954, quando con Carpitella va in giro a
registrare le melodie e i canti di questa parte d'Italia. [.] Nelle
immagini di Alan Lomax paesaggio, uomini e donne si incrociano e si
raccontano, nella loro bellezza estetica e nella loro miseria".
A leggere queste prime ed ultime parole dell'intervento di Luigi Chiriatti
nella prima parte del testo presentato ieri sera dal titolo Alan Lomax in
Salento, le fotografie del 1954 sembra quasi di ascoltare invece un
commento a caldo appena terminata la proiezione dei due documentari (Fata
Morgana di Lino del Fra e Li mali mistieri di Gianfranco Mingozzi) a
corredo del lavoro di Mirko Grasso dal titolo Scoprire l'Italia. Inchieste
e documentari degli anni '50.
Ciò che sembra emergere infatti da quei paesaggi e da quei volti trasmessi
attraverso un codice visivo in bianco e nero, sebbene proiezioni
istantanee e immobili di un mondo altro, è la messa in movimento di una
realtà pur dinamica nel suo essere stata se stessa e l'apertura ad una
condivisione di stimoli che appartiene invece alla dinamicità delle
immagini in movimento dei due documentari.
Tra i due tipi di testi visivi (accompagnati da altrettanti testi scritti)
c'è una linea di frattura drammatica, quella dell'emigrazione: mentre le
foto di Lomax ci raccontano di una realtà contadina, perlopiù femminile,
emarginata e lasciata nelle retrovie del progresso, nel Sud dimenticato e
muto degli anni cinquanta, i due filmati ci fanno vedere come invece
proprio i compaesani di quei volti fotografati in bianco e nero, strappati
dalla loro terra, hanno rincorso la chimera di un progresso solo promesso.
Una linea di frattura dunque che può diventare però una linea di sutura
tra comunità dimenticate nelle amare arsure meridionali e comunità
emigrate nelle lande fumose e umide della pianura padana, in neo-periferie
industriali malsane e abbandonate dalla società civile, ma che proprio
quella società civile ha saputo così ben prevedere e predisporre. E
propriamente la sutura consiste nella constatazione del medesimo stato
d'indigenza in cui sembrano versare tutti, chi va al Nord e chi resta al
Sud, sia pur per motivi differenti: una continuità di stati di miseria che
sembra accompagnare l'uomo meridionale ovunque egli vada.
Nonostante la presa di distanza che fonda oggi ogni nostro atteggiamento
critico nei confronti di questi documenti ridonati finalmente alla memoria
ed alla luce del sole, quello stato d'indigenza comune per diversi aspetti
tanto agli emigranti quanto a chi decide di non andar via dal proprio
paese d'origine, persiste ancor oggi, anche se in forme differenti. La
fuga di braccia e di cervelli, dal Sud come dall'Italia intera, non è
diminuita: assistiamo senza scandalo alcuno ogni giorno alla dipartita dei
nostri giovani e meno giovani verso regioni d'Italia e d'Europa in cerca
di lavoro, di ricchezza o soltanto di soddisfazioni professionali
altrimenti negate. E non ce ne scandalizziamo.
Se pure la retorica del Ventennio ha drogato e drogava le immagini del
nostro paese che transitavano dai mass media di allora, la retorica
altrettanto autoritaria che le ha fatto seguito a guerra conclusa, tanto
del mito del potere della classe operaia da un lato quanto del liberalismo
di marca capitalista a stelle e strisce dall'altro, non ha saputo far
molto di meglio. Se infatti siamo qui a vedere questi documentari,
meritoriamente realizzati in stato di democrazia ma poi tenuti lì lontani
dalla sensibilità collettiva, ci sarà un motivo. Se appaiono in qualche
modo inediti e degni perciò di menzione addirittura attraverso due
pubblicazioni, ciò sta a significare che al grande pubblico non sono mai
efficacemente arrivati, che non sono mai stati sdoganati.
Questa di ieri mi sembra essere stata, invece, un buona mossa proprio in
tal senso.
Amedeo Trezza – Ufficio Stampa Carpino Folk Festival


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