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Il Venditore di Complotti

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Con tutta la stima e l’affetto per il grande comico bisogna avvisare l'e­cologista Beppe Grillo che sta imboccando ad alta velocità una strada pericolosa, assai trafficata e inquinante, disse­minata di abusi linguistici e di­scariche emotive, quella di un bolso populismo.

 L'ultima tro­vata dell'escalation grillesca è il lancio di una specie di bollino di garanzia o marchio Doc per le liste civiche comunali, a pat­to che rispettino le regole detta­te dall'attore. In primis, la non iscrizione ai partiti dei candi­dati e la fedina penale immaco­lata. Il bollino Grillo si chiamerà “certificato di trasparenza”. E' una questione di parole e di sostanza. Il “Vaffa day” ri­mandava a una volgarità rea­zionaria ma tutto sommato inoffensiva. Il “certificato di trasparenza” suona decisa­mente sinistro, da piccolo Grande Fratello. Quanto alla sostanza, siamo alla solita attraen­te sintesi di astratti furori, buonsensismo e inutilità, già sperimentata con successo nel “Vaffa”. Le due principali pro­poste di legge di Grillo erano, lo ricordiamo, il divieto di candi­dare alle elezioni condannati in primo grado e il limite di due mandati per i parlamentari. La prima proposta, oltre che inco­stituzionale, ove interessasse, rappresenta una resa avvilente della democrazia. In una demo­crazia non c'è bisogno di leggi per impedire ai criminali di es­sere eletti. Dovrebbe bastare la libera volontà del popolo. Que­sto giornale (Repubblica ndr), prima di Grillo, ha denunciato la presenza di venti­cinque condannati in via definit­iva in parlamento e di due pre­giudicati, gli onorevoli Cirino Pomicino e Alfredo Vito, nella commissione antimafia. Ma a quel punto la parola spetta al giudizio di lettori ed elettori. Se gli italiani continuano a eleggere certa gente, la colpa non può essere sempre dei partiti. E’ sol­tanto dell' effetto di una pessima legge elettorale, il “porcellum”, dice Grillo. Sarà. Ma quando c'erano le preferenze o i collegi spesso ha vinto Barabba e i pre­giudicati in Parlamento erano il doppio e il triplo. Il limite del se­condo mandato è un'altra ricet­ta facile quanto inutile, se non cambia il costume etico, il seg­gio tolto all'originale andrebbe ai figli, nipoti e portaborse del medesimo, con dubbio vantag­gio. Il “Grillo Doc” sulle liste civi­che composte da non iscritti ai partiti e incensurati è un'altra parola d'ordine vecchia come il cucco, la stessa usata, per dire, dai protoleghisti veneti negli anni Ottanta, i padri del Gentili­ni sindaco sceriffo di Treviso. Beppe Grillo ha grandi meriti da artista e da uomo d'informa­zione. Ha anticipato lo scanda­lo Parmalat e raccontato per an­ni un pezzo di potere che quasi nessuno, sui media, ha saputo o voluto raccontare al pubblico. Per questo la svolta da predica­tore è ancora più imbarazzante. Si è messo anche lui in fila a ven­dere complotti. La vendita di complotti è un'attività semplice e redditi­zia. Piace molto al pubblico per­ché lava i peccati del mondo. E' bello farsi raccontare da Grillo che i motori all'idrogeno sono pronti ed è soltanto la volontà assassina di tre o quattro petro­lieri a impedirne il commercio. E' una bufala scientifica ma ci permette di tornare a casa sulla Suv senza sensi di colpa. Il pub­blico americano ha arricchito qualsiasi teorico del complotto intorno all' 11 settembre, per quanto ridicole fossero le prove concrete. Michael Moore è di­ventato un divo spiegando che le guerre in Medioriente sono il frutto di un piano studiato a ta­volino da due famiglie, Bush e Bin Laden. Purtroppo il vero complotto è ordito dai due terzi della popolazione statunitense, duecento milioni di persone, che si ostinano a consumare ogni anno un terzo delle merci mondiali, senza neppure riusci­re a pagarle, e dieci volte l'ener­gia usata dal miliardo e trecento milioni di cinesi. Hanno enor­me successo i romanzi sulla ma­fia che narrano di spietati padri­ni e ignobili protettori politici. Ma da Falcone e Borsellino in poi si sa benissimo che il proble­ma della mafia non sono i clan ma la borghesia mafiosa. Nes­suna oligarchia, per quanto spietata, può reggere a lungo senza intercettare grandi flussi di consenso. Naturalmente, guai a citare le responsabilità collettive. Dai tempi di Savonarola fino a Mani Pulite, quando lo sguardo mo­realizzatore si sposta dagli oligar­chi ai comportamenti di massa, gli ex piagnoni, indignati o vaf­fanculanti allestiscono in fretta forche e roghi e vi arrostiscono in allegria gli ex paladini. E' certo una magnifica conso­lazione constatare che oggi il mercato del complotto stia nel­le mani di personaggi dello show business piuttosto che nelle grinfie di leader carismati­ci. Con la vendita dei complotti oggi Moore o Dan Brown pro­ducono ricche royalties. Nel se­colo scorso i grandi inventori di trame planetarie, come Musso­lini, Hitler, Stalin, Mao o Pol Pot, hanno prodotto decine di milio­ni di morti. Ma l'etica pubblica è un patto fra cittadini che non s'inventa con uno slogan o una trovata. Si costruisce col lavoro di ogni giorno, con l'informazione, il coraggio, a volte l'ironia. Con tutto ciò che Beppe Grillo ha sparso per l'Italia per anni, pri­ma d'infilare questa brutta, ba­nale scorciatoia.

 

Curzio Maltese

Da Repubblica

(17/09/2007)

 


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