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Fantocci, travestimenti e giochi. Il Carnevale dei nostri nonni…

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Il Carnevale è una festa unica quanto a colori e divertimento. Ma a seconda dei paesi, assume peculiarità particolari. Pubblichiamo, di seguito, una ricerca sul campo degli studenti della II B Igea dell’Istituto di Istruzione superiore  “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico,  coordinata dalla prof.ssa Teresa Rauzino, e  pubblicata sul quotidiano “L’Attacco” del 31 gennaio 2008.
Natale, Capodanno e l’Epifania erano ormai un ricordo piacevole, che si perdeva negli occhi e nell’immaginario dei bambini. Il Carnevale era la festa che giungeva dopo quella di Sant’Antonio d’Abate. Si dice che avesse la barba bianca e il porcellino roseo, la sua festa veniva prima della Quaresima. Durante il periodo che precedeva il Carnevale si mangiava la carne di maiale arrostita. Il giorno di Carnevale, le tavole erano piene di cibo e dolci fritti come le cosiddette “chiacchiere” insieme al piatto tipico di questa festa gli “strascinati con il sugo” e il tutto accompagnato dal buon vino paesano. Inoltre, la tradizione per questo giorno prevedeva la preparazione di un fantoccio che poi veniva bruciato tra le fiamme, il quale simboleggiava il “vecchio e l’inizio di qualcosa di nuovo”. Altri fantocci venivano utilizzati per “colorare” le strade principali del paese. Il pomeriggio sfilavano i carri, insieme alle donne che si travestivano da uomini e viceversa, poi altri gruppi che rappresentavano le varie stagioni e frutti tipici. La festa continuava nelle case di alcuni amici, dove si giocava all’ “ove accis” ovvero si usava bendare un bambino e questi doveva cercare l’uovo e colpirlo e mangiarlo. Questo gioco simboleggiava il lungo periodo di astinenza dopo il cibo abbondante di Carnevale.
Girolama D’Avolio

IL CARNEVALE A RODI GARGANICO

Molti anni fa, il Carnevale veniva festeggiato in maniera molto diversa da oggi, non c’erano carri, e le maschere erano molto diverse. Qualche domenica prima le ragazze usavano vestirsi da pastorella, campagnola, zingara, e gli uomini solitamente da donne. La sera si andava mascherati per le case dei parenti dove si ballava e ci si divertiva. Si mangiavano salsicce, carne di maiale, ma si preparavano anche pizzette fritte, mandorle con cioccolata, scartellate, taralli di patate e “chiacchiere”. Una delle tradizioni era il Carnevaletto, chiamato così perché veniva fatto dopo il Carnevale. Consisteva nell’appendere a un palo la cosiddetta “pignata”. Ogni persona mascherata veniva bendata e con un bastone dovevano colpire e rompere il coccio riempito di cioccolatini e caramelle e a volte anche soldi. Chi riusciva, prendeva tutti i dolci.
Lucia Delle Fave

IL CARNEVALE A CARPINO

Quando arrivava il Carnevale era una nuova festa da fare, con amici e parenti! Le donne si travestivano da uomini: indossavano pantaloni, camicie e berretti dei propri mariti o dei propri padri, sopra, come giacca si usava mettere la cappa… gli uomini si travestivano invece da donna, mettevano anche loro gonne e giacche delle proprie mogli o dalle proprie madri. Vestivano anche gli asini e cavalli e giravano per il paese con i bambini!
L’ultimo giorno di Carnevale si usava fare due fantocci di pezza con davanti una tavola, un piatto e la fiaschetta di vino per far ubriacare l’uomo… alla sua morte tutte le donne andavano dietro il morto urlando e piangendo.
Maddalena di Nunzio

Chiedendo ai miei nonni dell’ultimo giorno di Carnevale, le loro usanze erano: le donne si travestivano da uomini e viceversa. Arrivati nel punto d’incontro, prendevano un enorme pupazzo di pezza, dove all’interno c’era della paglia, che preparavano nei giorni precedenti, lo caricavano su di un asino, e tutti insieme improvvisavano un corteo. La gente seguiva quel pupazzo piangendo e strillando “è mort tatt rann” e creava un gran caos fino a tarda sera. Alla fine della serata questo fantoccio veniva bruciato, mentre si beveva e si ballava.
Angelo Mitrione

IL CARNEVALE A ISCHITELLA

La festa del Carnevale era una festa molto attesa soprattutto dai bambini. Ci si vestiva mascherati con vestiti cuciti a mano; questi vestiti si chiamavano “i scic e sciuc”. Una volta che si usciva mascherati, si giravano tutte le case del paese e si festeggiava con parenti e amici. Poi in piazza veniva messo un fantoccio fatto di pezza e lo si travestiva da donna, o seduto ad un tavolo con del buon vino paesano. Nel pomeriggio, tutti gli abitanti del paese sfilavano con vestiti che rappresentavano i mesi dell’anno (ad esempio: marzo con i fiori, maggio con le ciliegie… ). E per finire, la sera ci si riuniva tutti insieme, e quando si finiva di mangiare si giocava all’ ”ov accis”. Prima di colpire l’uovo, si facevano vari scherzi per divertirsi un po’ anche come dicevano i detti antichi: “A Carnevale ogni scherzo vale”.
Maria Consiglia Coco Piccolo

E ALL’IMBRUNIRE ARRIVAVANO LE FIAMME, CHE SEGNAVANO LA MORTE DEL CARNEVALE E L’ARRIVO DELLA QUARESIMA

A Peschici ogni quartiere preparava il suo fantoccio di Carnevale, si usava paglia, carta e abiti, i più malandati che ci fossero in circolazione. La mattina di martedì, ultimo giorno di Carnevale, tutti i fantocci, vestiti di tutto punto, con in braccio l'immancabile bottiglione di vino, venivano appesi ai crocevia, sostenuti da robuste corde. Dopo aver mangiato e bevuto, ci si mascherava e si girava in gruppo per il paese; non mancava chi si improvvisava attore e si esibiva in scenette umoristiche. Fra le drammatizzazioni, degna di nota era “l’Operazione”, un vero e proprio intervento chirurgico cui veniva sottoposto Carnevale. Si preparava un fantoccio nella cui pancia si metteva di tutto, scarpe vecchie, cipolle, corde, patate, ecc., lo si caricava su di un asino al cui seguito c’era un chirurgo, accompagnato da un corteo di gente mascherata da madre, moglie, figli e parenti di Carnevale. Il dottore tagliava la pancia del pupazzo e ne estraeva stracci, indumenti, verdure: solo alla fine estraeva il gigantesco maccherone che aveva provocato l’indigestione del signor Carnevale. Durante l'operazione, la gente che si ammassava intorno cantava lo stornello “Il piede del porco”. L’Operazione veniva ripetuta in diverse strade del paese, accompagnata da urla, frastuono e risate degli astanti. All’imbrunire, l’asino con il suo carico e tutto il seguito si dirigevano verso il Castello, dove il fantoccio di Carnevale veniva gettato in mare dalla Rupe antistante. I Carnevali appesi nei vicoli, invece, venivano bruciati. Le alte fiamme illuminavano la notte, segnando l’avvento della Quaresima.

Teresa Rauzino


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