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QUARTIERI NUOVI, UN VERO DISASTRO!

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Stiamo commettendo gli stessi errori dell’InghilterraCaratteristica secolare delle nostre città era la loro «trasformazione lenta».
Le case sono state demolite e ricostruite innumerevoli volte, nascondendo le tracce delle trasformazioni.
Negli ultimi decenni, però, i segni delle trasformazioni sono evidenti, rapidi e violenti. Anche in Capitanata. Soprattutto a Foggia e a San Severo.
Si stimola lo sviluppo delle «aree periferiche», si demolisce poco per poi ricostruire, si riduce la densità della popolazione dentro il «vecchio centro».
Si costruiscono interi «quartieri nuovi», che ricalcano – sia pure in scala ridotta – il modello inglese.
Harlow e Crawley, le famose «città nuove» sorte attorno a Londra, evidentemente non hanno insegnato abbastanza.
Non ci dimentichiamo che a criticare il «New Towns Act», la legge per le «città nuove» del 1946, furono gli stessi inglesi.
Ma cosa avrebbe dovuto insegnare l’esperienza inglese?
Innanzi tutto, lo squilibrio nella struttura della popolazione dal punto di vista dell’età: in linea generale, la popolazione dei «quartieri nuovi» è troppo «giovane».
Questo fenomeno impressionante è dovuto al fatto che la popolazione che si sposta per sistemarsi in un «quartiere nuovo» è costituita, per la maggior parte, da giovani coppie con bambini piccoli e, solo in parte minore, da coppie di anziani con figli grandi o senza figli.
Tale fatto provoca effetti di «forte squilibrio».
Insegna la storia di Harlow e Crawley che, in un primo tempo, c’era una domanda sproporzionata di attrezzature sociali per l’infanzia, con asili nido e scuole materne; dopo 5-10 anni, questa domanda si è sgonfiata, mentre è cresciuta, in misura esponenziale, quella per le scuole elementari e medie; in un terzo tempo, dopo 15-20 anni, quelli che erano bambini all’epoca di costruzione delle «città nuove» hanno prodotto una domanda di nuovi alloggi, nella misura in cui hanno lasciato la famiglia di origine e si sono sposati.
Col tempo, la struttura dell’età dei gruppi familiari tende a stabilizzarsi, ma, in Inghilterra, è stato calcolato che in una «città nuova» (lo stesso può dirsi per un grande «quartiere nuovo» di periferia) occorrono più di 75 anni per raggiungere uno «stato di equilibrio».
Già, l’equilibrio. Il crescere in un «quartiere nuovo», caratterizzato da una scarsa presenza di anziani, accresce i conflitti fra le generazioni, accelera l’evoluzione dei comportamenti, modifica troppo rapidamente il senso comune di intendere le cose, cancella le tradizioni. A testimoniarcelo, è sempre l’esperienza di Harlow e Crawley.
E’ vero. Nonostante i discussi risultati del «New Towns Act», la politica inglese del 1946 non è, nella sostanza, cambiata, anche perché, dopo sessant’anni, sarebbe piuttosto difficile trovare strade completamente nuove.
Ma, in Italia, siamo ancora in tempo a non sconvolgere del tutto quello che, per secoli, è stato l’armonioso sviluppo delle nostre città e della nostra società.
Tra demolizioni e ricostruzioni di case, tra strade tracciate, cancellate e ancora tracciate, le nostre città hanno risposto adeguatamente ai bisogni insorti nel tempo, senza lasciare i segni delle loro trasformazioni.
Un modello, il nostro, che tutto il mondo ha cercato affannosamente di imitare e che oggi – chissà perché – i nostri politici ed i nostri urbanisti non sanno più ripetere.  

Alfonso Masselli


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