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Padre Pio la sfida dei documenti

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Dibattiti: “L’Ultimo sospetto” di Andrea Tornelli e Saverio Gaeta riapre la polemica sul frate delle stigmate: santo o “piccolo chimico”?Sottoposto ad esame da “semplici” (ma agguerriti) croni­sti, il professore non supera la prova e viene invitato a ri­presentarsi con maggiore umiltà e preparazione, nonché con oggettivi­tà da studioso vero e non di parte.
Questa sembrerebbe la conclusio­ne – solo per ora, s'intende, il con­fronto continuerà – da trarre dopo la lettura di Padre Pio. L'ultimo so­spetto, sottotitolo La verità sul frate delle stimmate (Piemme, pp. 240, €14,90). Gli autori sono Andrea Tor­nielli, vaticanista de il Giornale e Sa­verio Gaeta, caporedattore di Fami­glia Cristiana: due «devoti», come li chiama ironicamente il loro
antago­nista, ma che, al di là delle convinzio­ni personali, intendono restare sempre e solo sul suo stesso terreno. Quello, cioè, dei fatti documentati. E, proprio qui, i due danno un giudi­zio severo del lavoro di Sergio Luz­zatto, quel Padre Pio.Miracoli e poli­tica nell'Italia del Novecento (Einau­di, pp.VIII-419g, € 24) che lo scorso autunno ha sconcertato il mondo, sterminato e interclassista, dei devo­ti di padre Pio. Nonostante le dichiarazioni dell'autore di non aver voluto accanirsi su un Santo tanto venerato, i «titolet­ti sarcastici all'interno dei capitoli», dicono Gaeta e Tornielli, rivelano le sue vere intenzioni: «Padre Pio vie­ne definito "il piccolo chimico", "un mistico da clinica psichiatrica", "il cappuccino volante", "il santo dei de­latori", un "portatore di stigmate lit­torie" e in altri modi altrettanto bef­fardi». Sin qui siamo, comunque, al­l'interno di una pur sempre rispetta­bile libertà di ricerca e di giudizio; ma non sarebbero da rispettare, ben­sì da denunciare come grave colpa in un cattedratico universitario, me­todi che vengono giudicati inaccetta­bili.
Innanzitutto, ciò che additano i lue giornalisti (in realtà, ciascuno con libri di storia alle spalle) è la supponenza­ di Luzzato che, sin dalla copertina del suo saggio, dice cose molto impegnative: «Credevamo di sapere già tutto su padre Pio. E inve­ce non sapevamo quasi niente. Pri­ma di questa ricerca la figura del cap­puccino con le stigmate era vincola­ta soltanto alla fede degli uni, alla in­credulità degli altri». Dopo la pre­messa, l'annuncio di liberazione: «Adesso, grazie al monumentale sca­vo archivistico su cui si basa questo libro, padre Pio viene finalmente consegnato alla storia del ventesimo secolo».
Insomma: prima del professore, spazzatura devozionale o sensaziona­lismo giornalistico, ma ben poche tracce di serie indagini da professio­nista. Ma ora, finalmente, «le carte dell'archivio dell'ex-Sant'Uffizio ven­gono utilizzate per la prima volta». Questo, denunciano Gaeta-Tornielli, è millantato credito: innanzitutto perché quelle carte, nessuna esclusa, sono state esaminate, vagliate, di­scusse per i processi, prima di beatifi­cazione e poi di canonizzazione. Ma c'è di più: i due giornalisti, muniti di una semplice lettera di presentazio­ne, hanno potuto accedere agli stessi archivi, presentati come inaccessibi­li e violati per la prima volta. Tanto che il postulatore della causa di pa­dre Pio, commentando il libro di Luz­zatto ha detto, sorpreso più ancora che seccato: «Tutto quello che è sta­to spacciato come inedito o come ri­velazione era già abbondantemente conosciuto e ampiamente chiarito durante il processo. In caso contra­rio, padre Pio non avrebbe mai potu­to essere elevato agli altari». Da qui, l'accusa maggiore che Gae­ta e Tornielli rivolgono allo storico, al di là di imprecisioni e sviste che pure, dicono, abbondano. «Luzzatto ha lavorato come chi – dopo la de­terminazione dell'innocenza di un indagato da parte della Cassazione – ripescasse gli indizi raccolti nel processo di primo grado per cercare di processare di nuovo il prosciol­to». Lo storico, dunque, sembravo, voler ripartire da capo: ignora il lavoro di decenni da parte di commissioni mediche, di periti vari, di storici, ri­torna indietro e si ferma ai primi so­spetti, presentandoli come gravi ca­pi di imputazione, incurante delle successive spiegazioni.
Tra i punti disputati, centrale re­sta ovviamente quello della origine delle stimmate: segno soprannatura­le? Somatismo isterico? Truffa preor­dinata e continuata per ben mezzo secolo? All'uscita del libro di Luzzat­to i giornali hanno dato risalto, co­m'è ovvio, all'ombra inquietante di un padre Pio «piccolo chimico» (co­me lo chiama lo storico), in un con­vento dove circolavano «bottigliette e bottiglioni di acido fenico» e «pac­chetti di polvere di veratrina». I de­voti sono restati sconcertati, pensan­do a un clamoroso smascheramen­to, mentre invece Gaeta e Tornielli – dossier alla mano – non sembra­no avere difficoltà a ricostruire co­me sarebbero andate davvero le co­se. Una ricostruzione che ha convin­to le severe commissioni del proces­so di beatificazione, le quali avevano a disposizione non solo i documenti utilizzati da Luzzatto, ma anche altri da lui omessi in quanto non rientra­vano nella sua linea interpretativa. Linea della quale fa certamente par­te – come indica lo stesso sottotito­lo del libro – una speciale attenzio­ne alla politica. Luzzatto, dicono i suoi due contraddittori – come molti suoi colleghi – ha assorbito l'ideologia prevalente sino a poco fa: tutto, dunque, è da lui ridotto a cate­gorie politiche, economiche, sociali. Lo sforzo di presentare padre Pio come un'icona del clerico-fascismo porterebbe a una deformazione del­la sua figura per la quale, invece, as­solutamente prioritaria è quella di­mensione sinceramente religiosa che qui verrebbe svilita. A1 proposi­to, è davvero sorprendente quanto Gaeta e Tornielli denunciano circa la manipolazione dei sanguinosi mo­ti di piazza avvenuti nel 192o a San Giovanni Rotondo. Alla fine della loro arringa, Gaeta e Tornielli lanciano una sorta di sfi­da: «Ci siamo proposti di fare chia­rezza, esaminando tutte le obiezioni contro la santità di Padre Pio. Alla prova dei fatti, nessuna ha resisti­to». La parola, ora, spetta di nuovo a Sergio Luzzatto. Dopo novant'anni di polemiche la bagarre sul «frate con le stimmate» non ha alcuna in­tenzione di placarsi. Cosa scontata, del resto, per chi, dai suoi devoti, è stato considerato una sorta di miste­rioso alter Christus.

Vittorio Messori

La devozione non c’entra nulla con la storia

Gli alfabeti servono a co­municare le lingue. Le lingue servono per capirsi. Ma quando si comunica con alfabeti diversi, quando ci si parla in lingue differenti, non può esserci dialogo. O può esserci, tutt’al più, un proverbiale dialogo tra sordi. Sia il libro che Saverio Gaeta e Andrea Tornelli hanno creduto di dedicare alla confutazione del mio Padre Pio, sia la recensione di quel libro firmata da Vittorio Messori parlano un alfabeto chiaro, una linga riconoscibile. L'alfabeto è quel­lo dell'ortodossia cattolica. La lingua è quella della devozione. L'uno e l'altra sono cose rispettabi­lissime: ma né l'uno né l'altra costi­tuiscono l'alfabeto e la lingua di uno storico.
Contrariamente a quanto pensa­no Gaeta, Tornielli e Messori, lo storico non è un giudice. Il suo compito non è quello di vagliare (sono parole loro) <<l'innocenza di un indagato>> oppure la sua colpe­volezza, di pronunciarsi su «capi d'imputazione», di <<lanciare nuovamente nuovamente sospetti sull’ex inquisito­ ormai prosciolto>>. Lo storico non frequenta il passato come l'aula di un tribunale. Nelle quattrocento pagine del mio Padre Pio, come in qualunque libro di storia degno di questo nome, il lettore non trove­rà una sola frase che ponga il pro­blema in tali termini. Non troverà una sola riga che valga da pronun­ciamento sulla vera o sulla falsa santità di Padre Pio. Non troverà una sola parola che valga da sen­tenza sulla verità o sulla falsità del­le stigmate e dei miracoli. A differenza dello storica, gli agiografi hanno loro sì una verità giudiziaria da dimostrare. Che sia­no sacerdoti, come i postulatori di una causa di beatificazione, o che siano storici dilettanti, come i gior­nalisti Gaeta e Tornielli, loro sì de­vono esprimersi in termini di accu­sa o di proscioglimento, di inno­cenza o di colpevolezza, di santità o di impostura. E per farlo, gli agiografi sono spesso costretti a commettere quello che è stato definito il pecca­to capitale del buono storico: il peccato di anacronismo. Devono usare (Gaeta e Tornielli lo fanno continuamente nel loro libro) te­stimonianze raccolte negli anni Settanta, o negli anni Novanta, o nel 2007, per ricostruire eventi ri­salenti agli anni Venti o agli anni Trenta del Novecento. Insomma devono pasticciare con le fonti, sa­lendo e scendendo dalla macchi­na del tempo, confondendo la me­moria con la storia, per dimostra­re quanto hanno deciso fin dall'inizio di credere. Quando sono pieni di buona vo­lontà, come lo sono Gaeta e Tor­nielli, gli agiografi possono finire addirittura per penetrare in un ar­chivio come quello del Sant'Uffi­zio, e possono consultare essi stes­si le carte che il Vaticano ha reso disponibili agli studiosi. Possono scrivere libri religiosa­mente appassionati, come questo che tanto ha convinto Vittorio Mes­sori. Ma gli agiografi restano degli stranieri nel mondo della storia. Si affannano intorno a un alfabeto che non capiscono. Scimmiottano una lingua che non sanno parlare.

Sergio Luzzato


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