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L’EUROPA HA SOTTOVALUTATO LA CINA

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E sta continuando a farlo.Oggi si vuole far credere che il «fenomeno economico cinese» sia sorto come un fungo. Da un giorno all’altro. In maniera del tutto inaspettata. Il che giustificherebbe la «impreparazione» non solo italiana ma di tutto il vecchio continente.
Le cose non stanno affatto in questi termini.
Già agli inizi degli anni ottanta del secolo scorso, la Repubblica Popolare Cinese iniziò a produrre la sua versione di «capitalismo». Creò, infatti, quattro «isole economiche»: Zhubai, Shantou, Xiamen e Shenzhen, promettendo agli investitori (orientali ma anche americani) manodopera a buon mercato, terreni a prezzi stracciati ed incentivi fiscali da capogiro.
In tal modo, la Cina si propose due obiettivi: uno economico e l’altro politico.
Sotto il profilo economico, le quattro «isole» rappresentavano dei veri e propri laboratori, in cui Pechino «sperimentò» il profitto.
Dal punto di vista politico, invece, la Cina fece un semplice calcolo: mancavano, all’epoca, circa quindici anni alla scadenza, per l’Inghilterra, dell’affitto della gran parte del territorio di Hong Kong; le quattro «isole» avrebbero, quindi, preparato il terreno per il recupero della colonia inglese da parte della Cina.
Affermava, in quegli anni, Owen Nee, un avvocato americano residente a Hong Kong ed attento osservatore delle questioni cinesi: «Pechino vuole le zone per dimostrare al capitale straniero che sotto la sua sovranità possono coesistere sistemi economici di tipo diverso».
La Cina di quegli anni, poi, concesse agli investitori il diritto di licenziare gli operai poco attivi e di usare incentivi in denaro per spronare gli altri. Tutti gli operai venivano, infatti, pagati sulla base del rendimento.
In pochi anni, Shenzhen, da zona prevalentemente agricola, divenne un gigantesco «comparto industriale», capace di fornire, a buon mercato, prodotti per l’esportazione.
Scriveva il «Quotidiano del Popolo», organo ufficiale del partito comunista cinese: «Ciò che fanno a Hong Kong possiamo farlo altrettanto bene, se non meglio, qui a Shenzhen».
Numerose grandi fabbriche nacquero, in quel tempo, a Shekou, la più prolifera area industriale di Shenzhen. Addirittura un’acciaieria, che vedeva la partecipazione di un’impresa statunitense. Ma anche una grande fabbrica di mangimi per animali, costruita dall’americana «Continental Grain Co.», che, con alcune imprese tailandesi, investì diversi milioni di dollari.
Nei primi anni ottanta, nella sola Shanzhen, sono stati, infatti, investiti (dagli americani ma anche dagli industriali cinesi di Hong Kong) oltre trecento milioni di dollari.
E, mentre accadeva tutto questo, noi europei dov’eravamo?
Negli ultimi anni, attesi gli eccessivi costi di produzione, abbiamo sostanzialmente ripiegato sul «commercio» (di prodotti e servizi). Ma, se non vogliamo perdere anche quest’ultima espressione economica, dobbiamo fronteggiare seriamente le attuali «minacce» orientali, sempre più incalzanti.
In passato, più e più volte le società giapponesi hanno sconfitto commercialmente quelle europee con nuovi prodotti basati su tecnologie messe a punto in Europa. Ma allora (negli anni ottanta) non siamo stati a guardare: la CEE impose, infatti, «pesanti» dazi doganali su giradischi ad alta fedeltà di marca giapponese che sfruttavano il principio del «laeser», usato, per la prima volta, dal gigante olandese Philips.
Un precedente che dovrebbe far scuola. Ma – stranamente – nessuno lo ricorda.

Alfonso Masselli


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