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La Pasqua a Ischitella e Carpino al tempo dei nonni

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Tecchete à palme e facim pace
 non è temp d stà lite
 sonne e turche e fanne a pace
 tecchete a palme e facime pace!”.
Eccoti la palma: facciamo pace
 Non è tempo di stare in disaccordo
 Persino i Turchi fanno pace
 Eccoti la palma: facciamo pace!
 
 
Queste erano le parole che si pronunciavano quando si scambiavano le palme, in quanto la festa era, ed è ritenuta, un giorno di pace e di scambi. Donare il rametto d’ulivo benedetto significava far regnare la pace. La sera del sabato, tutti i contadini tornavano dalle campagne con fasci di rami d’ulivo, e la domenica mattina i bambini, con i rametti sulle spalle, si recavano in Chiesa per farli benedire dal sacerdote. Questo rito voleva ricordare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, ma il significato del rito non era compreso dai bambini per i quali il senso immediato era quello di “spartire” le palme per avere in cambio dei soldi o dei dolcetti. Infatti era un giorno di grossi “guadagni” perché in ogni casa in cui si recavano, ricevevano regali. Il giorno seguente, i contadini riportavano i rami benedetti nella campagna e li piantavano simbolicamente, per propiziarsi il futuro raccolto, tra gli ulivi e tra il grano in erba.
 Oggi i bambini non vanno più per le case, ma si scambiano solo il rametto d’ulivo.
 La festa religiosa, detta “settimana santa”, di solito, veniva seguita con spirito di fede dagli adulti e larga partecipazione dei piccoli: erano giorni d’attesa prima della grande festa primaverile. Sin dal giorno delle Ceneri, ci si preparava alla Pasqua seguendo funzioni religiose quotidiane. L’arciprete invitava dei predicatori che, con le loro belle parole, attiravano in Chiesa tutta la comunità cristiana.
 Per tutta la Quaresima non si mangiava la carne e le “guiccerie” (macellerie) restavano chiuse fino al sabato santo, giorno in cui si esponevano gli agnelli e le persone potevano andare a comprare la carne per il giorno di Pasqua e per la Pasquetta. Durante la settimana santa, in ogni casa le donne erano impegnate nella preparazione di dolci pasquali che si sarebbero consumati dopo la cerimonia della Resurrezione. Si preparavano ciambelle, friselle (taralli con farina, zucchero e anice e i cacciandoli (taralli a treccia con uovo intero sopra ). Erano questi i dolci che il giorno di Pasqua i bambini portavano orgogliosi, infilati al braccio, in Chiesa, per poi assaporarli dopo la benedizione. Oggi non si fanno più perché sono stati sostituiti dalle uova di cioccolato.
 Oltre a questi dolci, la cosa più buona che si preparava era “ù cavicione”, una pizza rustica ripiena che sarebbe servita come pranzo per il venerdì santo, giorno in cui solitamente non si cucinava in segno di lutto per la morte del Signore. 
 I ragazzi intanto avevano già pronti i “turr”, cioè le “tocchere” costruite da loro stessi per annunciare le funzioni sacre al posto delle campane legate dal giovedì santo fino al sabato mattina.
 La sera del giovedì, c’era la visita ai sepolcri: ci si andava in tutte le chiese, procedendo in assoluto silenzio e in pieno raccoglimento.
 Il venerdì santo, dopo le funzioni religiose della Chiesa Madre, c’era una commovente processione con due cortei: quello delle donne dietro alla statua dell’Addolorata che girava per l’antica via della “ Sottana” e l’altro degli uomini per il corso del “Ponte” dietro a Cristo Morto, e alla luce delle fiaccole. In piazza c’era l’incontro dei due cortei e poi insieme si tornava in Chiesa con molta commozione di tutti i partecipanti.
 Il Sabato Santo, sciolte le campane, esplodeva la gioia e si potevano mangiare la carne e i dolci.
 La Domenica di Pasqua, si gustavano la pasta fatta in casa, l’agnello con le patate al forno (ù rote).
 La Pasquetta veniva vissuta in modo molto diverso da oggi. Un’evasione in campagna, da trascorrere con tanta allegria: la ricorrenza era comunemente indicata come il “giorno della frittata” (a frettate) perché essa costituiva la componente  principale del cibo che ognuno si portava dietro.
 
  Girolama D’Avolio
 
  La domenica delle Palme era una festa che si aspettava con ansia. La domenica mattina dopo che le palme venivano benedette si andavano distribuendo a tutti i parenti, i quali ricambiavano il dono con i dolci o con i soldi. A mezzogiorno si pranzava tutti insieme; poi la sera si faceva la Via Crucis per tutte le vie del paese.
 Durante la settimana Santa venivano preparati i dolci tipici del paese come: i  “cavicioni” venivano portati al forno grande; per infornarli si aspettava la notte.
 Dal lunedì santo fino al sabato santo, le campane venivano legate e si facevano anche dei fioretti come quello di digiunare, evitando di mangiare la carne.
 Il giovedì santo si aspettava che Gesù venisse deposto nel sepolcro e tutta la gente del paese si recava in Chiesa a sentire la messa; la sera tardi si visitavano  tutte e quattro le Chiese del paese. Invece la sera del venerdì santo si svolgeva la processione di Gesù morto e della Madonna Addolorata.
 Il sabato santo, a mezzogiorno, venivano sciolte le campane e nelle case si faceva rumore, battendo sulle porte e sui tavoli “per scacciare il demonio”.
 Il giorno successivo, il parroco del paese andava benedicendo tutte le case del paese.
La mattina di Pasqua si andava a messa, e poi a mezzogiorno ci si riuniva tutti in famiglia, a mangiare e bere.
E per finire, il giorno della Pasquetta: tutti in campagna, per festeggiare insieme a parenti e amici; si mangiava, si beveva e si giocava fino a tarda sera.
 
Maria Consiglia Coco Piccolo  2 B Igea
 
  Nel mio paese, la Pasqua era una festa molto attesa soprattutto dai bambini più piccoli. Essa era svolta seguendo le tradizioni del paese. Questa tradizione oggi per fortuna esiste ancora perché si è tramandata di generazione in generazione. Era una festa in cui tutta la famiglia si riuniva e festeggiava insieme.
 La domenica delle Palme era una giornata molto attesa. I nostri nonni la mattina portavano a benedire le palme che avevano raccolto la sera prima nelle loro campagne, dopo quel momento si andava ad ascoltare la Santa Messa. Poi i bambini portavano i rametti di palma ai parenti per dare gli auguri e in cambio ricevevano delle caramelle o soldi. Si festeggiava con tutta la famiglia mangiando cibi di tradizione pasquale: cozze, polpette ripiene di carne e formaggio.
 La sera usciva la cosiddetta Via Crucis, prima si andava ad ascoltare la Santa Messa, e poi si partecipava alla processione, e per il paese venivano esposte delle coperte sui balconi delle proprie case.
 I nostri nonni durante la settimana Santa si preparavano per la Pasqua. Era una settimana molto intensa, di dolore e gioia. In questa settimana si faceva il “fioretto” che consisteva nel non mangiare carne per tutta la settimana Santa, come per tutti i venerdì nel periodo di tutta la Quaresima.
 I nostri nonni preparavano dei cibi pasquali: “u cavcion” con cipolle, uvetta passa e acciughe, ciambelle, friselle e taralli con uova.
 La sera del giovedì Santo si ascoltava la santa Messa e poi si andavano a visitare i Sepolcri in ogni Chiesa.
 Il venerdì Santo era una giornata molto triste, la sera prima si ascoltava la Santa Messa, poi si partecipava alla processione di Gesù Morto con la Madonna Addolorata e si girava per tutte le vie del paese.
 Nella giornata del sabato Santo, a mezzogiorno si scioglievano le campane e nelle case si faceva rumore, battendo sui tavoli e sulle porte per scacciare il demonio. 
La sera si ascoltava la “Veglia Pasquale”, e solo dopo si potevano mangiare tutti i dolci e i cibi pasquali preparati durante la settimana.
 Pasqua era il giorno più bello, più importante, e tanto atteso da tutti. I bambini indossavano i vestiti nuovi o riciclati dai loro fratelli più grandi. La mattina si andava ad ascoltare la Santa Messa di Gesù Risorto insieme a tutta la famiglia. Nelle case si festeggiava questa giornata con gran gioia; si mangiavano maccheroni al sugo con carne d’agnello e i dolci preparati durante la settimana. Tutta la famiglia festeggiava, divertendosi molto.
La Pasquetta era la giornata più bella, e non solo per i bambini. Le grandi famiglie si riunivano con i propri amici nelle campagne per festeggiare, si mangiavano frittata con asparagi, carne arrostita e vari cibi pasquali. Era una giornata di grande divertimento.
 
 Giulia Cataneo
 
 A CARPINO
 
 A Carpino, la Pasqua una volta era molto più sentita di oggi. Nel periodo della Quaresima si facevano dei piccoli fioretti, ad esempio il venerdì non si mangiava la carne, ecc…
 Una settimana prima di Pasqua, il venerdì si svolgeva una Via Crucis per le vie cittadine. La Domenica delle Palme si portavano dei ramoscelli di olivo in chiesa per farli benedire. I ramoscelli si benedivano nella Chiesa di San Cirillo e dopo con una processione si andava nell’altra Chiesa, cioè la Chiesa di San Nicola di Mira. Far benedire quei ramoscelli (palme) significava far regnare la pace nel proprio paese. I bambini poi li regalavano alla gente, ricevendo in cambio dei soldi oppure dei dolci…
 Arrivata la settimana santa, si legavano le campane, cosi non potevano suonare nel periodo di lutto per la morte di Gesù.
 Il Giovedì Santo si andava a messa per la celebrazione dell’ultima cena di Gesù Cristo. Dopo la messa, si andava a visitare il sepolcro dove era posto Gesù morto e si faceva la veglia leggendo i Vangeli.
 Il Venerdì Santo si faceva una processione per le vie del paese dove gli uomini portavano (sulle spalle) i Santi e le donne cantando gli andavano dietro…
 Il Sabato Santo, per onorare la Pasqua, si ammazzava un agnellino e si preparavano dei dolci pasquali, ad esempio “friselle”, ciambelle, ecc…  La sera si svolgeva una Veglia Pasquale e allo scoccare della mezzanotte toglievano il lenzuolo che copriva la statua di Gesù risorto.
 La Pasqua si festeggiava con tutta la famiglia riunita (nonni, zii,ecc..) mangiando l’agnello.
 Il giorno di Pasquetta si andava in campagna e si faceva un picnic che si svolgeva per tutta la giornata, con amici e parenti. Per i bambini era un gran divertimento perché potevano giocare liberamente…
 Basile Rosalba
 
 UNA RICETTA DI PASQUA
 Ciambelle di Pasqua cu naspre (con la glassa)
 
 Ingredienti:
 
8 uova, 8 cucchiai di olio extravergine, 8 cucchiai di zucchero, un po’ di liquore di anice, la scorza grattugiata di un limone, 1 kg di farina (q.b.)
 Guarnizione: albume e zucchero a velo
 
In una ciotola rompere le uova, aggiungere lo zucchero, l’olio, il limone grattugiato, poi un po’ alla volta la farina fino a quando l’impasto avrà una consistenza non troppo morbida né troppo dura. Aggiungere l’anice solo quando si è già iniziato ad impastare la farina. Lavorare l’impasto per qualche minuto, quindi dividerlo in tanti rotolini, dando loro la forma di ciambelle. Lessarle in una pentola di acqua bollente per almeno otto minuti, rigirandole da ambo i lati. Delicatamente, con una schiumarola, toglierle  dall’acqua e metterle a scolare su un canovaccio. Quando saranno asciutte, inciderle lateralmente per tutta la circonferenza. Infornarle quindi per quaranta minuti a 180°C. Saranno pronte quando assumeranno la loro forma caratteristica e saranno ben dorate. 
Servirle al naturale o ricoperte dalla glassa bianca.
 
 L'articolo, pubblicato sull'Attacco del 20 marzo 2008, è uno stralcio di una ricerca  sul campo sulle tradizioni popolari garganiche, effettuata dalla classe II B Igea dell’Istituto “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico e coordinata dalla prof.ssa Teresa Rauzino.


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