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Vieste, C’era il bello una volta… alla baia di Marina Piccola

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Quello che è oramai il concetto totalitario dei nostri giorni, e cioè i soldi, mira definitivamente a purgare la città e quel poco che resta della nostra cultura da qualsiasi riferimento alla storia e alla natura umana. Qualcuno più o meno scrisse, «Guarda le mura e capisci la città». Dall’uovo di Pasqua è stato «scartato» l’Adriatico. Attendiamo pazienti che qualcuno ci spieghi cos’è e perchè.Ora abbiamo la certezza, dopo aver visto l’Adriatico, che anche questa nostra architettura contemporanea ha radici oscure, perfino nichiliste. Solo un laboratorio da Dr.Jekyll dell’armonia della forma come il nostro poteva riuscire in una simile visione. Dai vincoli umani all’architettura tradizionale, alla società tradizionale, all’individuo, alla religione, al buon senso del «bello» estetico. Tutta quest’eredità del passato è stata annientata dallo spray nichilista del «Non so che cosa faccio, ma faccio», talmente deforme che il primo contenitore culturale da ospitarvi è un contenitore che di culturale ha ben poco. Vale a dire «la Casa del Grande Fratello» televisivo, dove il moderno è fine a se stesso e non suscita alcuna emozione visiva se non il fascino di un arredo stile Natuzzi.
E se non c’è ribellione vuol dire che si è riusciti ad abbindolare «il comune senso del Bello» convincendo che ciò che fa schifo e ripugna è «bello» mentre ciò che attrae e incoraggia la relazione (cioè il vecchio «bello») è contro lo sviluppo e il progresso.
La sapienza che riguarda il come costruire edifici che si relazionano con la spiritualità del luogo dove dovrebbero nascere, a Vieste, è stata definitivamente soppressa e ridicolizzata in nome di un non si sa cosa. Dov’è la relazione di quella baia con il nuovo manufatto? Il «nostro» architetto ha avuto carta bianca. Così ha utilizzato la splendida baia della Marina Piccola e i viestani come campo da gioco anti-tradizionalista. Oggi in architettura va di moda l’annientamento. Guai a contestarlo: si rischia di passare per retrogradi. E questo non è da meno neanche a Vieste. E’un gioco che porta a tagliare i nostri legami con la nostra natura.
Per onestà intellettuale: andavamo avvisati. Non si tratta, qui, di fare un processo a posteriori. Siamo consapevoli che la promozione del nichilismo è, semplicemente, una strategia per destabilizzare la società fondata sull’intelligenza dell’individuo. Non si possono vendere le stupidaggini a chi pensa individualmente. In pratica, per formare il mercato, occorre operare un indottrinamento che metta i cervelli all’ammasso. Il contributo nichilista per antonomasia, cioè l’Adriatico, è stato ben costruito e confezionato. L’evidenza è che il nuovo Adriatico è semplicemente brutto.
Si poteva e doveva domandare di più in un’occasione del genere. Anche all’occhio del profano sono evidenti che i cambi di quota del manufatto sono irrisolti sia dentro che fuori. L’impaginato frontale in realtà è un esempio di banale tentativo fascinante che oltre a contenere notevoli errori di «sintassi visiva», tralascia la possibilità di avere un’identità precisa, un segno forte che nasca dagli umori delle nostre genti. Nelle città di mare come «La Coruna» ad esempio, o come «San Sebastian», una semplice architettura diventa elemento strutturante la città in tutti i sensi.
Il «Guggenheim Museum» nella cittadina spagnola di Bilbao, per quanto possa essere criticato, ha trasformato da solo il turismo stagionale della città in turismo culturale, prolungando e favorendo la crescita dell’economia comunale.
La gente visita la città ed il suo museo sia per il suo contenuto sia per il suo contenitore. La capacità motrice di creare lavoro non è dunque legata al mero periodo di costruzione e alla gestione di nuove attività che in essa si svolgono, ma anche alla nascita di un turismo di tipo culturale, persino architettonico-urbanistico, che da solo genera una tendenza.
E che dire dell’amministrazione comunale? E’ ben visibile ormai da tempo che tutte le amministrazioni comunali bandiscono concorsi per ottenere i migliori architetti che interpretino il genius loci dei siti, proprio perché l’architettura ha da sempre espresso la sintesi, il simbolo stesso della città: basti pensare al Colosseo di Roma, alla Torre Eiffel di Parigi o alle Torri gemelle di New York. Certo qui siamo solo a Vieste, occorre essere cauti e più modesti, ma qual è dunque il simbolo che esprime la città? Il Pizzomunno? Quello ci è dato dal buon Dio, il quale ha fiducia anche nelle nostre capacità creative.
Rinnegare la Vieste dei padri e dei nonni, identificarla con tutti i mali e la povertà della nostra storia, come se si potesse superare la cattiveria insita nella natura umana attraverso la costruzione di edifici che non rassomiglino a quelli del passato, è un abbaglio clamoroso.
La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma verrà un giorno in cui le rivoluzioni avranno bisogno della bellezza. Ne siamo certi!
L’Adriatico sia la definitiva lezione. E speriamo che non sia troppo tardi per ristabilire, a Vieste, almeno il buon senso…
ninì delli Santi


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