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RICORDO VIESTANO DI ALDO MORO

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Trent’anni fa, la mattina del 9 maggio 1978, come tutti gli anni, noi viestani eravano a migliaia nell’area circostante il santuario della nostra Patrona Santa Maria di Merino. Sparsi, vocianti e festosi, a gironzolare di qua e di là e/o seduti a gruppi sul prato a consumare la colazione. Così fino all’arrivo della processione, intorno a mezzogiorno. Dopo la celebrazione della messa all’aperto, in molti tornammo a casa, molti altri rimasero, come da consuetudine, per tornare la sera con la processione. Sotto casa, erano circa le due pomeridiane, un amico appena incontrato mi disse: "Hai sentito la radio?". "No, perchè?". "Hanno assassinato l’onorevole Moro".

Tale evenienza, pur se temuta, veniva dubitata dalla ragione. Cosa potevano guadagnarci i rapitori? Non si vedeva alcun possibile vantaggio. Ma contro la follia non valse la ragione. Il terrorismo delle brigate rosse aveva sulla coscienza già altri delitti perpetrati nel decennio in corso e poi culminati, il 16 marzo, nel massacro dei cinque militari di scorta all’onorevole Moro, che venne rapito. Ora avevano ucciso, a freddo, anche lui. Fu uno choc per la gente d’ogni categoria e idea politica. In quelle convulse ore pomeridiane con chiunque t’incontravi non si parlava d’altro. Per come ricordo quella, giornata, con l’esecrazione dell’accaduto traspariva dai discorsi della gente comune anche un senso di vago malessere, fatto di sconcerto, rabbia, spettro d’impotenza delle istituzioni e pensieri del tipo "dove stiamo andando a finire?".

L’onorevole Moro era stato a Vieste nella qualità di parlamentare del nostro collegio (allora Bari-Foggia) ed aveva un cordiale rapporto con il sindaco Giannangelo Latorre. Io l’avevo incontrato, insieme con Latorre ed altri amministratori comunali, ad un convegno tenuto si a Pugnochiuso nel 1972. Poi ci eravamo rivisti a Vieste in un’assemblea della Democrazia Cristiana nel Cinema Oratorio alla vigilia delle elezioni del ’76. Del discorso che Moro tenne in quell’occasione, mi coIpì molto un momento. Fu quando illustrò il quadro sociale e politico dell’Italia dipingendolo a tinte chiaro scure. Egli espresse il proprio convincimento che per uscire dalle difficoltà della situazione in cui ci si trovava era necessario allargare l’area democratica ai comunisti, dai quali già venivano dei segnali in questa direzione, ampliare insomma i consensi allo Stato democratico. Lungamente applaudito ad un certo punto del discorso, quando riprese a parlare ringraziò per l’applauso ricevuto e commentò pressappoco così: "Vedete, dovunque parlo, quando dico queste cose tutti mi applaudono, ma nel partito ho soltanto l’8 per cento della rappresentanza". C’era amarezza nelle sue parole. Forse gli venivano alla mente i tanti che, come avverte un detto antico, "Vedono il meglio ma seguono il peggio".

A Vieste, la tragedia umana e politica mise in discussione, per riflesso, i festeggiamenti predisposti in onore della santa Patrona. Come dovevano regolarsi il Comitato organizzatore e l’autorità comunale? Il pomeriggio dello stesso giorno 9 maggio, convocata dal sindaco Raffaele Santoro, ebbe luogo in municipio una consultazione tra i membri del comitato organizzatore della festa ed esponenti locali dei partiti (io ero presente quale segretario sezionale della DC) per decidere se sospendere i festeggiamenti della sera e del giorno dopo oppure no. Si convenne di far proseguire la festa, in tono minore, chiuderla cioè dopo il rientro della processione, rimandando musica e fuochi ad altra data. Valutazioni fatte qualche ora dopo dal Comitato dei festeggiamenti sortirono diverso avviso e la festa continuò regolarmente.

Il giorno 10, alle ore 17,00, si riunì in seduta straordinaria il Consiglio comunale, allargato agli esponenti dei partiti. Nel corso della seduta venne messo in luce il ruolo importante svolto da Moro nella vita politica italiana e infine fu votato all’unanimità un ordine del giorno di condanna del crimine e delle brigate rosse. Alle ore 19,00 in un lungo corteo silenzioso, preceduto da due corone affiancate, una della DC e l’altra del Comune, sfilarono insieme, lungo le vie della città, gli appartenenti ai partiti con le loro bandiere e con cartelli di condanna di quella follia omicida. Il percorso si concluse presso il monumento ai Caduti, dove furono deposte le due corone ed a me fu dato di tratteggiare la figura dell’onorevole Aldo Moro, politico di elevata statura, che nell’ora difficile che la nazione stava attraversando, pagava con la vita l’aver creduto nel valore di un governo di solidarietà nazionale.

Ludovico Ragno


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