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Peschici “luogo dell’anima” di Bortoluzzi e Conversano

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Al pittore Alfredo Bortoluzzi, che nel 1953 chiedeva a un’agenzia di viaggi come arrivare nella cittadina  garganica, consigliarono di prendersi una bicicletta.

 

L’ispirazione materica è alla base della passione che alcuni pittori nutrono per Peschici e per i colori della sua tavolozza mediterranea, che costituiscono da sempre un polo di attrazione per molti artisti italiani e stranieri.
ALFREDO BORTOLUZZI, leggendario artista di origine italiana, si stabilì a Peschici nel 1957, in un bianco villino laboratorio antistante la spiaggia, in località Valle Clavia. “Un fascio di luce mediterranea trasfiguratrice di ogni cosa, lo aveva ammaliato e ancorato ai piedi della rupe di Peschici “. Nella Germania degli anni Trenta il pittore era stato allievo dei mitici maestri della Bauhaus: Klee, Kandisky, Albers, Schlemmer. Una loro mostra collettiva di dirompente speri­mentalismo fu sequestrata dal regime nazista nel 1933 a Dusseldorf.  Bortoluzzi smise di dipingere e si dedicò al balletto classico, diventò quindi coreografo e sce­nografo di successo.
In una bellissima intervista di una deci­na di anni fa, l’artista, visibilmente commosso dai ricordi, ci racconta il suo pri­mo rocambolesco ma affascinante viaggio-scoperta verso il favoloso Gargano: «Sono arrivato a Peschici nel 1953 per la prima volta, era in febbraio… Il mio cri­tico d’arte mi aveva raccontato del Gargano… molto bello, verde e selvaggio e così mi sono messo in viaggio fino a Roma. A una agenzia di viaggi ho chiesto come si arriva nel Gargano. Mi hanno detto: “Si può andare fino a San Severo e là non c’è più un mezzo per andare più avanti; prenditi una bicicletta”. Ma abbiam tro­vato un trenino e un pullman che ci hanno portato fino a Peschici. Siamo anda­ti subito alla spiaggia, era dopo una pioggia, avevano messo le barche ad asciugare e le vele erano tutte dipinte dagli stessi pescatori con colori molto vivaci, anche una Madonna. Era bellissimo, mi ha impressionato molto. La gente aveva una cultura rustica, erano molto gentili. Quello che mi è piaciuto molto a Peschici erano le cupolette delle case, quasi orientali, mi sembrava che le onde e le cupole avevano lo stesso movimento. E mi sono innamorato di Peschici. E adesso sono diventato proprio meridionale e mi sento a casa, qui…».
Secondo il critico Carlo Munari, il pittore aveva colto Peschici quale simbolo del suo stesso atteggiamento spirituale, protesa com’è, simile ad un’invocazione, verso il mondo greco. I monti, e le valli, e il mare, le ore di Peschici diventano pretesti per evocare la Stimmung della solarità. Molti pittori, avventuratisi a dipingere lag­giù nella suggestione delle luci e dei colori garganici, si sono ritrovati, alla fine, prigionieri di quelle suggestioni. Solo lui, Bortoluzzi, ha saputo imprimere all’im­magine la vitale energia di un’intuizione poetica. E strutturarla, quell’immagine, in una durata, sottraendola all’occasionalità effimera. L’immagine si decanta in visione, nella maniera impalpabile del sogno.
Bortoluzzi è morto qualche anno fa, a novant’anni, ma il suo ricordo è ancora vivo in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. La Chiesa Matrice di sant’Elia di Peschici ha il privilegio di essere ricca delle sue opere, tra cui uno stupendo polittico d’altare e le stazioni di una Via Crucis.
Un altro grande pittore, “innamorato” della nostra Peschici, è ROMANO CONVERSANO. Egli nasce il 30 settembre 1920 a Rovigno d’Istria. Nel solaio della “casa veneziana, con l’altana, a picco sul mare”, ancora ragazzo ritrova, per caso, i vecchi attrezzi per dipin­gere del nonno materno. Scopre così la propria vocazione artistica, distinguendo­si per l’abilità del segno che contorna le figure senza soluzione di continuità. A Parigi, oltre ai quadri degli impressionisti, scopre la poesia dei simbolisti; “le bateau ivre”, l’ivresse di Rimbaud sono simili a quelli istriani, misti di bora, mare e cielo.
Più tardi in Spagna scopre i colori delle terre, le case contadine cubiche, scolpite nel tufo. Milano è il luogo di lavoro, ma la malinconia padana, le nebbie, le estati continentali non lo ispirano, se non nel “ripensamento”.
E’ l’Italia del sud ad attrarlo come un ricordo atavico, una necessità del sangue: vi scende di corsa, tormentato dall’idea che l’improvvisa illuminazione gli possa sfuggire come acqua tra le dita aperte.
“Arroccata sul promontorio del Gargano, Peschici appare a Conversano, in un mattino d’estate, come una visione di fiaba: un bianco candeggiato, un lustro di rocce, un cielo satinato sul mare di smeraldo puro. Quando rocce, mare e cielo appaiono agli occhi del pittore, non hanno bisogno di essere amati, poiché lo sono già da tempo immemorabile… E diventano un luogo della memoria, un luogo dell’anima. E’ il lontano 1957. Il mare, gli scogli, la pineta, la vegetazione aggrovigliata e lucente gli appaiono il luogo congeniale dove fermarsi, dove poter costruire, un quadro dopo l’altro, il proprio racconto pittorico… Cerca un luogo qualsiasi, un locale ampio, una stalla. Trova invece un castello medievale un tempo fortezza, torre d’avvistamento, a picco sul mare, ormai rudere, per il quale si trasforma in fabbro, falegname, restauratore…
Diventerà il suo rifugio, a con­tatto con la natura, lontano dal caos metropolitano, dove è possibile «addor­mentarsi col rombo del mare sotto le finestre, svegliarsi col suo respiro possente, avendo subito negli occhi colori incredibili». Dipinge ammaliato da quelle luci, dall’incantesimo di quel mare sempre azzurro, fra rocce, pini d’Aleppo e sabbie. E’ il periodo dedicato alla “Puglia antica”, ma anche alle enigmatiche “donne del mare”, quelle donne che aveva ritrovato pro­prio qui, cariche del loro antico fascino slavo e mediterraneo.
E’ lo scrittore Dino Buzzati a descriverci magistralmente le sue marine, il chiaro­re accecante delle case mediterranee controra, i trabucchi, il mare di cobalto, le donne, facendoci immergere nella magia del Castello, studio artistico d’eccezio­ne, “antico fortilizio sul ciglio della rupe precipitante a picco nel mare”. Conversano riesce a comunicargli il senso del vuoto, della profondità dell’abisso: “scaglie di colore, verdi e azzurri dominanti, fuse e sovrapposte a creare un tipico fermento, vibrazione, lievitazione”. “Ma è soltanto la luce a far questo?” “o è una irrequieta sensibilità del pittore che trasmette alle cose il fremito che porta dentro?” si domanda Buzzati.
E’ la sua stessa risposta ad evocare ulteriori suggestioni: “Non si muovono solo le acque laggiù, ma si muo­vono anche le scogliere, tremolano le bianche case nel sole meridiano e non rie­scono all’immobilità neppure gli alberi, i prati, la pelle delle giovani donne, non parliamo poi degli occhi!“.
Anche il poeta Mario Luzi fu profondamente colpito dagli occhi delle “donne d’oggi e di sempre” di Romano Conversano, nereidi dotate di sguardo indagatore, franco, che rivelano a ciascuno di noi il suo cuore vero.
 
 Teresa Maria Rauzino


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