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BUTTA GIU’ LA PASTA, STO ARRIVANDO

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Il rito meridiano che unisce l’Italia intera
Da Nord a Sud, sarebbe difficile (per non dire impossibile) contare quante telefonate, ogni giorno, partono quasi simultaneamente dai cellulari per esclamare: “Butta giù la pasta, sto arrivando”.
Davanti ad un bel piatto di pastasciutta, gli abitanti dello Stivale si riconoscono veri italiani. Non c’è politica «secessionista» che tenga.
Se la Liguria conosceva la pasta sin dal Medioevo, fu il Meridione d’Italia a elevarla a dignità gastronomica, non appena la città di Napoli scoprì che il pomodoro, importato dall’America, era un frutto saporito e salutare, che si sposava alla perfezione con ogni tipo di pasta. Così la «pummarola» fece della pasta la regina indiscussa della cucina italiana.
Ecco perché quando un francese vuole insultare un italiano, gli grida «macaronì», un po’ come se noi, per offendere un francese, gli gridassimo «champagne» (anche se il nostro spumante, a ben centellinare, è di gran lunga migliore). Forse i francesi ignorano che Napoleone Bonaparte andava pazzo per i maccheroni al parmigiano.
L’invenzione della pasta è assai risalente nel tempo.
«Làganon» per i greci e «làganum» per i latini era il nome della pasta corrispondente alle nostre lasagne.
Falsa è, invece, la leggenda che vuole Marco Polo primo importatore degli spaghetti dalla Cina. Infatti, nel 1279 (sedici anni prima del ritorno dall’Oriente del mercante veneziano), il notaio genovese Ugolino Scarpa, nel redigere l’inventario dei beni lasciati da un marinaio defunto, scrisse «una bariscela plena de macaronis».
La pasta, secondo alcuni, è stata la vera “artefice” dell’Unità d’Italia. E continua incessantemente a tenerla unita. Ogni anno, consumiamo, mediamente, circa trenta chili di pasta a testa. Da Nord a Sud.
Ma l’amore per la pasta contagia chiunque la provi.
Quando, ai primi dell’Ottocento, il terzo presidente degli Stati Uniti d’America, Thomas Jefferson, fece visita alla città di Napoli, ritornò a casa con quattro casse di maccheroni. Subito dopo, vi mandò, in missione, un suo stretto collaboratore. Scopo della missione: comprare una macchina per fare gli spaghetti.
Nel 1983, un noto avvocato di Dallas disse ad un cuoco veronese: «Noi americani, con il Piano Marshall, vi abbiamo aiutati a sopravvivere; voi italiani, con questi piatti di pastasciutta, ci avete insegnato a vivere».
Oggi, l’America ricopre il secondo posto nella graduatoria del consumo mondiale di pasta.
Ma noi italiani abbiamo insegnato «a vivere» anche i francesi, che, da un po’ di anni, usano la pasta (quella corta) come contorno, al posto dell’insalata. Quando impareranno a preparare la «pummarola», probabilmente anch’essi eleveranno la pasta a insostituibile primo piatto.
Spaghetti, tagliatelle, orecchiette, linguine, penne, ziti, lasagne ricce, conchigliette, eliche, sedani, occhi d’elefante, lumaconi, farfalle, creste di gallo, capelli d’angelo e tanti altri formati di pasta (in totale, almeno un centinaio) hanno fatto vincere l’Italia ai mondiali di calcio del 2006.
Ebbene sì, per fare «goal», bisogna mangiare pasta al pomodoro.

Alfonso Masselli


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