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Ci sono ancora ragioni che possono unire il PD a Vieste?

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Non più tardi di un mese fa, pubblicamente, perché antistorico “il centralismo democratico”  richiesto a gran voce dai fautori del “nuovo che avanza” appena entrati e già reclamanti “porte chiuse e finestre sbarrate” per un dibattito che non può che essere aperto, dichiaravo che il nuovo PD a Vieste, lungi dal muovere verso l’unificazione di culture, anime, saperi diversi, stava producendo una vera e propria “conventio ad excludendum”, un accordo di chi si sente forte per escludere. La scelta, prima minacciata poi operata, di licenziare Antonio Giuffreda da capo-gruppo né è la prova!
      Dalle primarie di ottobre in poi una lunga serie di atti tesi a sistemare nel coordinamento cittadino il maggior numero possibile di soggetti allo scopo di realizzare una prevalenza di gruppo o di parte, una cosiddetta maggioranza. Non importa come ottenuta e nemmeno se conseguita con l’esclusione di chi, riconoscendosi nel PD, non faceva riferimento a maggiorenti locali.
Il risultato: una vera e propria mutazione genetica!
E’ questo il “nuovo”? No! Niente di più vecchio e di già visto!
     Da qui l’elezione di un segretario a maggioranza, la scelta di una segreteria funzionale a disegni politici, organizzativi, tematici cari solo ad una parte del partito, la mancata condivisione del candidato alle provinciali e, infine, l’insofferenza palpabile verso chi, nominato strumentalmente capo-gruppo solo per mascherare all’esterno progetti elitari, rappresenta “il diverso”, fatto passare alla bisogna come conservatore e “vecchia guardia”.
     Rispetto a tutto questo, il mio intervento “il futuro del PD a Vieste ci convince ancora?”, pubblicato dai media di mezza regione ma non, e non a caso, sul sito del PD di Vieste, proponeva di invertire la rotta e di ricominciare a sentire le ragioni etiche e i bisogni sociali che provenivano dalla nostra realtà.
Inutile, tempo perso! …..solo: “ i panni sporchi si lavano in casa!”.
…..e davanti alla presunta incompatibilità di Mauro Clemente, parte del coordinamento sceglieva la tesi della persecuzione politica e della difesa ad oltranza, mentre altri gli consigliavano di chiedere l’esonero dalla carica di segretario, al fine di potersi difendere a testa alta in ogni sede ritenuta opportuna, ma senza condizionare la vita e l’attività politica del PD e senza mettere in difficoltà i componenti del coordinamento, primo fra tutti Antonio Giuffreda. Il quale, infatti, rifiutandosi di leggere la dichiarazione del gruppo in consiglio comunale, era costretto a chiarire le sue ragioni con una lettera aperta, illustrando chiaramente la distinzione tra la sfera privato- professionale e quella pubblica di chi si dedica alla politica.
     Con la decisione di dimissionare Antonio Giuffreda, il gruppo consiliare del PD e il nuovo capo-gruppo Aldo Ragni hanno usato la logica del “hodie mihi cras tibi”, nefasta in politica,  commettendo un errore che passerà alla storia politica locale.
Si sono resi, de facto, indipendenti da quella parte del partito che costituisce l’anima storica e la coscienza critica e autocritica rispetto ai processi politici da mettere in atto; parte deliberatamente bistrattata, volutamente denigrata come conservatrice, definita con disprezzo “vecchia guardia”( vedi l’Attacco di ieri)
     Ad Antonio Giuffreda, al quale spesso negli ultimi anni ho rivolto le mie critiche, accettate dolorosamente e spesso ricambiate, e a coloro che l’hanno “licenziato”, trasmetto il semplice invito a non disperare da sconfitti e a non esultare da vincitori, data la precaria natura della condizione umana:
“ Passan vostri trionfi e vostre pompe, passan le signorie, passano i regni; ogni cosa mortal Tempo interrompe.”

E’ anche il mio ultimo appello a ricercare le ragioni che ci uniscono piuttosto che evidenziare quelle che ci dividono! Conventio ad excludendum permettendo!

Michele Eugenio Di Carlo


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