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Martella, lo storico che disvelò la Peschici slava

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Il 3 agosto, alle ore 20.30, nella sala consiliare del Palazzo di città (nella foto; ndr), Peschici renderà omaggio a Giuseppe Martella (1904-1996), ricercatore di microstoria che dette preziosi contributi per la ricostruzione delle origini cittadine. Un uomo che seppe dare al proprio paese una particolare impronta culturale, stimolandoci a proseguire la sua difficile impresa e a fondare un Centro Studi a lui intitolato per perpetuarne nome e memoria. Un percorso che il Centro Studi Martella, da 11 anni, considera un binario da cui non derogare.

 

Fu Giuseppe Martella ad aprire il sipario sull’abbazia di Càlena, ponendola all’attenzione dei lettori del giornale storico del Promontorio: Il Gargano Nuovo. Ma la sua pubblicistica non si fermò qui: interessò anche testate prestigiose come “Puglia” e la rivista Garnews. Per anni Giuseppe Martella frugò, cercò, lesse, interpretò, decodificò i segni di un passato ricco che “doveva” essere conosciuto. Per capire il senso della presenza di Peschici sulla scena del mondo, per rinsaldare il legame alle sue radici. In primis a Santa Maria di Càlena, l’utopia irraggiungibile. Sempre Càlena. Fortissimamente Càlena. Martella ne fece il suo leit motiv. Un refrain che dal 1997 fino ad oggi noi abbiamo riproposto all’attenzione di tutti coloro che di Càlena e della sua millenaria storia non sapevano nulla. Abbiamo riportato Càlena alla ribalta nazionale. Com’è giusto. L’abbazia merita di essere recuperata. Di tornare ai suoi antichi splendori. Come quando si rese importante e ricca per concessioni e privilegi di principi, papi, imperatori e fedeli.

Giuseppe Martella, sulla scorta delle fonti medievali, affermò che l’abbazia accolse molti pellegrini, famosi e non, che sbarcavano sul litorale di Peschici per recarsi al Monte dell’Angelo. I redditi derivanti dalle numerose donazioni le servirono per assolvere degnamente questa funzione di ospitalità. La presenza di pellegrini stranieri all’abbazia di Santa Maria di Càlena è documentata dai resti delle sue fabbriche conventuali, visibili a tutti ancora oggi. Critici e storici dell’arte hanno analizzato le due chiese presenti nel complesso badiale: presentano rare ed interessanti tipologie di architettura pugliese, europea ed extraeuropea.

Martella, in “Peschici illustrata”, citando un documento del 1275 (un privilegio con cui Carlo I d’Angiò concede a suo fratello, il re di Francia Luigi IX, del legname tagliato nei boschi garganici) rileva che soltanto due porti dell’Adriatico erano adibiti all’imbarco di legname per la Francia: quello di Manfredonia e quello di Peschici. Questo dato lo autorizza ad affermare che «a Peschici a quel tempo esistevano delle strutture portuali, se non paragonabili a quelle sipontine, tuttavia valide e attrezzate. Differentemente, il porto non sarebbe stato citato nel documento angioino». Infatti, c’erano cantieri navali di una certa rilevanza.

Quando Martella si prefiggeva un obiettivo, lo perseguiva con tenacia, fino ad avere sul suo tavolo di lavoro la copia del documento che lo interessava. Alla “giovanile età” di novant’anni anni continuava a fare ricerca, scriveva al direttore dell’Archivio di Dubrovnik, per acquisire alla fonte i documenti indispensabili per le sue ricerche. Fu proprio un lavoro di Martella dal titolo “Consoli e Consolati ragusei a Peschici e a Vieste” a far luce sulla complessità etnica delle comunità costiere del Gargano Nord, figlie dei fitti contatti transadriatici e delle migrazioni.

Numerose famiglie illiriche, dalla fine del Quattrocento, espatriarono sulla sponda adriatica del nostro promontorio, per sfuggire alla dominazione turca. A Peschici e a Vieste furono istituiti due consolati, che mantennero rapporti e collegamenti tra le comunità slave e la città di Ragusa vecchia (l’attuale Dubrovnik). In seguito si incrementarono rapporti commerciali tra le due sponde: pesce secco, pelli, articoli di cuoio venivano scambiati con la manna e la pece, e con il legname dei nostri boschi. Questo legname, che serviva per la costruzione di navi, veniva imbarcato da Peschici e da Vieste alla volta della Dalmazia.

La ricerca di Martella non si esaurì qui: si spinse ancora oltre i confini nazionali, alle biblioteche delle città dell’est per ritrovare il dizionario trilingue (latino-italiano-croato) del gesuita peschiciano Giacomo Micaglia, prozio di Pietro Giannone. Il suo sforzo fu premiato dall’arrivo del microfilm della preziosa “seicentina”. Fu leggendo i lemmi di questo vocabolario che Martella riuscì a disvelare il vero significato del nome di Peschici, che in croato significa “sabbia fine”.
Un nome suggestivo, dato alla “perla del Gargano” dai suoi fondatori slavi.

Teresa Maria Rauzino

N.B. – Sarà la presidente del Centro Studi Martella, Teresa Maria Rauzino, sollecitata dal neo assessore alla Cultura peschiciano, dott. Leonardo Di Miscia, a ripercorrere l’excursus letterario di Giuseppe Martella e la validità delle fatiche storiografiche che lo hanno fatto apprezzare, purtroppo, da pochi intimi. Toccherà quindi al direttore editoriale di "punto di stella", Piero Giannini, ricordare momenti d’incontro avuti nel tempo col ricercatore e ciò che sarebbe potuto succedere e, al contrario, non è accaduto.

 l’Attacco


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