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Sei Agosto 2008 al Carpino Folk Festival con Malicanti

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        La serata del Sei Agosto, all’insegna della memoria del grande cantore carpinese Andrea Sacco, ospita una nutrita schiera di cantatori e di suonatori afferenti all’area musicale e culturale pugliese (Gargano, Salento, Murge) che, accanto al gruppo di riproposizione Malicanti, propongono le principali forme di canto e di musica della regione pugliese.

 

Malicanti nasce nel 1999, e dal 2004 è nella sua attuale formazione. Ha partecipato ai maggiori festival della Puglia (Notte della Taranta 2005 e 2007, Pizzicata 2000 e 2004, Carpino Folk Festival 2005 e 2006) e in Italia (Santarcangelo, Ande Bali e Canti, Pisa Folk Festival). Nel 2005 ha vinto l’Eurofolk Festival a Granada (Spagna), nel 2006 il premio Città di Montalcino. Ha collaborato con Daniele Sepe, Ruggero Artale, l’Orchestra di Piazza Vittorio, e ospitato più volte nella formazione Anna Cinzia Villani e Enza Pagliara. Questi i nomi dei componenti del gruppo: Francesca Chiriatti (voce, tamburello, castagnole. Salentina di Calimera (LE), figlia e nipote di cantatori tradizionali, che esegue con una voce dal tipico timbro e sapore tradizionale); Daniele Girasoli (voce, tamburello, violino, cucchiai. Salentino di S.Pancrazio (BR), figlio e nipote di musicisti tradizionali, suona in modo naturale molteplici strumenti); Valerio Rodelli (voce, organetto, tamburello. Musicista e compositore strettamente legato da anni a gruppi musicali e repertori tradizionali dell’area salentina e pugliese); Enrico Noviello (voce, chitarra battente, tamburello. Di famiglia del Gargano (FG), impara a cantare e suonare con Andrea Sacco le tarantelle della sua zona, eseguite con vocalità tradizionale. Ha pubblicato "Andrea Sacco suona e canta", Ed. Aramirè, 2005); Elia Ciricillo (voce, chitarra francese, chitarra battente, tamburello. Estroso showman di origini molisane, predilige i repertori della tradizione garganica appresi da Andrea Sacco).
 Ecco di seguito quanto emerge da un interessante colloquio con Enrico Novello dei Malicanti, attraverso alcune questioni centrali della loro attività musicale e di ricerca sul territorio.
 Il rapporto sempre difficile tra la tradizione e l’innovazione, nella musica come nelle altre arti, è uno dei nodi problematici più discussi e interessanti nel campo della musica popolare. Non si può, detto in altri termini, evitare di prendere posizione su questo argomento, quale che sia l’approccio al proprio fare musicale. Cosa si perde nella contaminazione, o meglio nella commistione di musiche, canti e, più in generale, culture? Cosa invece di interessante e di innovativo può venirne fuori e attraverso quali modalità?
 "Il nostro spettacolo è composto interamente da brani appresi da 7 o 8 vecchi cantori nostri amici, pugliesi come le nostre origini, che negli anni abbiamo frequentato assiduamente, rubando un po’ di mestiere musicale e un po’ di valori umani.
Lo spettacolo è anche un tributo alle loro figure di testardi contadini, malandri, appassionati, attraverso una serie di narrazioni divertenti che li ricordano e li omaggiano (in primis Andrea Sacco, e poi Uccio Aloisi, Teta Petrachi la Simpatichina, Lucia De Pascalis, mesciu Gigi Stifani)
Il nostro repertorio è composto per metà di pizziche e tarantelle da ballo, musica da festa quindi, ritmata e incalzante, e in essi le chitarre battenti e i tamburelli, insieme a organetto e violino, giocano la parte protagonista.
La voce è invece la protagonista del resto del repertorio: serenate d’amore, canzoni di sdegno, e canti alla stisa, a distesa, eseguiti cioè a cappella e a 3 o 4 linee di voci indipendenti, con risuonatori e respiri propri della vocalità contadina tradizionale".
 Comporre e produrre musica a partire dal proprio retroterra socio-culturale significa anche e soprattutto essersi cimentati e continuare a cimentarsi col ricordo personale e collettivo, con la ricerca (più o meno etno-musicale sul campo, più o meno tecnico-operativa d’archivio). Che parte ha l’attività di ricerca nel vostro saper fare musica? E come è articolata?
 "Oggi per un musicista avvicinare la così detta musica popolare senza una lunga frequentazione delle sorgenti è un grande rischio artistico. Basta guardarsi in giro: la maggior parte dei cd di musica di riproposta sono gradevoli ma piatti, prevedibili, e andare ad un concerto di musica popolare in genere significa andare a vedere esibizioni edulcorate e ben fatte, ma che raramente ti sorprendono, ti provocano emozioni di incanto, sensazioni inconsuete.
Ascoltare i vecchi che cantano e suonano è un’esperienza percettiva e sensoriale altra: le sensazioni di piacere si mescolano sempre a sensazioni controverse, la bellezza si mischia alla sofferenza, alla lacerazione, il virtuosismo alla semplicità.
Ascoltandoli, ti sembrano suoni che conosci da sempre, ma anche insieme che non hai mai sentito.
Sono espressioni di un mondo umano, emotivo, sensoriale nato nella quotidianità agro-pastorale, lontano anni luce dal nostro mondo di tutti i giorni, e per apprezzarne l’essenza e poterla tradurre in qualcosa di diverso – che risponde ai bisogni dei fruitori di oggi – ci vuole molto tempo, un ascolto attivo, una disponibilità ad esserne cambiato.
Se per altri generi musicali la ricerca è un elemento prezioso, per la musica popolare la ricerca diventa condizione necessaria per non cadere nella banalità.
Due mi sembrano i principali demoni della musica popolare. Da una parte quel folklore che tende a fissare e museificare la tradizione, tagliando via la capacità espressiva dei musicisti di oggi. Secondo questo falso mito, le suonate andrebbero eseguite con fedeltà assoluta, come fossero uno spartito, sempre uguali a se stessi, e possibilmente riproducendo il colpo di tosse o l’urletto eseguito dall’informatore nella registrazione storica, perché se lui l’ha fatto ci sarà un motivo. Dall’altra, quell’ansia di contaminare e modernizzare senza aver avuto il tempo e l’umiltà di farsi pervadere dalle diverse percezioni e sensazioni delle sorgenti. E’ così che spesso si re-inventano versioni eleganti della tradizione, con gonne fiorite e egocentrici assoli che rasentano l’autismo, oppure si mescolano senza nessun criterio stili e codici diversi, perché fa molto etnico… ‘brodaglia etnica’, appunto.
Per un artista forse fare ricerca serve a questo: a perdere tempo. A saper aspettare, a saper maturare la propria sensibilità, a saper mettere in forse, in questione, a scoprire di essere disponibile ad essere tradito, confuso, irrisolto.
E’ importante ascoltare le registrazioni di campo dei ricercatori, conoscerle, distinguerle. Eppure forse solo cementare un’amicizia con un bicchiere di vino con un vecchio suonatore può improvvisamente farti scorgere per caso e senza volere la risposta musicale e temperata ai tuoi dubbi musicali, e mettere in connessione i bisogni tuoi e dei tuoi contemporanei con quelli delle sorgenti.
Ecco, i demoni si assopiscono un po’, e la sensibilità personale del musicista si collega per un attimo, come un corto circuito, a una sensibilità meno individuale e più antica… ecco, inizia a suonare… come suona strana questa musica… eppure bella, no?"
 
Cosa significa per voi partecipare al più longevo moderno festival di musica popolare, il Carpino Folk Festival e del Patrimonio Culturale Immateriale del Gargano?
"Personalmente ho partecipato due volte al Carpino Folk Festival. Una volta nel 1998, e da lì è cominciata la ma amicizia con Andrea Sacco. Poi per presentare un libro, 3 anni fa, dedicato a Zì Andrea. Carpino per me è un posto decisivo, importante, e il folk festival, pur nelle sue inevitabili contraddizioni artistiche e culturali, rimane – per me che canto queste  tarantelle – ‘il’ festival della musica del Gargano".
Pensate che ci possa essere un rapporto di somiglianza o di motivazione tra i paesaggi sonori (ovvero le performances musicali) e i paesaggi urbani e rurali da cui emergono, tra le terre natie di cantatori e musicisti e le loro produzioni musicali attraverso i ‘modi’ di fare musica? Se sì, attraverso quali vie?
"Assolutamente sì, e lo si capisce guardando il modo di camminare, di parlare, di urlare o di ridere della gente, che è della stessa famiglia del modo di cantare".
Spesso il dialogo col passato mostra fratture, rotture, abbandoni, riprese. A volte invece tutti questi ‘accidenti’ trovano la via per ricomporsi, al di là dei discutibili canoni della fruibilità estetica, in un flusso musicale che sa trovare la sua strada in chi è disposto ad ascoltarlo.
 Amedeo Trezza
Ufficio Stampa Carpino Folk Festival


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