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Peschici, il mistero del manoscritto

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Ricordo di Giuseppe Martella, storico peschiciano.

 

 “Chi la vede diversamente da noi, vuol dire che ne sa più di noi!”
E’ con una certa emozione che riporto questa frase, un po’ perché diseppellisce ricordi sedimentati nel tempo, un tempo lontano più di vent’anni, e molto per l’indicativa motivazione che in questa semplice frase – priva di arroganza, modesta, quasi umile – è racchiusa la personalità di “don Peppe”. No, non un sacerdote, ma un uomo che racchiudeva in sé la CORRETTEZZA, l’OSTINAZIONE, la LUNGIMIRANZA dello studioso attento, l’ONESTA’ e la RIGOROSITA’ del ricercatore di razza, la BUONAFEDE di colui che non è mai certo e non si perita di propalare notizie senza prima averle verificate.

Mi faceva chiamare da mio cognato appena aveva sentore che ero in zona. Sapeva, d’altronde, che quello era il mio tempo: fine giugno – primi di luglio, quando trascorrevo le mie vacanze estive a Peschici. Il nostro rapporto era iniziato con la consegna, sempre al mio–suo tramite, delle genealogie (le chiamava “prosàpie”, con termine ottocentesco, disusato, facente parte del suo caratteristico lessico) le genealogie delle due famiglie di mia moglie, i Fasanella e i Lo Buono. Fui costretto … per mera educazione … dovevo pur ringraziarlo … a salire le quattro rampe, ripide e spezza-gambe della sua abitazione … abitazione in cui si era ritirato da poco.

Veniva da Napoli, dove si era preparato il lavoro e l’impiego del tempo della vecchiaia saccheggiando, da autentico “topo” famelico, la ricchissima Biblioteca Nazionale partenopea, nella quale aveva trovato di tutto. Le “prosapie” no, le prosapie le aveva estrapolate dalle documentazioni e dai verbali della Chiesa Madre di Peschici, Sant’Elia Profeta, purtroppo monchi, incompleti, risalenti al massimo al 6 –700, e dagli archivi comunali, purtroppo monchi, incompleti … anch’essi … per improvvisati trasferimenti, distratti e colpevoli traslochi di uffici, calamità naturali … terremoti … e colpevoli calamità … incendi … incuria … leggerezza … SUPERFICIALITA’!

Fui costretto …

L’anno dopo, il nostro abituale tramite mi consegnò un “libretto” (lo dico con affetto) cortesemente completo di dedica … vergata con la caratteristica scrittura coreografica e aulica delle persone erudite dei primi decenni del secolo scorso … dalla cui lettura cominciai a comprendere con quale tempra di uomo mi stessi confrontando e quale onore mi concedesse ricercando il contatto con me. Però compresi anche che qualcosa si stava muovendo nell’area culturale di questa cittadina in cui avevo lasciato il cuore … per essere poi abbandonato … e nella quale da nove anni ho messo radici.

Il “libretto” era l’ “operina” (riporto anche tale termine con vero affetto) sui consolati ragusei citata da chi mi ha preceduto. Cui seguì altro lavoro, più consistente, pregnante più nel suo significato intrinseco che nella dovizia di riferimenti, il quale mi confermò la sensazione precedente. Entrambe le fatiche stavano per trasfigurarsi in autentiche pietre miliari della cultura peschiciana. La seconda ancora più della prima, anche se … come dire … affrettata, visibilmente informata alla impellente urgenza di fare presto, di non avere più molto tempo davanti a sé, e alla necessità incombente di comunicare a eventuali … possibili … usurpatori … “ATTENTI … Signori … ora basta … io ci sono … e questa è solo un’anticipazione … il resto, a completare il tutto, verrà … dopo … tra un po’ … forse presto … forse tardi … chi può dirlo … ma verrà!”

La seconda ancora più della prima, dicevo. Me lo suggerì il titolo: “Peschici illustrata – Nella storia e nelle leggende”. Capii che una piccola scossa tellurica stava riassestando e risistemando, finalmente, la zolla tettonica, il substrato di un paese di cui non si avevano ampie documentazioni storiche. Lo avevo accertato sulla mia pelle quando, anni prima, una decina, avevo deciso di proporre ai miei primi editori 60 bozzetti peschiciani (tanti quanti i miei giorni di ferie) che chiamai “Scapizzë – Note dal Sud”. Ero al 59.mo e mi mancava quello da imperniare sulla nascita del paese. Mi precipitai in Biblioteca comunale, al tempo era alla bell’e meglio … disorganizzata … in un locale sul retro del Municipio, e non vi trovai assolutamente nulla. NULLA!

Ecco perché il lavoro che Martella mi faceva recapitare mi illuminò: voleva significare che Peschici aveva una sua storia e adesso qualcuno la riesumava, la metteva in bella e la dava alle stampe. Peschici non era insomma un paese nato dal niente. Ne fui felice, per lui e per Peschici, e non mi sentii più … costretto … a salire i suoi ripidi e spezza-gambe gradini! Da allora affrontai lo sforzo con gioia e ogni volta con rinnovata attesa, e da lì partirono interi pomeriggi, almeno due o tre a stagione, a ogni mia venuta vacanziera, che durarono anni, in cui mi raccontava dei suoi lavori, delle sue ricerche, delle sue … scoperte … dei suoi contatti ricercati … col Montenegro, con intellettuali dell’altra sponda adriatica … con biblioteche russe.

Gli brillavano gli occhi quel giorno che mi mandò a chiamare – ero arrivato da poco in ferie e non avevo trovato ancora il tempo di andare a salutarlo. Gli brillavano gli occhi perché c’era … QUALCOSA … che doveva assolutamente dirmi: aveva trovato nel suo albero genealogico l’orma di un antenato autore di un DICTIONARIUM ILLYRICUM – LABORE di PADRE IACOBI MICALIA del 1649, e non vedeva l’ora di esibirmelo. Era riuscito a recuperarlo. Risalii quegli scalini ripidi e spezza-gambe e lo trovai sulla porta di casa. Entrai dietro di lui, poi nel suo studio. Andò alla parete tappezzata di volumi e con la noncuranza dell’uomo di lettere e di cultura che tratta i libri dandogli del tu estrasse il dizionario e me lo consegnò. Mi sembrò di aver ricevuto una reliquia e come tale lo trattai, a differenza sua.

In quel momento assimilai il concetto che da quell’uomo sarebbero scaturite altre mirabolanti sorprese. Toccai con mano la tenacia dello studioso instancabile che non si ferma davanti alla prima “impasse” e ostinatamente prosegue avendo fisso al di là di ogni ostacolo l’obiettivo intravisto. La costanza del “topo di biblioteca” che scava con metodo ignorando rassegnazione e stanchezza. La visione ecumenica di ogni aspetto della corda che fosse andato a toccare, per caso (molte volte), per fortuna (altre), per ispirazione (altre ancora). E la capacità rinascimentale di resuscitare carte che si pensavano morte e invece avevano ancora in sé linfa di vita.

E le sorprese scaturirono, come acqua sorgiva che trovi alfine la strada per offrirsi all’assetato. Dopo la mia disponibilità a pubblicargli sul giornale dove avevo preso a lavorare full time, e i miei “ritocchi” stilistici al suo ovvio, perché connaturato periodare ottocentesco, richiesti e permessi, in modo da proporre al lettore un prodotto più fluido e alla sua portata, le sorprese … “LA” sorpresa arrivò. Non dopo … occorre puntualizzarlo per comprendere meglio quanto avvenne più tardi … altre sorprese da lui subite e di cui aveva cominciato a rammaricarsi puntualmente ogni volta che ci s’incontrava. Inutile approfondire. Sarebbe poco ossequioso nei suoi riguardi. Mi sembrerebbe di violarne la privacy.

La sorpresa arrivò insieme con il suo apprezzamento per il lavoro di rifinitura che operavo sui pezzi giornalistici che mi mandava e io, responsabile – fra le tante – della pagina della cultura del quotidiano in cui ero segretario di redazione, pubblicavo. Arrivò nel mio solito periodo feriale. E fu straordinaria. Senza mezzi termini, mi allungò un faldone, saranno stati 4-500 fogli dattiloscritti, 500 pagine di cui mi chiedeva la revisione stilistica. Ho ancora davanti agli occhi sia il gesto sia il prodotto della sua testarda voglia di darlo alla luce.

Sul frontespizio lessi: “Memorie storiche della città di Peschici”. Lui disse: “Solo tu puoi farlo”.

Mi schermii, non tanto per falsa modestia – falsa perché chi mi conosce sa quanto sia abissale la mia presunzione intellettuale – quanto per il lavoro e l’impegno che mi stavano cadendo come una tegola fra capo e collo. Lavoro che avrebbe previsto un tempo di cui all’epoca non disponevo, data la pesantezza della mia giornata al giornale. Fu la giustificazione con cui rifiutai il non indifferente Capì, o fece finta di capire, ma ci rimase male. “Troverò qualcun altro” mormorò. “Ma deve essere come dico io!”

Ci rimase male … ma non si astenne dall’accennare, solo accennare, ai contenuti dell’ultima, titanica, fatica. Una storia del paese che non iniziava, come sempre si è fatto e tuttora si fa, da un nome … il nome di Sueripolo … e da un numero … 970 (anno della presunta nascita del paese), ma da molto più indietro. Partendo da una frase in latino volgare riportata da un documento che don Peppe si è sempre ostinato a chiamare “Memoriali di Calena” (forse il famoso Regesto di Mainardi del 1592 ??? Solo gli attuali e veri ricercatori potranno venirci in aiuto), partendo da quella frase in cui legge di una “Pesclizo destructa”, era risalito, attraverso ricerche durate anni … la cui fonte solo lui sapeva individuare e di cui mi aveva reso inconsapevole partecipe chiedendomi di recuperare nella fornitissima biblioteca della facoltà barese di Lettere Antiche e far tradurre un enciclopedico documento latino di un certo … no, non lo nominerò e non ho nessuna intenzione di rivelarlo, salvo a chi dimostrerà di essere veramente interessato all’opera di Giuseppe Martella e a esaltarne la paternità … era risalito, spiegavo, a un precedente ancorché limitato agglomerato urbano la cui epoca andava inquadrata in un momento storico di cui … di cui non volle dirmi nulla. Fu la sua “revanche” al mio rifiuto. “Se decidessi di lavorarci sopra, lo verresti a sapere … anche perché, senza saperlo, la chiave me l’hai offerta tu” sussurrò.

Dopo, e solo dopo … oggi, e solo oggi … ricollego alla rivelazione racchiusa nelle sue “Memorie” la sua antica richiesta di sondare le profondità dell’Ateneo barese e la faticosissima traduzione sulla quale, per amicizia nei miei riguardi, lavorò varie settimane la responsabile della biblioteca di facoltà. Se fossi stato meno rispettoso del lavoro altrui, meno serio, lasciatemelo dire, e meno … onesto, avrei finto di sobbarcarmi il faticoso impegno, mi sarei fotocopiato le 500 pagine e gli avrei restituito il lavoro scusandomi per non averci potuto mettere mano.

Non lo feci e, dovete credermi, è il cruccio che ancora mi rode lo stomaco. Avrei salvato qualcosa della cui esistenza sono certo. Primo: perché l’ho avuto fra le mani e ne discussi con lui, anche se molto superficialmente per sua scelta e volontà. Secondo: perché la revisione fu richiesta da Martella a don Giuseppe Clemente, e anche lui se lo ritrovò fra le mani e anche lui, per impegni, restituì senza averci messo mano. Un cruccio che s’irraggia al di fuori della mia persona perché continua a tenere Peschici ancora nell’ignoranza del suo autentico passato. E il passato, lo sappiamo bene tutti, è l’humus nel quale si affondano le radici del presente, matrice delle esperienze future.

Un cruccio che si alimentò in maniera impressionante poco tempo dopo, pochissimo tempo dopo, alla notizia della scomparsa del “Grande Vecchio”. Ho tentato in varie maniere di venirne a capo, redigendo persino una “provocazione alla famiglia” in conclusione del saggio scritto per i fratelli Afferrante l’anno successivo alla inaugurazione delle segrete del Castello da loro restaurate, qualcuno ne ricorderà il titolo: “Il Castello sulla Rupe”. Nella circostanza parlai di un armadio che andava aperto. Qualcuno, tempo dopo, mi assicurò che si era dato corso alla richiesta apertura … e … non s’era trovato nulla!

Oggi vengo a conoscenza che … invece … qualcosa è stato trovato … ce l’ho qui … ma soltanto a vederlo, a tenerlo in mano, a soppesarlo, ho capito che non era quanto speravo. Ecco perché sono intimamente convinto che abbiamo perso uno fra i documenti più preziosi legati alla storia di Peschici! E allora l’appello non può che essere il seguente: cercate ancora … cercate … cercate … cercate!

Sono trascorsi anni e io ancora mi mordo le dita. Cosa c’era in quelle memorie, ricostruite con la pazienza del più certosino fra i certosini, di tanto prezioso da consigliare l’autore a scegliersi con tanta accortezza i comprimari (prima io, poi don Giuseppe)?
E POI: su quale mistero, su quale “segreto” aveva messo le mani?
RIUSCIREMO A SAPERLO … UN GIORNO?

Piero Giannini (puntodistella.it)


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