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Peschici, 8 settembre festa di Santa Maria di Kalena. alle 17.00 tutti all’abbazia!

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E’ l’unico giorno in cui e’ aperta al pubblico.

 

LE TRADIZIONI DI CALENA
 La tradizione orale dei più anziani tramanda che, nei secoli trascorsi, dal 1600 circa ai primi anni del Novecento, nella pianura intorno a Càlena si svolgeva una fiera. Era un mercato di prodotti agricoli e zootecnici che alimentavano gli scambi tra l’Abbazia e la popolazione di Peschici ed il commercio con i paesi circonvicini. Si svolgeva il giorno otto mese di settembre, quando conclusi i lavori stagionali estivi, ci si preparava a quelli autunnali. La fiera, che si svolse anche quando il complesso abbadiale nel primo ventennio dell’800 finì in mani private, si esaurì poi per processo naturale, quando il commercio locale prese altre strade e l’economia del paese si impoverì, anche a causa dell’assenza dei monaci di Càlena. Le sue ultime tracce si ritrovavano, fino agli anni Cinquanta, nelle bancarelle che si mettevano intorno Càlena, nel giorno della festa della Madonna, appunto l’otto di settembre.
Era, questo, il giorno in cui ogni peschiciano scendeva a Càlena, molti già dal mattino, per partecipare alla Messa che si celebrava nella chiesa. Ci fu un tempo in cui si svolgeva una processione verso l’Abbazia. Ciò era ancora presente nei ricordi dei peschiciani più anziani, fino ad una cinquantina di anni fa. Ma a memoria delle generazioni di quest’ultimo cinquantennio, il pellegrinaggio era diventato un fatto personale o, al massimo, di famiglia. La signora Raffaela Lopane, classe millenovecento, (di centodue anni), nel novembre del 2002 raccontò quanto segue: “Ricordo la processione di Càlena, ma non le modalità del suo svolgimento. La processione s’è fatta fino alla metà degli anni venti. L’ultimo parroco che la guidò fu Don Attilio Ronchi”. La notizia è attendibile perché in quegli anni il parroco in Peschici era Don Attilio.
 
Il signor Lorenzo Lopane, lontano parente di Raffaela, classe millenovecentosedici, ricorda bene la processione. Aveva nove o dieci anni, intorno alla metà degli anni venti, quando la processione non si fece più. I suoi ricordi sono nitidi, grazie all’ottima forma fisica con cui porta i suoi anni. Il nostro testimone dice di ricordare che il rito si svolgeva in due fasi: prima si portava la statua della Madonna dall’abbazia di Càlena fino alla Chiesa Madre in Peschici, dove si svolgeva un ciclo di preghiere. Successivamente, otto giorni dopo, l’otto di settembre appunto, la statua della Madonna si riportava solennemente a Càlena per lo svolgimento della festa liturgica della Natività della Vergine. Quel giorno, oltre alla processione e alla messa solenne per il rientro, c’era anche la fiera.
Si andava a Càlena attraverso il tratturo che dal paese raggiungeva la "Scalorn" e, da lì, la Piana. Si marciava allegramente verso l’Abbazia per onorare la Madonna, per partecipare all’allegria generale che prendeva i fedeli attorno all’antico edificio, per bighellonare tra le bancarelle, mangiando noccioline o leccando uno dei rari gelati a cono di quei tempi: il gelato di "Masinuccio". I bambini più grandicelli no, non si accodavano ai gruppi familiari che scendevano a Càlena. Essi preferivano la strada più lunga, quella carrozzabile che va dal paese fino alla Grotta della Posta e prosegue poi sulla statale 89 per Vieste, raggiungendo Càlena dopo un paio di chilometri. Avevano con loro un singolare mezzo di trasporto: la “rocìla” (‘a roc’lë). Era un povero autarchico giocattolo, molto in uso in quei tempi in cui i giocattoli erano privilegio dei soli bambini ricchi; e non sempre. Era fatto di una mazza di scopa alla quale erano inchiodate nel basso due assicelle di legno, parallele e bucate ad una certa altezza. Nei buchi si faceva passare un perno, una normale asta di ferro rotonda che reggeva una ruota di legno. Questo era il veicolo dei ragazzini, che doveva essere portato, invece di portare. Era usato come giocattolo un po’ in tutto l’anno, ma era indispensabile per la festa di Càlena, e guai a non averlo!
 
Ricordo il pianto dei più piccoli, in quei giorni, pianto che costringeva i padri a pregare i falegnami di costruire una "rocila" ai loro figliuoli. Attaccato al manubrio fisso della rocila, molti portavano un grosso fazzoletto pieno di noci, prese dal "follone" (u’ fullaun) che era stato preparato molti giorni prima. I bambini più grandicelli, quelli più intraprendenti, invece della “rocila” si costruivano un veicolo più sofisticato e più logico per il servizio richiesto: "u trainell", un piccolo traino. Era un’asse più o meno grande con quattro ruote di legno, nei tempi più remoti; con quattro vecchi cuscinetti a sfera, nei tempi più vicini a noi. Su questo trabiccolo, l’asse montata su quattro ruote, si potevano sedere anche tre bambini. In discesa il trainello pigliava l’abbrivo e correva tra l’entusiasmo degli ingegnosi passeggeri. In pianura ed in salita, uno dei ragazzini spingeva, a turno, mentre gli altri viaggiavano comodamente seduti. Per tutti la meta era Càlena.
 
Una volta giunti a Càlena, i bambini ed i ragazzi si sparpagliavano tra le bancarelle per spendervi i loro soldini. Qualcuno, lestamente, riusciva a rubare qualche nocciolina. Molti davano l’assalto agli alberi di pero, piantati in filari lungo il tratturo, sui quali facevano bella mostra di sé le pere invernali. Erano dure come sassi, immangiabili; maturavano solamente nel pieno inverno. Ma i piccoli vandali non se ne curavano e, di solito, riuscivano a distruggere tutto il raccolto. Altri ancora si arrampicavano sul grande gelso moro che era di fronte all’antico portale abbaziale, alla ricerca di qualche rimasuglio dei grossi e succosi frutti rosso scuro che macchiavano la pelle e i vestiti. A settembre però frutti non ce n’erano più e i monellacci si sfogavano a rompere i rami. Per fortuna, il glorioso gelso riusciva vittorioso sempre, anno dopo anno, nella sua lotta con i monelli di Peschici. Si dovette arrendere, invece, all’asfalto della strada, costruita in tempi a noi vicini, ponendo fine al divertimento devastante dei ragazzini e ad una antica gloria.
 
I grandi, i nonni, i genitori, le ragazze e i giovani speranzosi di poter scambiare qualche parola con l’innamorata, si recavano in chiesa, dove celebrava messa don Domenico Biscotti, detto "u monaco di Ianna Maria", il monaco di Giovanna Maria, che era la madre. Don Domenico era stato nell’Ordine dei Frati Minori, i Cappuccini, dove era diventato sacerdote e aveva cominciato la sua missione religiosa. Poi volle secolarizzarsi e venne a fare il prete nel suo paese. Era notissimo per essere il prete della Chiesa di Sant’Antonio, per le giaculatorie che recitava al camposanto nel mese dei morti e per la celerità con cui celebrava messa, con grande soddisfazione dei chierichetti. Don Domenico era anche uomo di robusto appetito. Quando finiva di dir messa, immancabilmente si recava nel cortile, dove l’aspettava una mangiata di fichi d’India. Lì c’era Michelangelo Di Maria, il fattore dei Martucci, armato di coltello, che puliva i fichi d’india, (“i mmunnaav” come si dice da noi) e Don Domenico afferrava i grossi frutti e ne faceva un solo boccone. Tra noi giovani si diceva che Don Domenico era capace di mangiarsi un "panaro" di fichi d’india.
 
Per la Messa, la chiesa straripava di fedeli. In prima fila, c’erano i Martucci. Era l’occasione per fare la passerella e l’occasione per affermare il loro ruolo di padroni. I padroni che davano lavoro a tanta gente nelle loro campagne e che, soprattutto, “permettevano” ai contadini di passaggio e ai loro animali “l’abbeverata” al preziosissimo pozzo, che sorge al centro del cortile del complesso abbadiale. E’ un pozzo monumentale che risale al XVI secolo (su una colonna c’è scritta la data 1571), oggi non più usato dagli estranei perché il portone della masseria è sbarrato; ma allora era essenziale per l’economia contadina della zona.
Finita la messa, i fedeli sciamavano nel cortile e lungo i tratturi adiacenti all’Abbazia. I padroni si intrattenevano con amici e clienti, chiacchierando del più e del meno. Don Domenico si riposava, prendendo il fresco accanto all’uscio di casa del fattore. Michelangelo riponeva quel che restava dei fichi d’india, se rimaneva qualche cosa. Era un momento di pausa ed era l’occasione per i bambini di entrare in chiesa. Essi approfittavano della poca gente che c’era per prendersi un innocente divertimento. Armati di un sasso di media grandezza, andavano a battere sul piano delle piccole nicchie, poste accanto all’abside sul lato sinistro e nelle quali, in altri tempi, si conservavano probabilmente oggetti sacri per la celebrazione dei riti religiosi. Sotto il piano, c’è il vuoto ed il rimbombo che si udiva ad ogni battuta sembrava ai ragazzi il galoppo di numerosi cavalli. Per questo si diceva che a Càlena c’era la cavalleria, che per quel bambini doveva essere una cosa spaventosa; più d’uno di essi si prese delle belle paure, credendo di veder comparire, nelle ore più deserte, cavalieri e cavalli al galoppo per la contrada.
 
Il pellegrinaggio a Càlena continuava ancora nel pomeriggio, più composto e più calmo. Si trasformava in una passeggiata distensiva in quell’otto settembre quasi sempre bello e di tiepido sole. La gente bighellonava tra Chiesa, cortile e campagna, godendosi gli ultimi splendori dell’estate. Fu proprio a Càlena, durante la seconda guerra mondiale, in quel fatidico 8 settembre del 1943, che ci arrivò la notizia dell’armistizio. Un grido, come un sospiro di liberazione, si levò dalla folla: è finita! La guerra è finita! Presto torneranno tutti a casa. Invece iniziò una guerra ancora peggiore e ben più triste! Finiva piuttosto un’epoca e stava per finire anche la storia di Càlena, con le sue tradizioni, gli usi e le leggende che l’avevano accompagnata per secoli
In poco più di un decennio, la festa e la devozione alla Madonna dell’abbazia persero di interesse per la gente di Peschici, anche se, ancora oggi, molti Peschiciani si recano a Càlena l’otto settembre.
Qualcuno, per il resto dell’anno, vorrebbe visitare ancora la Chiesa ormai cadente, ma i proprietari non fanno più entrare. Qualche struttura potrebbe crollare sulla gente e sarebbero guai! Meglio tenerla chiusa e non correre rischi. Antichi luoghi destinati ad usi diversi da quelli per i quali erano stati costruiti. Una abbazia che diventa masseria, maltenuta dai proprietari e non tutelata dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici, ha visto pian piano mettere da parte, da parte del clero locale, anche le pratiche religiose. Sfrattata la Madonna, impedito l’accesso alla chiesa, il culto per la Madonna delle Grazie è diventato un vago ricordo nostalgico negli anziani e un sentito dire per i più giovani. Che peccato!
 
Nicola Pupillo
 
 
 “Salviamo Kàlena. Un’agonia di pietra” (AA.VV – pp. 87-91), a cura di Liana Bertoldi Lenoci, 4° volume della collana “I luoghi della memoria” – Centro Studi Martella, Edizioni del Parco, Foggia 2003
 


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