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VENTI MILIONI DI FANTASMI

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Sono i giovani di oggi, che si aggirano per l’Italia senza fare sentire la propria voce.

 

Cambiano i partiti, ma a popolarli e – soprattutto – a guidarli sono sempre gli stessi (i soliti noti).
Si inaugurano, una dietro l’altra, grandi stagioni di rinnovamento, ma i giovani ne sono puntualmente esclusi. Continuano ad accettare pedissequamente la società così come costruita dagli adulti e badano soltanto a trovare in essa un piccolo spazio (un posticino o qualche praticuccia per campare, poco importa se da precari), senza distrarsi in ricerche di un radicale cambiamento. Sono circa venti milioni di fantasmi (l’espressione è stata coniata quindici anni fa dalla rivista «Alchimia»), che si aggirano per l’Italia senza fare sentire la propria voce.
I giovani italiani sono ormai da troppi anni accomunati da una prioritaria attenzione di ciascuno a se stesso (si salvi chi può!). Sono divisi in vite parallele, in realtà solitarie (fatte di tele e di internet), senza alcuna vera esperienza associativa, senza alcun “programma” comune, privi di qualsivoglia premessa ideologica (meglio se trasversale), su cui le precedenti generazioni hanno, invece, fondato lunghi periodi di grande partecipazione di massa.
Se la politica è ricerca di cambiamento, come può questa ricerca farsi senza la partecipazione (sostanziale) dei giovani?
Oggi più di ieri i giovani hanno tante cose da rimproverare agli adulti, agli ex figli del ’68, egoisticamente orientati alla tutela del presente (ovvero di se stessi) e dimentichi della molla del loro mitico ’68, che li spinse a rompere gli allora assetti sociali e ad imporre il loro punto di vista (giusto o sbagliato che fosse).
Quel «conflitto», spento anni addietro, oggi non ha ragione di rivivere?
A pensarci bene, ne ha molte. Forse più di ieri. Dalle maxipensioni che si continuano ad erogare ai tanti notabili (che già durante la vita lavorativa hanno fatto gli “affari” loro) ad un mercato del lavoro vergognoso ed ingessato, pieno zeppo di ostacoli, posti a garanzia degli occupati di oggi e, al più, dei loro diretti discendenti (anche se per nulla meritevoli).
Gli adulti non si rendono, purtroppo, conto che, lasciando solo le “briciole” ai giovani di oggi (eccetto, ovviamente, i «figli di papà», il cui futuro è ben definito sin dalla culla), stanno creando – giorno dopo giorno – le premesse di un danno irreparabile, la rottura di un patto fra generazioni su cui – per definizione – si regge l’equilibrio sociale.
«Guai, infatti, alla società nella quale viene meno la solidarietà dei giovani verso gli anziani. Ma guai non minori a quella in cui accade l’inverso. L’Italia è su questa seconda strada» tuonò anni addietro Giuliano Amato, invitando coraggiosamente i giovani ad essere un po’ meno «a-conflittuali», a trovare le ragioni per prendersela (in senso buono) con gli adulti e per costringerli (in senso altrettanto buono) ad occuparsi del loro futuro, perché gli adulti, con tutto il bene che vogliono ai giovani, sono troppo egoisti per farlo, nonostante siano ex figli del ’68!

Alfonso Masselli


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