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Imbrocchiamola! Nei locali pubblici, acqua del rubinetto al posto della minerale

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Legambiente presenta a Bari il dossier “Un Paese in bottiglia”. Meno bottiglie, meno rifiuti.

 

Acqua del rubinetto al posto della minerale nei locali pubblici. Legambiente Puglia, Altreconomia e Acquedotto Pugliese presentano Imbrocchiamola, la campagna nazionale della rivista dei consumatori nata per promuovere nei ristoranti, nelle pizzerie e nei bar la somministrazione di acqua del rubinetto piuttosto che quella imbottigliata. L’obiettivo: essere sempre più numerosi a bere, mentre si mangia un panino al bar o una pizza tra amici, l’acqua “del Sindaco”, anche perché non esiste nessun obbligo di legge a vendere esclusivamente le bottiglie di minerale, mentre esistono ottime ragioni, ambientali ed economiche, per scegliere quella dell’acquedotto. Gli esercizi pubblici che aderiranno all’iniziativa esporranno l’adesivo di Imbrocchiamola in bella mostra sulla vetrina del locale e distribuiranno volantini informativi ai cittadini. “L’acqua di acquedotto è buona, sicura, controllata, economica. E non inquina -dichiara Francesco Tarantini, Presidente di Legambiente Puglia-. Va detto una volta per tutte: i consumatori e i clienti devono avere il diritto di chiedere l’acqua di rubinetto anche nei locali, che non possono rifiutarsi di servirla”.
L’iniziativa e il dossier di Legambiente “Un Paese in bottiglia” sono stati presentati  questa mattina a Bari, presso il Caffè Vox in via Sparano, in conferenza stampa da Ivo Monteforte, Amministratore Unico Acquedotto Pugliese, Michele Losappio, Assessore all’Ecologia della Regione Puglia, Francesco Tarantini, Presidente Legambiente Puglia, Massimo Posca, Presidente FIPE Confcommercio, Stefano Ciafani, Responsabile Scientifico Legambiente Nazionale e Pietro Raitano, Direttore del mensile Altreconomia. L’Italia è il Paese in cui si ha il maggior consumo di acqua in bottiglia nel mondo, con 194 litri pro capite solo nel 2006 (oltre mezzo litro a testa al giorno). Un dato in costante aumento, triplicato in poco più di 20 anni (nel 1985 erano appena 65 litri), e con esso anche il volume di affari per i produttori di acqua minerale è aumentato e di molto. Nel 2006, in Italia, erano attive 189 fonti e 304 marche di acque minerali in grado di generare un volume di affari di 2,2 miliardi di euro, grazie all’imbottigliamento di 12 miliardi di litri di acqua (Beverfood). Il business miliardario per le industrie dell’acqua minerale è favorito, secondo Legambiente e Altreconomia, anche dai canoni di concessione molto bassi, se non addirittura nulli come nel caso del Molise, che vengono versati alle Regioni, e che spesso non tengono conto neanche dei reali volumi di acqua prelevati o imbottigliati. Sono solo otto, infatti, le regioni italiane che prevedono un canone in base alla quantità di acqua imbottigliata: si va dai 3 euro ogni mille litri prelevati in Veneto ai 5 centesimi ogni mille litri della Campania. In 8 Regioni, tra cui la Puglia, in attesa della definizione del canone sui volumi emunti, si paga solo in funzione degli ettari dati in concessione alle aziende. In Puglia, regione con 12 concessioni, la cifra ammonta a circa 1 euro per ettaro mentre in Veneto, nelle zone di pianura, arriva a quasi 590 euro per ettaro. “Chiediamo alla Regione Puglia –continua Tarantini- di aumentare i canoni di concessione, considerando anche le quantità di acqua utilizzata, per coprire tutti i costi compresi, quelli ambientali delle acque imbottigliate”.
Infatti, le industrie pagano alle Regioni molto poco l’acqua che prelevano, rispetto a quanto guadagnano dalla vendita del loro prodotto. In molti casi questi introiti non sono neanche sufficienti a coprire le spese sostenute dalle amministrazioni pubbliche per la gestione amministrativa e l’attività di sorveglianza, senza calcolare poi quanto viene speso per lo smaltimento delle numerose bottiglie in plastica derivanti dal consumo di acque minerali che sfuggono alle raccolte differenziate. Per superare questo annoso problema è stato fatto un passo in avanti con il “Documento di indirizzo in materia di acque minerali naturali e di sorgente” approvato dalla Conferenza delle Regioni il 16 novembre 2006, che individua criteri più onerosi rispetto al passato (da 1 a 2,5 euro per ogni m3 imbottigliato; da 0,5 a 2 euro per ogni m3 emunto; almeno 30 euro per ettaro) ma non è ancora sufficiente.“E’ giunto il momento di applicare una volta per tutte un criterio unitario a livello nazionale e più oneroso per il rilascio delle concessioni, fondato su sistema penalità e premialità – dichiara Stefano Ciafani, responsabile scientifico nazionale di Legambiente- penalizzando ad esempio chi utilizza bottiglie di plastica o esegue il trasporto su gomma e premiando invece chi favorisce il vuoto a rendere o utilizza la ferrovia”. 
    L’impatto ambientale derivante dalla filiera delle acque minerali è altrettanto preoccupante.
Basti considerare l’uso di bottiglie di plastica monouso e il consumo di petrolio per fabbricarle, i camion per trasportarle e le relative emissioni atmosferiche, gli imballaggi plastici destinati alle discariche, quando non raccolti in maniera differenziata. Ognuna delle fasi – produzione, trasporto e smaltimento – che accompagna la vita di una bottiglia di acqua minerale è caratterizzata da un forte impatto sulla qualità ambientale. Nel 2006, per la sola produzione delle bottiglie, sono state utilizzate 350 mila tonnellate di polietilene tereftalato (PET), con un consumo di 665 mila tonnellate  di petrolio e un’emissione di gas serra di circa 910 mila tonnellate di CO2 equivalente. Ma anche la fase del trasporto dell’acqua minerale influisce non poco sulla qualità dell’aria: solo il 18% del totale di bottiglie in commercio viaggia sui treni, tutto il resto lo fa su strada. Inoltre solo un terzo circa delle bottiglie di plastica utilizzate sono state raccolte in maniera differenziata e destinate al riciclaggio. Secondo i dati forniti dall’associazione di categoria Mineracqua e dal Corepla, il consorzio per il recupero degli imballaggi in plastica, nel 2006 sono stati immessi al consumo circa 2,2 milioni di tonnellate di imballaggi plastici, di cui 409mila in polietilene tereftalato. Delle tonnellate di PET utilizzate per la produzione di bottiglie di acqua minerale solo il 35% di queste sono state avviate a riciclo. Tutto questo si potrebbe evitare riducendo il consumo di acque minerali e bevendo sempre di più quella del rubinetto, con evidenti vantaggi ambientali per la riduzione del consumo di una fonte fossile come il petrolio, di emissioni inquinanti in atmosfera, compresi i gas serra, e della produzione di rifiuti, con conseguente risparmio economico per la collettività. “Il motivo fondamentale –spiega Pietro Raitano, Direttore di Altreconomia-  che spinge gli italiani a rivolgere la propria attenzione verso le acque minerali, oltre ad una forte pressione imputabile alla martellante campagna pubblicitaria è riconducibile sostanzialmente alla sfiducia nei confronti dell’acqua distribuita attraverso gli acquedotti: si pensa cioè che l’acqua in bottiglia sia più controllata e quindi migliore di quella pubblica. In realtà l’acqua del rubinetto subisce, per legge, controlli costanti”.
“La nostra azienda, per esempio – ha concluso l’Amministratore Unico di Acquedotto Pugliese, Ivo Monteforte –effettua circa 250.000 controlli annui nei punti di produzione e di distribuzione; a questi si aggiungono i frequenti controlli delle autorità pubbliche. Per quanto possa sembrare strano, la legge sulle acque minerali confezionate richiede il controllo di meno sostanze rispetto a quella delle acque di rubinetto e, spesso, con limiti diversi. Alcune acque minerali, per questo, non sempre sono raccomandabili per un uso frequente; spesso, infatti sono troppo o troppo poco ricche di sali minerali e di altri elementi indispensabili per il nostro benessere”.
L’elenco degli esercizi pubblici che aderiscono a questa iniziativa sarà disponibile sui siti www.legambientepuglia.it , www.imbrocchiamola.org  e www.aqp.it.
 


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