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Vieste – SULLE COLLINE A SAN SALVATORE PER RITEMPRARE LO SPIRITO

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Preghiera e fede nel Centro di Spiritualità di San Salvatore:il dono ai viestani di mons. Francesco De Nittis

 

L’irradiazione spirituale che scende dalla collina si specchia nella solitudine "cercata" da monsignor Francesco De Nittis. La sua casa nel centro di Vieste è un ritiro intellettuale e di fede. Interrotto soltanto dai messaggi e dalle bollette lasciate sotto l’uscio dai concittadini e dalle visite mattiniere di qualche conoscente.

La sua casa nel centro di Vieste è un ritiro intellettuale e di fede. Interrotto soltanto dai messaggi e dalle bollette lasciate sotto l’uscio dai concittadini e dalle visite mattiniere di qualche conoscente. L’Arcivescovo di Tunes, nunzio apostolico, per quarant’anni al servizio della Santa Sede, viestano, trascorre sul Gargano i sei mesi estivi per poi tornare e svernare in Sudamerica o in Papa Nuova Guinea, dove trae ispirazione per le sue idee e i suoi progetti. Da "incarnare" a Vieste. Il Centro di Spiritualità e Preghiera San Salvatore è il suo dono materiale alla città. 17 ettari di uliveti, campi di montagna, dove è ancora possibile incontrae gli steccati di reti a doghe ortopediche, di- venuti un luogo di approfondimento religioso per la comunità.

«Il centro per la posizione geografica e il contenuto è una provocazione — spiega monsignor De Nittis — durante l’estate, ma anche in altri periodi nessuno considera la montagna. Il turismo, la civiltà del tempo libero e dell’edonismo chiedono altri consumi. Per me la Montagna, come nella Bibbia è un’epifania».

L’essere nato a Vieste è stata per il Monsignore condizione sufficiente per decidere di investire e per credere in un centro «fulcro di inculturazione del cattolicesimo». I riferimenti ideali di monsignor De Nittis sono distanti e diversi dalla complessità di una società che rincorre modelli di sviluppo economico e infrastrutturale nuovi, ma assicura: «C’è un grande campo d’azione spirituale sul Gargano».

Durante i suoi viaggi, il monsignore ha visitato e vissuto realtà molteplici. Una fra tutte il centro Gesù Buon Pastore "Florìda" della diocesi dell’Uruguay in Papa Nuova Guinea. «In quel centro è la parrocchia protagonista: vivono delle famiglie catechizzanti che sono sostenute quasi interamente dagli ospiti. Vivono della loro missione di catechisti, per fornire gli strumenti cristiani alla comunità e a chiunque voglia fermarsi a pregare. La formazione laica permanente consente ai gruppi di fedeli di cambiare realmente i loro stili di vita. La mia idea di centro qui a Vieste non è affatto finalizzata a prospettive turistiche di lucro o guadagno. E’ invece un luogo per ritiri, per consigli spirituali». Lo smarrimento dei cattolici in fuga dai riti e dalla liturgia potrebbe essere ricondotto a una nuova partecipazione del Vangelo.

Monsignor De Nittis pensa ad esempio alla Corea. «Non c’è un testimone migliore di un laico, che vive nella società la sua fede. Non c’è un apporto più robusto dei laici nel vivere comune. La Corea è stata catechizzata non da missionari, ordini di religiose o da encicliche e lettere pastorali, ma dai laici del posto. Si parla in quel caso di indigenizzazione e autoctonizzazione della religione e del cristianesimo. Di incarnazione attraverso l’inculturazione. Io credo che anche a Vieste ci sia il bisogno di entrare nei drammi dell’asfalto per condividere i dolori della società materialistica. Ma da un punto di vista laico». Il lavoro di diplomatico di servizio in prima linea nei paesi in via di sviluppo ha avvicinato il monsignore anche a centri gestiti dall’Opus Dei, nei quali l’elemento laicale, quasi calvinista, innervato in una visione religiosa della vita è molto forte. Ma il Centro di Vieste vuole essere altro.

Come rileva il vicario episcopale, il parroco della cattedrale di Vieste, don Gioacchino Strizzi: «Con monsignor D’Ambrosio dovremo cercare una strada comune».

Formazione spirituale per gruppi organizzati, autogestione per i seminaristi ed esperienze di fede laica a metà tra la sobrietà francescana e il rigore morale eremitico. «Vieste e la collina del centro sono un luogo in cui la geografia diventa spiritualità» sottolinea il monsignore, felice della sua opera. Da lassù, il mare, le ansie della spiaggia e le perplessità del marketing territoriale, sono più piccoli. E insieme globali.

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UNA PROVOCAZIONE SPIRITUALE, PER UNA VACANZA ALTERNATIVA

Il Centro di Spiritualità e Preghiera San Salvatore di Vieste è una «provocazione spirituale». Nei confronti della Vieste turistica, che si affanna a vendere tempo libero felice. Distante dalla spiaggia del Castello appena 8 km, si affaccia ai lidi e alla città silenzioso ed estraneo. Come un’evasione capricciosa da adolescenti. «E’ un’opera nata con tanta umiltà dalla mia mente, dal mio cuore e dalle mie sostanze», spiega monsignor Francesco De Nittis, che ha speso per il suo "sogno" di spiritualità e inculturazione quasi novecento milioni di lire. La Diocesi sta contribuendo, ma questo «genere di istituto è una provvidenza, un dono di Dio». Uno di quegli asset, per dirla alla maniera del marketing, «importante nel ventaglio della ricerca della fede da parte di una comunità». «Esiste un modo alternativo di vivere la vacazione [nello spagnolo che ogni tanto scappa al vescovo, ndr], la vacanza. Il Centro vuoi dare nutrimento alla dimensione dello spirito. Una buona parte dei turisti sentono il desiderio di fermarsi e riflettere. In una civiltà del tempo libero, dell’edonismo e del solipsismo, sono molte le persone che vogliono vivere delle esperienze di spiritualità intensa a pochi chilometri dal rumore e dal turismo del divertimento e del consumismo».

La pietra di fondazione del Centro fu posta nel 1997 dal vescovo D’Addario. «Ci fu un acquazzone benaugurale» ricorda con compiacimento il responsabile, don Gioacchino Strizzi. Costruito su un sito collinare, ancora parzialmente selvaggio, oscuro e poco attaccato da strutture di ristorazione «alla moda», il centro ha un’estensione di 17 ettari di terreno con uliveti, tutti di proprietà del monsignore. E’ costituito da 24 posti letto con Il posti dislocati in alloggi distinti dalla struttura principale. Due saloni in un luogo di preghiera comune, una cucina che gli ospiti possono vivere autogestendosi. E una grande croce, in ferro, alta 11 metri, che provoca la collina. «Nella mia mente, vedendo il luogo così ameno e bello — argomenta monsignor De Nittis — ho pensato che fosse adatto alla preghiera. Ma non la preghiera in se stessa, bensì quella operativa, che passa all’azione per vivere. Un modo di pregare che possa essere formazione pastorale. Un seminario per laici di ambo i sessi per lavorare nelle parrocchie». Pensato principalmente per i gruppi spirituali guidati da sacerdoti, il centro ha un futuro «che non può essere indovinato». «E’ aperto a chiunque voglia ritrovare una parte di se» e, s’intuisce, potrebbe diventare un luogo di accoglienza anche per singoli. Intellettuali silenziosi, cittadini dubbiosi, fedeli in rinnovamento. In vacanza in una beauty farm dell’anima, dei polmoni e degli occhi.

L’ambizione di monsignor De Nittis è imponente. «Ci vorrebbe una comunità di laici stanziali. — anticipa don Gioacchino — Finora il Centro ha avuto la funzione di accoglienza per gruppi religiosi organizzati. E’ venuto dalla parrocchia San Guglielmo Pellegrino don Franco con un gruppo di preghiera parrocchiale soltanto pochi giorni fa. E’ necessario che i gruppi siano accompagnati da sacerdoti o da animatori spirituali perchè potrebbero smarrirsi Ma il centro e gli alloggi possono accogliere anche gruppi di coniugi. Siamo aperti ad una spiritualità laicale. In estate ogni 15 giorni il centro riceve e ospita tutti gli interessati, ma attualmente e per i prossimi mesi invernali saremo chiusi. C’è un problema logistico. Il sogno è avere una comunità che stia qui tutto l’anno e voglia alimentare lo spirito di questo posto». I gruppi della Diocesi e i volontari laici della cattedrale di Vieste, come Giuseppe Olivieri e gli altri parrocchiani impegnati in cucina e nella gestione degli alloggi, sono «a disposizione». Il sogno di Monsignor De Nittis, però, ha bisogno, come disse Paolo VI, «più di testimoni che di maestri». Testimoni e investitori dell’altro turismo.


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