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Il Malocchio a Vico del Gargano

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Se ne parlerà oggi in un Convegno al Museo Etnografico dell’Alta Brianza di Lecco.

 

Sabato 11 ottobre 2008 alle ore 15,00 presso il MEAB – Museo Etnografico dell’Alta Brianza – a Lecco, in occasione dei cento anni della nascita di De Martino, il prof. Fabietti renderà  omaggio al padre dell’antropologia italiana e al suo saggio "Il mondo magico" con la presentazione di una ricerca sul malocchio in Puglia.
Al fianco del prof. Fabietti, uno degli antropologi più importanti d’Italia, sul tema "Il malocchio a Vico del Gargano: tra sacro e profano nelle formule magiche e nelle pratiche rituali" interverrà la nostra concittadina garganica Silvia Frigerio, che così commenta: "Avrò l’onore e il piacere di parlare ancora una volta della mia ricerca sul malocchio a Vico del Gargano, argomento che sono certa desterà molta curiosità e interesse" .
Un convegno interessantissimo e senz’altro da non perdere, cui seguirà un buffet offerto dall’Associazione Amici del MEAB. Per Info: meab.parcobarro.it – tel. 0341240193;  meab@parcobarro.it       
 
   
 
ECCO L’INTERVISTA CHE MICHELE LAURIOLA (DIRETTORE FUORIPORTA) FECE,   TEMPO FA, A SANDRA FRIGERIO,  AUTRICE DELLA TESI DI LAUREA: "IL MALOCCHIO A VICO DEL GARGANO"

Quando si parla di malocchio, spesso non si riesce a nascondere un sorriso ironico: questa parola, infatti, evoca un mondo così lontano dall’uomo moderno che il fenomeno finisce sempre con l’essere etichettato come una bizzarra tradizione, se non addirittura una superstizione. In realtà, dietro questa antica, ma tutt’ora presente, usanza si nasconde una realtà viva e piena di significati.
Ho incontrato la neo dottoressa Silvia Frigerio, che ha discusso la sua tesi di laurea in Antropologia con indirizzo linguistico cinese presso l’Università Milano-Bicocca dal titolo “Il malocchio a Vico del Gargano: tra sacro e profano nelle formule magiche e nelle pratiche rituali”. Il particolare argomento mi ha suscitato interesse e curiosità. Inevitabile la chiacchierata con l’autrice.

 
– Innanzitutto, ci tolga una curiosità: come mai la scelta dell’argomento della sua tesi è caduta proprio sul tema del malocchio a Vico del Gargano?

 
 
L’idea di fondo di questa tesi nasce, a dir la verità, in modo del tutto casuale. Avendo il ragazzo che abita a Vico, sono solita trascorrere parecchio tempo in questo paese. Una volta, durante le vacanze estive, fui colta da un sordo dolore alla pancia che non accennava a diminuire nonostante le medicine. In quel momento mi venne proposto di vedere se per caso il dolore non fosse dovuto al malocchio e così mi ritrovai davanti ad un piatto d’acqua, nel quale vennero gettate delle gocce d’olio. La mia guaritrice mi disse che era proprio malocchio, me lo tolse e cominciai subito a sentirmi meglio. Non avendo mai vissuto prima l’esperienza di “malocchiata”, ho cominciato a pormi, ma soprattutto a porre domande alla gente di Vico. E così, piano piano è nata la mia tesi. Anzi, approfitto di quest’occasione per ringraziare la redazione di Fuoriporta che ha deciso di dedicarmi questo spazio e soprattutto tutti coloro che hanno reso possibile la mia ricerca: le persone che si sono prestate con pazienza alle mie interviste e i bibliotecari che mi hanno aiutato con solerzia nella ricerca di materiale bibliografico locale su questo tema. E naturalmente non può mancare un grazie speciale alla mia famiglia e alla famiglia Giuseppe Dattoli che mi hanno sempre aiutata e sostenuta.

– Spesso attorno a questo fenomeno si hanno le idee poche chiare. Proviamo a dare una definizione del malocchio. Che cos’è?

Come dice la parola stessa, l’occhio è un elemento di centrale importanza: esso è sia l’organo da cui l’influsso nefasto parte, ma al tempo stesso è anche il suo destinatario. Il malocchio nasce da un desiderio smisurato, sia nel bene sia nel male. Può essere legato ad uno sguardo carico di invidia o, come accade nel caso dei bambini, ad uno sguardo carico di troppo amore. Nella maggior parte dei casi si malocchia involontariamente, non c’è da parte del fascinatore una reale volontà di far del male all’altro.

– Secondo lei, da quanto emerso nel corso della ricerca, si può parlare di malocchio come di un’antica superstizione tramandata dal passato?

Per quanto mi riguarda, è riduttivo e scorretto etichettare questo fenomeno come semplice superstizione. È più corretto parlarne in termini di credenza, una credenza che non è affatto sciocca ma che trova i suoi riscontri anche nella moderna scienza occidentale. Il malocchio deve essere letto in chiave sociale: è un meccanismo che permette ad una società piccola, come appunto quella vichese, di affrontare gli inevitabili conflitti sociali, evitando di portarli alle estreme conseguenze. Quando la comunità è relativamente piccola, come spesso si dice, “tutti sanno tutto di tutti” ed è proprio per questo che è facile suscitare delle invidie. Riconoscere di essere stati malocchiati significa, allora, prendere consapevolezza di un malessere sociale che viene risolto prima che possa trasformarsi in qualcosa di più serio, tanto più che obiettivo del rituale non è individuare con assoluta certezza un colpevole contro il quale vendicarsi. Incontrare delle persone che provano nei nostri confronti invidia, rivalità o semplice gelosia ha delle ripercussioni sul nostro status psico-fisico, tanto che oggi la medicina occidentale riconosce le malattie psico-somatiche come delle vere malattie. Ed è per questo che, ancora oggi, queste pratiche continuano ad essere vive.

– Abbiamo parlato del malocchio in generale, proviamo ad entrare ora nella specificità del rituale.

Innanzitutto, bisogna premettere che non esiste un rituale unico ma una molteplicità di rituali, a cui ogni singolo guaritore conferisce uno specifico significato. In generale, il rituale, nella versione più comune, ha sempre inizio con un segno della croce: il guaritore segna se stesso, il piatto e la persona malocchiata. Poi getta in un piatto pieno d’acqua, tre gocce d’olio: se l’olio, impattando con l’acqua, non si scompone, come dovrebbe essere viste la sua proprietà idrofoba, ma tende a formare un’unica grande goccia, ecco che allora non ci sono dubbi: è malocchio. Il guaritore dirà delle formule, inafferrabili all’orecchio del suo paziente, e poi ripeterà l’operazione per altre due volte. La terza volta, se l’olio si scompone in tante goccioline, vuol dire che il malocchio è stato tolto. Altrimenti è necessario “cambiar mano” e a distanza di qualche ora, sottoporsi nuovamente al rituale cambiando guaritore.

– A proposito delle formule magiche, è stato facile ottenerle dai guaritori?

Le formule del malocchio, proprio perché dotate di un potere magico-religioso, che va ben al di là della loro semplice interpretazione letterale, vengono custodite gelosamente dai guaritori. Solo alcuni di loro hanno accettato di rivelarmi le loro formule. La paura più grossa è quella che queste formule finiscano nelle mani di persone senza scrupoli che le sfruttino per estorcere denaro a chi è in difficoltà. È bene ricordare che si può credere nel malocchio e allo stesso tempo condannare i ciarlatani come Don Nascimento e simili. Il vero guaritore aiuta la persona malocchiata senza voler niente in cambio, in stretta sintonia con l’insegnamento cristiano dell’ “ama il prossimo tuo come te stesso”.

– Esiste un legame tra malocchio e religione? Come si pone la Chiesa nei confronti di questo fenomeno?

La Chiesa, a livello ufficiale, non solo non riconosce ma condanna queste pratiche come residuo di antiche superstizioni pagane, tanto che a partire dal Medioevo, ha dato vita a una dura battaglia contro quelle che definiva pratiche diaboliche ed eretiche Eppure, per i guaritori l’intero rituale è profondamente investito di significati religiosi: il rituale ha inizio con un segno della croce, le formule magiche contengono riferimenti continui al cristianesimo e le preghiere che le accompagnano, sono preghiere cristiane. “Sono cose di Dio” è l’espressione più ricorrente nel corso delle interviste. In questo modo i guaritori ribadiscono con fermezza la bontà della propria azione, tracciando una profonda linea di demarcazione tra sé e i, purtroppo sempre più numerosi, truffatori.

– Infine, un’ultima curiosità: spesso quando si parla di malocchio e credenze simili si pensa che siano usanze solo del Sud Italia. Lei che viene da un paese del Nord (Lecco, ndr) ha riscontrato la diffusione di questo fenomeno anche dalle sue parti?

Quando si parla di malocchio non esiste alcuna distinzione geografica poiché esso è un fenomeno diffuso in tutto il mondo, dall’Europa, al Nord Africa, all’Asia… Anche in Italia, esso funge, se così si può dire, da filo di congiunzione tra le diverse regioni: è molto diffuso, oltre che al Sud, anche al Centro e al Nord. L’unica differenza riscontrata è che al Nord le persone sono fortemente restie a parlare di questi argomenti per paura di essere giudicati. Qui, invece, dopo un’iniziale e del tutto giustificata diffidenza, le persone hanno dimostrato una grande disponibilità nel raccontarmi un qualcosa di così delicato. La credenza nel malocchio continua ancora oggi a essere un fenomeno diffuso, anche se ben nascosto, proprio perché fornisce alle persone, ovunque esse si trovino, una risposta sempre attuale nei confronti della labilità dell’esistenza umana e della fragilità delle relazioni sociali. 
– Grazie, e buon ritorno sul Gargano.
MICHELE LAURIOLA
 


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