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Il fuoco della pace: luce per le nostre coscienze,energia per il nostro agire

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Sabato 25 ottobre 2008 (l’ultima volta che ho parlato in Puglia) presso l’Hotel Nettuno di Brindisi ho svolto una relazione dal titolo “Ombre e luci nell’implementazione di Basilea 2: suggerimenti operativi per eliminare le prime e ravvivare le seconde”.
Ho parlato di economia a circa 200 professionisti, tra cui alcuni amici che rivedo con grande piacere, stasera, 15 novembre 2008, a Martina Franca, presso questo meraviglioso monumento Unesco  messaggero di una cultura di pace, che risponde al nome di Basilica di San Martino. Il nome “Martino” deriva da Marte, dio della guerra, e significa “piccolo Marte”.  Dandogli quel nome, il padre, soldato divenuto in seguito tribuno militare, si augura che Martino segua le sue orme.
Il fato gli dà una mano, in quanto nel 331 d.C. un editto dell’imperatore obbliga tutti i figli dei veterani ad arruolarsi nell’esercito. Il quindicenne Martino entra così nel corpo delle cinquecento guardie imperiali, disponendo di un cavallo e di uno schiavo.
A quei tempi lo schiavo era considerato una cosa, di proprietà  assoluta del padrone. Lo sanno in pochi, ma  Martino rovescia tale logica e  non lo tratta come uno schiavo, ma come amico e fratello, seguendo l’insegnamento  di San Paolo che ammoniva: “Non c’è più giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma siete tutti una sola cosa in Gesù Cristo” (Cfr. Monsignor A. Amato, Omelia nella Basilica di San Martino, 2004).
In seguito, lo sappiamo tutti, alle porte di Amiens, Martino fa a metà del suo mantello con un povero seminudo e intirizzito dal freddo di un rigidissimo inverno. Gesù stesso, nella notte, gli appare in sogno rivestito della parte del mantello con cui aveva ricoperto il povero, a confermare la validità perenne della parola evangelica: “Ero nudo e mi avete vestito…. Ogni volta che avete fatto ciò a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Che cosa bella:  il nome Martino. . . . da simbolo di guerra . . . .  diventa simbolo di pace e carità! 
Oggi, più che mai, il mondo ha bisogno di carità, perchè è la carità la fonte di ogni bene. È sorgente di pace, di giustizia, di comunione, di gioia, di perdono, di fratellanza.
Questo sabato sera, rispondendo alla chiamata di don Franco Semeraro, devo parlare di pace . . . .in una Chiesa intitolata al santo patrono di Martina Franca: San Martino . . . . e, lo confesso, ho un certo timore a pensare di esserne degno.
Ciò che mi esorta a farlo . . . . e mi dà tanta gioia . .  .  . è che di amici ne vedo proprio tanti: amici lontani e vicini, antichi e nuovi, che vedo con una certa frequenza a Milano e che vedo di rado. Quelli che ricordo sempre, soprattutto tramite e-mail e sms, che mi piace definire amici “costanti” e quelli che, talvolta, restano dimenticati per un certo periodo di tempo: i miei amici “intermittenti”. Quelli delle ore difficili e quelli delle ore allegre. Quelli che conosco profondamente e quelli che non conosco a sufficienza. Quelli che mi hanno fatto anche soffrire e quelli ai quali devo molto.
Ma ciò che mi rende ancora più felice è che, adesso. . . .anche adesso. . .  affiorano nella mia anima, nel mio cuore e nel mio cervello i ricordi dei momenti vissuti con  tanti  amici, tante persone care . . . . che non ci sono più, ma . . . . ne sono certo . . . . mi stanno ascoltando e aiutando.
Alla “Giornata mondiale della pace” è dedicato dal 1968 il primo giorno dell’anno, giorno in cui tutti i cristiani e le persone di buona volontà sono chiamati dal Papa a riflettere e pregare per il bene più grande per l’umanità, che si chiama pace.
Lo sappiamo tutti: la pace fa paura, perché costa più della guerra. Non si riduce a donare qualche briciola di ciò che per noi rappresenta il superfluo, ma pretende la conversione del cuore.
La pace non si costruisce solo con le parole ma, anche e soprattutto, con i fatti, vale a dire – come ha insegnato un infaticabile costruttore di pace: don Tonino Bello – passando dalla teoria alla pratica attraverso le “trincee operative”, seguendo le parole del Signore: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. La pace che io vi do non è come quella del mondo: non vi preoccupate, non abbiate paura”.
La pace non si semina a parole e si concretizza, anche, nei semplici gesti della vita quotidiana: salutando, sorridendo, prevenendo un desiderio o una necessità del prossimo che ci vive accanto, ascoltando chi non cerca parole ma comprensione.
È la famiglia ad essere la prima e la più importante palestra dove quotidianamente si fanno esercizi che permettono di diventare costruttori di pace. I genitori sanno che educarsi alla pace (e non solo educare alla pace) è la base per qualsiasi processo di formazione della persona. Quando si parla di vera educazione, il relativo verbo ammette solo la coniugazione riflessiva: educarsi. Perché chi educa è educato e chi è educato . . . .educa.
La pace si fortifica a contatto con l’altro, a mano a mano che si cresce e crescono i contatti con le persone, ognuna delle quali ci arricchisce con la propria cultura, le proprie tradizioni, la propria fede. Dobbiamo imparare a comprendere le differenze come doni offerti e non come barriere che dividono.
L’arcobaleno, con i suoi sette colori, è il simbolo della pace non solo perché appare alla fine di un temporale  e segna l’inizio della “quiete dopo la tempesta”, ma perchè rappresenta la convivenza dei tanti colori dell’iride che, con la loro straordinaria differenza, formano un arco meraviglioso, capace di abbracciare tutto il cielo per poi fondersi nuovamente nell’unico raggio luminoso.
L’educazione alla pace trova la sua sorgente e il suo alimento nella figura di Gesù Cristo: nelle sue parole e nelle sue azioni. Gesù si è manifestato come datore di pace. Gesù è la fontana antica alla quale tutte le persone di buona volontà possono recarsi per attingere l’acqua viva che disseta, l’acqua che dona refrigerio e pace (Cfr.  L. Ferraresso, “Gesù di Nazaret: la fontana antica”,  in Pace, Edizioni Messaggero Padova, 2006).
Pace, secondo don Tonino Bello, non è una parola . .  . .ma un vocabolario.
Pace è un cumulo di beni. È la somma delle ricchezze più grandi di cui un popolo o un individuo possa godere.
Pace è giustizia, salvaguardia del creato, libertà, dialogo, crescita, uguaglianza.
Pace è riconoscimento reciproco della dignità umana, rispetto, accettazione dell’alterità come dono.
Pace è temperie di solidarietà: l’imperativo morale che noi credenti chiamiamo “comunione”.
Pace è il frutto di quella che viene indicata come “etica del volto”: un volto da riscoprire, da contemplare, da accarezzare.
Pace non è la semplice distruzione delle armi. E non è neppure l’equa distribuzione dei pani a tutti i commensali della terra. Pace è mangiare il proprio pane a tavola insieme con i fratelli.
Di qui il nostro compito: dire alle nostre comunità, alle nostre città, in cui serpeggiano dissidi, di saper stare insieme a tavola. Non basta mangiare, bisogna mangiare insieme! Non basta avere un pane e ognuno se lo mangia dove vuole: bisogna poterlo mangiare insieme!
Di qui la nostra missione: sedere all’unica tavola, far sedere all’unica tavola i differenti commensali senza schedarli, senza pianificarli, senza omologarli, senza uniformarli.
Questa è la pace: convivialità delle differenze.
Cito una  meravigliosa esortazione di don Tonino alla pace:
“Il Signore è sceso sulla terra assetata di pace
e  ha scavato il pozzo artesiano della pace,
servendosi della Croce come se fosse una trivella. . . .
Adesso è compito nostro portare l’acqua in superficie
e farla arrivare fino agli estremi confini della terra”.
Dobbiamo impegnarci affinché la pace giunga fino agli estremi confini della terra. Ma è difficile! Come si fa? 
La lucidissima analisi di don Tonino è che dobbiamo impegnarci in scelte di percorso, in tabelle di marcia: non possiamo parlare di pace indicando le tappe ultime e saltando le intermedie! Se non siamo capaci di piccoli perdoni quotidiani fra individuo e individuo, tra familiari, tra comunità e comunità . .  . .è tutto inutile! La pace non è soltanto un pio sospiro, un gemito favoloso, un pensiero romantico ma è,  soprattutto,  prassi.
Osserva don Tonino:  “L’acqua è una: quella della pace. Le tecniche di conduzione, invece,  . . . . sono diverse e  diverse sono anche le ditte appaltatrici delle condutture. Ed è giusto che sia così!
L’importante è che queste tecniche siano serie, intendano servire l’uomo e facciano giungere l’acqua agli utenti:
1)    senza inquinarla;
2)    senza manipolarla;
3)    senza disperderla;
4)    senza trattenerla;
5)    senza accaparrarsela;
6)    senza farsela pagare”.
Chiarisce don Tonino:
1)    “Se lungo il percorso si introduce del veleno, non  si serve la causa della pace;
2)    se nell’acqua si inseriscono additivi chimici, magari a fin di bene, ma derivanti dalle proprie impostazioni ideologiche, non si serve la causa della pace;
3)    se lungo le tubature si aprono falle, per imperizia o per superficialità o per mancanza di studio o per difetti tecnici di fondo, non si serve la causa della pace;
4)    se nei tecnici prevale il calcolo e si costruiscono le condutture in modo tale che vengano favoriti interessi di parte e l’acqua, invece che diventare bene di tutti, viene fatta ristagnare per l’irrigazione dei propri appezzamenti, non si serve la causa della pace;
5)    se gli esperti delle condutture si ritengono loro i padroni dell’acqua e non i ministri, i depositari incensurabili di questo bene di cui  devono sentirsi solo i canalizzatori, non si serve la causa della pace;
6)    se i titolari della rete idrica si servono delle loro strumentazioni per razionare astutamente le dosi e schiavizzare la gente prendendola per sete, non si serve la causa della pace”.
Servendo  la causa della pace . . . . si serve l’uomo: è questa la conclusione  cui perviene don Tonino Bello, ammonendo circa i tanti casi in cui, per interesse o imperizia, non si serve affatto la causa della pace.
Permettetemi di fare un domanda difficile, brutta, infame, terribile: nel mondo, adesso, prevalgono concetti quali  Pace, Amore  e Amicizia . . . . oppure concetti quali  guerra, odio e inimicizia?
La risposta, per chi è dotato di telecomando e di mouse, purtroppo, è scontata.
La risposta. . . . sarei felicissimo se potessi ricredermi . . . . purtroppo, è che notiziari che parlano di  guerra, odio e inimicizia sono diventati  familiari alla maggioranza dei popoli della terra.
Non voglio parlare di cose più grandi di me . . . . parlo delle cose che conosco: la cultura d’impresa e la cultura sportiva.
Ebbene, per evocare impegno, determinazione e successo . . . . per favore, se sbaglio, correggetemi . . .  .tante volte, troppe volte . . . .  si evocano le battaglie,  le guerre . . . .  cose che ammazzano e basta!
Dice don Tonino: “Dovremmo chiedere al Signore la grazia dell’indignazione, perché non sempre ci indigniamo”.
E ancora: “Dio che diventa uomo ci faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera . . .  diventa idolo della nostra vita, il sorpasso . . . . progetto dei nostri giorni, la schiena del prossimo . . . . strumento delle nostre scalate”.
E ancora: “Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla nostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che non lontano da noi, con l’aggravante del nostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si eseguono pignoramenti, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame”.
Lo dico a tutti i politici della terra: con la militarizzazione dei territori non si ottiene nulla. Occorre pensare e provvedere alla socializzazione delle persone che vivono nei territori, all’educazione delle persone.
Per tanto tempo si è  pensato che l’educazione riguardasse, in buona sostanza, i bambini e gli adolescenti.
Non è così, come emerge – anche – dal testo di una canzone tra le più ascoltate nel 2008 in Italia:
“Un uomo guarda la sua mano
sembra quella di suo padre
quando da bambino
lo prendeva come niente e lo sollevava su.
Era bello il panorama visto dall’alto
si gettava sulle cose prima del pensiero
la sua mano era piccina ma afferrava il mondo intero. 
Ora la città è un film straniero senza sottotitoli
le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli
il ghiaccio è sulle cose
la tele dice che  le strade sono pericolose.
Ma l’unico pericolo che sente veramente
è quello di non riuscire più a sentire niente:
il profumo dei fiori,  l’odore della città,
il suono dei motorini, il sapore della pizza,
le lacrime di una mamma, le idee di uno studente,
gli incroci possibili in una piazza . . . .
(Cfr. L. Cherubini, Fango)
La domanda che sorge spontanea è come fanno simili adulti, come facciamo noi adulti, a incarnare valori realisticamente perseguibili, a testimoniare una vita ricca di senso e di significato?
La risposta è che occorre educare gli adulti e, quindi, che occorrono nuove competenze operative per i docenti, da individuare attraverso adeguati approcci metodologici (Per tutti M. L. De Natale – S. Monno, Educare gli adulti, Armando Editore, 2007).
Ma manca ancora qualcosa. . . .e faccio ancora una volta ricorso a don Tonino Bello.
La sera del 31 marzo 2008, in questa Chiesa, ho letto una meravigliosa preghiera di don Tonino “Preghiera sul molo” da tutti conosciuta come “La lampara”.  Ne rileggo una parte:
“Un’ultima implorazione, Signore.
È per i poveri,
per i malati, i vecchi, gli esclusi.
Per chi ha fame e non ha pane.
Ma anche per chi ha pane e non ha fame.
Per chi si vede sorpassare da tutti.
Per gli sfrattati, gli alcoolizzati, le prostitute.
Per chi è solo. Per chi è stanco.
Per chi ha ammainato le vele.
Per chi nasconde sotto il coperchio di un sorriso
cisterne di dolore.
Libera i credenti, o Signore,
dal pensare che basti un gesto di carità
a sanare tante sofferenze.
Ma libera anche chi non condivide le speranze cristiane
dal credere che sia inutile spartire il pane e la tenda,
e che basterà cambiare le strutture
perché i poveri non ci siano più. . . .
Concedi, o Signore, a questo popolo che cammina
l’onore di scorgere chi si è fermato lungo la strada
e di essere pronto a dargli una mano
per rimetterlo in viaggio”.
È stupefacente la richiesta di don Tonino (concedi l’onore di scorgere chi si è fermato lungo la strada . . . .), ma a me convince, eccome se convince. Riflettiamoci insieme . . . . Chi, secondo voi, adesso, è fermo lungo la strada, incapace di proseguire il cammino da solo?  . . . .
Quando penso a qualcuno fermo lungo la strada. . . .io penso ai giovani,  oggi mortificati da un’istruzione in certi casi inadeguata, da un mercato  del lavoro che sovente li discrimina  a favore dei più anziani, da un’organizzazione produttiva che troppo spesso non premia il merito, non valorizza le capacità.
E chi sono i giovani? . .  .Sono il futuro dell’umanità!
A tale punto fermo associo una frase tanto cara a Donato Menichella, un grande Governatore della Banca d’Italia: “Il futuro nostro, dei nostri figli . . . .  sta in noi, in tutti noi”.
Ebbene, è mio profondo convincimento che dobbiamo fare di tutto, dobbiamo fare di più . . . . per  stimolare in tutti, nei giovani in particolare, una creatività più fresca, una fantasia più liberante e la gioia turbinosa dell’iniziativa.
Dobbiamo convincerci e convincerli che per crescere occorre spalancare la finestra del futuro, progettando insieme, osando insieme, sacrificandosi insieme.
Io non ho avuto la grazia di conoscere, di persona, don Tonino Bello, ma Agostino Picicco sì: lui l’ha conosciuto. Vi faccio un regalo: vi rivelo la frase che don Tonino disse ad Agostino in procinto di lasciare Giovinazzo per andare a vivere,  studiare e lavorare a Milano.
Il mio amico Agostino l’ha condivisa con me, io la condivido con voi, . . . .  voi condividetela con tutti i giovani che conoscete.
Disse don Tonino Bello: “Non  pensare a fare carriera, ma a fare strada”. La “strada” intesa quale nuovo modo di vivere la dimensione professionale, vale a dire privilegiando l’essenzialità, l’attaccamento al lavoro, la condivisione delle conoscenze, il dare e l’ottenere fiducia.
Mi avvio alle conclusioni.
Purtroppo, devo fornire una serie di dati di cui, come esponenti del genere umano,  dovremmo  (rectius: dobbiamo) vergognarci.
Una rivista specializzata riporta i paesi in cui è attualmente  in corso una guerra (sono 24) elencando il numero di morti dal 15 agosto al 17 settembre 2008. La nota di commento è agghiacciante: il numero dei morti è sempre da intendersi per difetto: in molti paesi del mondo non si contano i vivi, figuriamoci i morti (Cfr. Peace Reporter, ottobre 2008).
Attualmente il 20% circa  della popolazione mondiale consuma l’83%  circa delle risorse mondiali (Cfr. www.giovaniemissione.it).
Vi è chi ravvisa somiglianze fra gli antichi flagelli (la peste, il vaiolo . . . .) e l’attuale crisi finanziaria, soprattutto per quanto riguarda l’impatto sulla vita concreta della gente comune e dei più poveri in particolare. Il sito ufficiale della Chiesa Anglicana contiene una preghiera per l’attuale situazione finanziaria, che comincia così:
“Signore, viviamo in giorni turbolenti:
in giro per il mondo,
i prezzi salgono,
i debiti aumentano,
le banche falliscono o vanno in crisi,
i posti di lavoro svaniscono,
e sentiamo minacciata la nostra fragile sicurezza. . . .”
 (Cfr. P. Foglizzo, “Crisi finanziaria, moderno flagello”, in Aggiornamenti Sociali, novembre 2008).
Oggi gli economisti sono concordi nell’ammettere che è notevolmente cresciuto lo scarto di reddito tra i più ricchi tra i ricchi e i più poveri tra i poveri, sia all’interno dei paesi ricchi, sia nei paesi poveri. Di qui la comparsa e l’aumento, nei paesi ricchi . . . .di una grande povertà e nei paesi poveri . .  . .di una miseria assoluta.
Da una rivista specializzata apprendiamo delle “guerre dell’acqua”, che vanno dal Medio Oriente all’America Latina, dalla Cina al Messico, dall’India all’Iran. .  . .e dei vergognosi sprechi, scandali e inefficienze che concernono USA, Unione Europea e Italia (Cfr. L’Europeo, novembre 2008).
La domanda da porci è perché continuiamo a correre verso “Samarcanda”, dove non ci aspetta che guerra, distruzione, morte?
Come si può cambiare direzione?
Don Tonino Bello ci ha indicato le tre pietre che scatenano una cultura di guerra, che dobbiamo svellere:
1)    profitto, nel senso di tentazione economica;
2)    potere, nel senso di tentazione politica;
3)    prodigio, nel senso di tentazione fatalistica.
Non si costruisce la città nuova con tali pietre. Sono pietre antiche: dobbiamo rimuoverle.
Le tre pietre che costruiscono la cultura della pace sono:
1)    Parola;
2)    Protesta;
3)    Progetto.
Sono queste le tre pietre che dobbiamo usare per costruire una città nuova intorno alla “fontana antica”.
In dettaglio, don Tonino Bello indica:
­    nel superamento dell’ideologia del nemico. . . . il presupposto della convivenza tra i popoli;
­    nel dialogo e nella solidarietà . . . .l’alternativa alla logica dei blocchi delle grandi potenze;
­    nella forza delle trattative diplomatiche . . . .la soluzione dei conflitti armati;
­    nella difesa popolare non violenta . . . .il cardine della sicurezza nazionale;
­    nell’impegno per la giustizia e la salvaguardia del creato . .  . .la strada privilegiata di ogni liberazione;
­    nella fraternità . . . .il compimento degli ideali di giustizia e di libertà;
­    nell’educazione alla pace, da introdurre nei processi formativi, . . . .un potente fattore di crescita umana;
­    nel dialogo interreligioso . . . .un apporto non trascurabile per la ricomposizione della famiglia umana (Cfr. R. Brucoli, “L’alfa”,  in Pace, Edizioni Messaggero Padova, 2006).
Con la sua parola e il suo esempio don Tonino Bello, un grande profeta, riaccende la speranza: quella di un mondo che nel terzo millennio riscopre la carità e la giustizia, che accoglie la diversità e  ripudia la violenza.
Vivere nella speranza significa vivere un nuovo rapporto con le cose: avere le cose non significa possederle  in modo egoistico, ma condividerle. La condivisione non è la perdita delle cose, ma un loro possesso più forte e ampio. 
Vivere nella speranza inaugura anche un nuovo modo di relazionarsi con le persone, per cui si passa dal bieco egoismo al dono, al perdono, alla comunicazione, al riconoscimento: si crea una cultura  della convivialità.
San Martino e don Tonino Bello sono esempi  concreti e convincenti di come si possa attuare una cultura della condivisione e della convivialità.
Se decidiamo che non vogliamo  andare a “Samarcanda”, non dobbiamo fare altro che imitare, nel nostro piccolo, l’esempio che ci hanno dato.  San Martino e don Tonino Bello sono e saranno felicissimi di aiutarci. Intercede e  intercederà per noi anche la Madonna, cui rivolgiamo la seguente meravigliosa preghiera di don Tonino Bello.
“Santa Maria, donna del primo passo, chi sa quante volte, nella tua vita terrena, avrai stupito la gente per avere sempre anticipato tutti gli altri agli appuntamenti del perdono.
Chi sa con quale sollecitudine, dopo aver ricevuto un torto dall’inquilina di fronte, ti sei alzata per prima e hai bussato alla sua porta, e l’hai liberata dal disagio non disdegnando il suo abbraccio.
Chi sa con quale tenerezza, nella notte del tradimento, ti sei alzata per raccogliere nel tuo mantello il pianto amaro di Pietro.
Chi sa con quale batticuore sei uscita di casa per distogliere Giuda dalla strada del suicidio. . . .
Donaci, ti preghiamo, la forza di partire per primi ogni volta che c’è da dare il perdono. Rendici, come te, esperti del primo passo. Non farci rimandare a domani un incontro di pace che possiamo concludere oggi. Brucia le nostre indecisioni. Distoglici dalle nostre calcolate perplessità. Liberaci dalla tristezza del nostro estenuante attendismo.  E aiutaci perché nessuno di noi faccia stare il fratello sulla brace, ripetendo con disprezzo: tocca a lui muoversi per primo!
Santa Maria, donna del primo passo, . . . gioca d’anticipo anche sul cuore di Dio. Sicché quando busseremo alla porta del cielo, e compariremo davanti all’Eterno, previeni la sua sentenza. . . . Prendici per mano e coprici con il tuo manto. Con un lampo di misericordia negli occhi, anticipa il suo verdetto di grazia.  E saremo sicuri del perdono. Perché la felicità più grande di Dio è quella di ratificare ciò che hai deciso tu”.

Francesco Lenoci
Patriae Decus della Città di Martina Franca
Docente Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano
Vicepresidente Associazione Regionale Pugliesi – Milano


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