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Blitz Nola/ Avevano scelto un altro redditizio filone per fare affari: quello alimentare.

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 Ristoranti e supermercati costretti a rifornirsi al caseificio gestito dagli uomini del clan Di Domenico. Nel Nolano si è tentato di imporre il monopolio assoluto del Caseificio Rosa, azienda intestata alla nipote di Francesco Aprile, personaggio di spicco del cartello criminale che ieri è stato decimato da 19 arresti. Aprile fa parte del lungo elenco di persone alle quali i carabinieri del gruppo di Castello di Cisterna, diretti dal maggiore Fabio Cagnazzo, hanno notificato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Maria Vittoria De Simone su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, pm Simona Di Monte.  Le accuse sono pesanti: si va dalla partecipazione all’ associazione camorristica dei «marciuliani» (così è conosciuta la cosca di Di Domenico) al racket. Dalla concorrenza sleale al traffico di stupefacenti. Duecentonovantacinque pagine e la fitta ricostruzione di un sistema criminale che, raid dopo raid, ha tentato la scalata. E soprattutto ha cercato di affermarsi a dispetto del consolidato dominio dei ras del territorio: i fratelli Russo, latitanti da oltre 10 anni. D’altronde gli uomini di Di Domenico hanno sempre potuto contare sull’appoggio di un altro potente clan, quello dei Moccia di Afragola. Gli investigatori sostengono, infatti, che quella dei Marciuliani sia praticamente una costola del gruppo della periferia Nord di Napoli, «una frangia armata che si incunea nel territorio dell’agro nolano, occupando gli spazi già sottoposti al dominio del clan Russo, ogni volta che tale sodalizio attraversa momenti di indebolimento». Indagine meticolosa, che rappresenta praticamente il proseguimento di quella che, il 2 maggio del 2007, portò in carcere oltre 100 persone ritenute appartenenti ai vari clan del Nolano-Vesuviano. E che conferma, con tanto di riscontri, l’esistenza di una vera e propria faida tra i Russo ed i Di Domenico. Una guerra sanguinosa che ha contato negli anni numerosi morti. Vittime di ritorsioni incrociate, ma anche caduti sotto i colpi del fuoco amico. È il caso di Giovanni Porricelli. Personaggio all’apice della piramide costruita dai Di Domenico, Porricelli è scomparso dal 2006. Un caso di lupara bianca dopo una sentenza emessa dal suo stesso clan, preoccupato da una possibile dissociazione e soprattutto da un percorso di collaborazione con la giustizia: «Poco prima che sparisse nel nulla – si legge nella nota diffusa dalla Dda – aveva manifestato ai suoi più fedeli collaboratori il desiderio di cambiare vita». Porricelli è sparito nel nulla ma il suo posto – sostengono gli investigatori – sembra lo abbia preso Vincenzo, fratello minore e suo successore nell’organizzazione criminale. Coordinatore delle attività estorsive e dei traffici di droga per conto dei Di Domenico è finito anche lui in cella ieri mattina all’alba. Sono vari i filoni lungo i quali si è sviluppata l’inchiesta della Dda e tra questi il commercio di sostanze stupefacenti. I carabinieri hanno infatti accertato la costituzione di una struttura ben organizzata che estendeva la propria sfera di attività fino alla Puglia. Tre degli indagati sono stati infatti arrestati a Vieste, sul Gargano. Corposo anche il capitolo delle estorsioni, arricchito anche dalle operazioni che i carabinieri hanno effettuato di recente. È il caso dei fermi che, soltanto due settimane fa, furono effettuati dagli uomini del maggiore Cagnazzo e di quelli portati a termine, sempre contro lo stesso clan, dai militari della compagnia di Nola, diretti dal capitano Gianluca Piasentin.


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