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dal Messaggero: “Vieste – Camera con vista”

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Il noto scrittore Andrea Carraro ha voluto condividere con i lettori del quotidiano romano le emozioni vissute nei due giorni a cavallo di Capodanno trascorsi sul Gargano. Ottimo cibo, panorami incantevoli ma anche troppi petardi e qualche costruzione inguardabile.
L’articolo è apparso su 5 delle 7 colonne di pagina 25, nel giornale in edicola lo scorso 10 gennaio, dominato da una suggestiva foto che ritrae la penisola di San Francesco

Voglio cominciare questa mia cronaca dalla fine, cioè dalla nottata del Capodanno trascorsa a Vieste nel ristorante “Padre Pio”. Magnifico cenone, crostacei e molluschi vivi a volontà, un’abbuffata di ostriche, un paio di primi e un paio di secondi, e poi la mezzanotte che si avvicina preannunciata da botti che fanno tremare i muri e i pavimenti del grottino nel quale è stato ricavato il locale. Ad ogni botto io faccio un saltino sulla seggiola e caccio un sospiro e mio figlio Giacomo mi riprende: “Finiscila papà, ci fai vergognare, sono solo botti!, non la fare tragica!”. In effetti intorno a me non c’è traccia di apprensione, i numerosi partecipanti al Cenone non fanno una grinza, continuano ad abboffarsi in grazia di dio fra chiacchiere e risate. “Stia tranquillo! mi fa la padrona del locale passando davanti al nostro tavolo Questo è solo l’inizio!”.

In effetti via via che passa il tempo e si avvicina la mezzanotte i botti aumentano di frequenza e intensità e nonostante i battenti serrati filtra il fumo delle detonazioni che in breve appesta tutti gli ambienti saturando l’aria. Mi trovo ad abbracciare gli altri ospiti del ristorante e a brindare al nuovo anno avvolto in una nube di fumo sotto una specie di bombardamento. Sfido il pericolo ed esco a fumare nel vicolo con altri clienti (dei giovani locali, tutti vestiti a festa).

Come usciamo in strada spariscono miracolosamente i botti. Uno del gruppo, con un colletto bianco inamidato che gli stringe il collo, il capello tirato dal gel, mi dà un colpetto sulla schiena e mi fa cordialmente: “Allora, da dove venite voi?” Gli rispondo che sono capitato qui per caso (perché un suo compaesano simpatico me l’aveva consigliato caldamente) e sono assai contento della cucina e un po’ meno dei botti. “Ma perché voi a Roma non li fate?” Gli spiego che lungi da me l’idea di difendere la mia città. “Dovremmo smetterla tutti con queste cose!”, provo a spiegare ma il giovane mi guarda male e mi isola nella conversazione.

A un certo punto arrivano un paio di ragazzini di cinque o sei anni con le mani piene di botti da sparare. Uno del gruppo, un trentenne azzimato, lo rimprovera debolmente: “Metti via quella roba e torna al tavolo!”. Ma il bambino se ne frega del consiglio paterno e comincia a lanciare trik e trak per terra che crepitando mi fanno saltare sui talloni.

Mezz’ora dopo siamo fuori, nei vicoli del paese medievale, dove ancora fioccano petardi e si fa casino in onore al nuovo anno. Alla fine raggiungiamo il nostro albergo, strategicamente posizionato sulla Punta di San Francesco, non lontano dalla chiesa omonima. Dall’hotel possiamo vedere una parte del paese e il faro lontano sul porto. Me ne vado a letto ripensando con soddisfazione ai due giorni appena passati, qui a Vieste: l’estrema città orientale del Gargano, adagiata su un promontorio roccioso in mezzo a due lunghe spiagge sabbiose.

Sulla sommità del promontorio si erge il Castello costruito da Federico II nel 1240 che non si è potuto visitare in quanto “zona militare”. Il tempo era splendido, il cielo senza una nuvola, il sole abbacinante. Abbiamo raggiunto San Francesco, la chiesa più antica del paese, che troviamo chiusa. Sul sagrato un uomo ci dice: “Prima o poi riapre, vi conviene aspettare!”. Scambiando quattro parole con lui, scopriamo che ha ricoperto in passato incarichi pubblici nella città ed è avvelenato per la costruzione di uno strano manufatto, proprio in faccia alla chiesa, che occlude scandalosamente la visuale del paese. Mi avvicino, la zona dello scavo è recintata.

Leggo la scheda dell’autorizzazione dei lavori, con l’ingegnere, la ditta costruttrice eccetera. È tutta gente di Bologna. “Vengono dal Nord, arrivano qui e pensano che si possa fare tutto, anche questa vergogna! Le facciano a casa loro queste cose!”. In effetti c’è qualcosa di insensato e sconcio in questo moncone di costruzione piazzato in un punto così importante culturalmente ma, a detta del signore corpulento, c’è poco da protestare perché le giunte di destra e di sinistra hanno egualmente approvato il progetto. Quando gli dico che sono uno scrittore e che la cosa potrebbe finire sul giornale lui riflette e poi esclama: “Del resto abbiamo solo parlato…”

Lo salutiamo e andiamo a visitare la Cattedrale del XI secolo, in cima a una lunga scalinata che ci fa arrivare ansanti. La cattedrale è un bell’esempio di architettura medievale pugliese anche se è stata rimaneggiata nell’Ottocento. Dopo l’accurata visita alla chiesa e una sgambata attraverso i vicoli che scoscendono, irregolari e sghembi, lungo la roccia calcarea fino al mare, ci viene fame e mangiamo un gustosissimo panzerotto in un forno.

Dietro l’angolo del vicolo c’è la sorpresa di uno scorcio memorabile sul mare azzurro illuminato generosamente dal sole. Tutto è bello e incantevole e il freddo della giornata non ti fa sudare. Saliamo su una terrazza, puntiamo lo sguardo verso la parte nuova del paese, dove spicca, ahimè, fra le casette bianche e regolari, il profilo imponente di un orrendo palazzo di cemento di sette o otto piani. “A questo punto andiamo a vedere qualche spiaggia”, propongo e mio figlio sbuffa.

Andiamo a sud della punta di San Francesco, nella lunga spiaggia sabbiosa del Pizzomunno (un faraglione addossato alla riva) che parte dalle rocce calcaree su cui fu costruita la città e si estende verso sud in direzione di Pugnochiuso. E poi a ovest della punta di Santa Croce dove c’è invece la spiaggia di San Lorenzo. Passiamo due o tre volte davanti al porto e in una zona adiacente dove sorgono i circoli nautici.

Facciamo quattro tiri a pallone su uno spiazzo sterrato e beviamo una coca in un giardino pubblico pieno di palme. Giacomo è in quell’età in cui ci si scoccia di tutto e si risponde abitualmente male ai genitori. Per questo non ci faccio tanto caso quando sbuffa e chiede con sgarbo di andare via, di tornare a Roma. Invece dopo la pausa riprendiamo a camminare e ammirare panorami di questa piccola perla del Gargano fino a che, verso le cinque, non scende la sera.

di Andrea Carraro

 


Note biografiche tratte da Wikipedia

Andrea Carraro (Roma, 2 novembre 1959) è uno scrittore italiano.

È giunto alla notorietà con il crudo e violento romanzo Il branco (Theoria, 1994; Gaffi, 2005), storia di uno stupro di gruppo, che avviene non lontano dalla capitale, ai danni di due autostoppiste tedesche, dal quale è stato tratto l’omonimo film di Marco Risi (con la partecipazione dell’autore alla sceneggiatura).

Ha pubblicato anche A denti stretti, romanzo parzialmente autobiografico che racconta l’iniziazione sessuale di un gruppo di adolescenti, L’erba cattiva, storia di un parricidio che matura in un degradato paese dell’hinterland romano, il melodramma sociale La ragione del più forte (premio Acri, premio Il Molinello), la raccolta di racconti romani La lucertola (Premio Cocito-Montà d’Alba) e il romanzo Non c’è più tempo (Premio selezione Mondello, Premio selezione Bari), che narra la discesa nel gorgo della depressione di un bancario romano che, dopo il tradimento della moglie, perde il lavoro, la casa e diventa barbone. L’ultimo libro pubblicato da Andrea Carraro è Il sorcio, un romanzo che affronta, fra gli altri, il tema del mobbing, mettendo in scena un conradiano "duello" fra due impiegati di banca a colpi di minacce, fatture e picchiatori prezzolati.

Nel 2006 è uscita presso l’editore Gaffi una sua raccolta di note critiche sulla recente narrativa italiana intitolata Botte agli amici.

Un suo racconto – Il balcone – è stato inserito nel Meridiano Mondadori Racconti Italiani del Novecento curato da Enzo Siciliano.

Ha inoltre realizzato per la RAI il radiodramma La confessione.

Suoi racconti sono usciti in diverse antologie collettive:

  • Patrie impure (Rizzoli)
  • Strettamente personale (Pendragon)
  • Laboriosi oroscopi (Ediesse)
  • Interni romani (Biblioteca La Repubblica)
  • Incubi (Baldini Castoldi Dalai), curato da Raul Montanari.

Collabora con riviste letterarie (Nuovi argomenti, Lo straniero, Stilos) e testate giornalistiche fra cui La Repubblica, Il Messaggero, Diario della settimana.

Risiede a Roma.

Bibliografia
1990 – A denti stretti, romanzo, Gremese, Roma
1994 – Il branco, romanzo, Theoria, Roma
1996 – L’erba cattiva, romanzo, Giunti, Firenze
1999 – La ragione del più forte, romanzo, Feltrinelli, Milano
2001 – La lucertola, racconti, Rizzoli, Milano
2002 – Non c’è più tempo, romanzo, Rizzoli, Milano
2005 – Botte agli amici, saggio, Gaffi, Roma
2007 – Il sorcio, romanzo, Gaffi, Roma


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