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Il soprano Gladys Rossi : “Vendevo gelati anche a Vieste e ignoravo l’opera”

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L’estate Gladys la passava a Rimini. Di mattina a vendere cornetti alla crema in spiaggia, di sera a offrire, vestita da Gradisca, spumeggianti «birre Fellini» a turisti cinefili. «E ho partecipato anche alla fiera del gelato, nel ruolo del budino. Ore e ore a ondeggiare dentro un costume gelatinoso con un caldo terrificante», racconta divertita Gladys Rossi, trentenne soprano romagnolo, promossa un mese fa a rivelazione della lirica.

«Tutto merito di Traviata. Di solito un ruolo d’arrivo. Per me invece la partenza, quella vera», mormora ancora incredula la bella Gladys, riccioli scuri, sorriso luminoso. Debutto al Teatro Verdi di Padova, direttore Tiziano Se- vermi, regista Denis Krief. Una produzione del Terzo polo lirico del Veneto accolta con applausi e lodi. Un magic moment folgorante, sognato, fortissimamente voluto.
Perché quella di Gladys non è stata una vita facile. La figlia di un bagnino di Bellaria a diventare cantante d’opera non ci pensava proprio. «Anche perché non ne avevo mai sentita una. Fin da bambina mi piaceva cantare, dicevano tutti che avevo una bella voce, avevo studiato anche un po’ di solfeggio, un pò di violino… Ma il mio sogno era Sanremo, mica la Scala». Difatti partecipa a concorsi per voci nuove («Mi sono trovata in gara con Laura Pausini, era già una cannonata»), incide un brano per Gamma Radio Romagna, ma un mese dopo a Sanremo Pierangelo Bertoli va in gara con lo stesso motivo sotto altro titolo, e rischia la squalifica. «Venne fuori un putiferio, ma non osammo metterci contro». Suo padre peraltro aveva altro a cui pensare. «Negli anni Settanta con i risparmi aveva acquistato un pezzo di terra nel Gargano (a Vieste) e aveva aperto un ristorantino per i pochi turisti di allora, hippy e tedeschi soprattutto. Che al “Lido Romagnolo”, così l’aveva chiamato, trovavano le tagliatelle di mia madre e le piadine sfornate da me». Gladys cucina e canta. Alla sera al pianobar del locale si cimenta nei must vacanzieri, stile «sole cuore amore». Ma poiché la lirica somigli alla soap, mondi chimerici dove tutto è possibile, ecco che accade un prodigio. Nascosto in un bagnoschiuma trova un gadget. «Una cassetta di brani d’opera cantanti da Ricciarelli e Pavarotti. Mi immergo nelle bolle e resto incantata. Mai sentito qualcosa di così bello. Non riesco ad ascoltare altro. Quando sono sola in cucina, taglio pomodori e canto a squarciagola quelle arie». Alla sera il repertorio si arricchisce. «Finivo sempre con uno dei pezzi che mi commuovono di più, Nessun dorma». E se è per tenore, pazienza.

 

Tornata a Rimini si fonda nel negozio di dischi. «Faccio bottino di Tosca, Butterfly, il meglio della Callas…». La passione cresce, Gladys non si ferma più. «Cantavo al Grand Hotel di Rimini per le convention delle ditte. In chiusura l’inevitabile Nessun dorma, richiestissimo dagli organizzatori, forse un messaggio subliminale per i dipendenti». Poi muore suo padre. «Un dolore enorme. La musica, lirica e sinfonica, è il mio solo conforto. Quasi un’ossessione». Un amico batterista intuisce che può esser la strada per tornarla a far sorridere. Le indica un maestro di canto. «Ci vado. A Ferrara, dal maestro Alain Billard. Bravissimo. Uno che aveva come allieve anche Sonia Ganassi e Anna Caterina Antonacci. Canto Vissi d’arte. Capisce che non so niente di musica ma non mi butta fuori. C’è la voce, c’è il timbro, mi dice. Bisogna lavorare. Nel 2001 mi parla di un’audizione importante: vai e canta anche tu. Mi prendono per Gilda nel Rigoletto a Busseto. Un ruolo che amo tantissimo, l’ho ritrovato a Piacenza con la regia di Bellocchio». Poi vengono Musetta a Bologna, Susanna a Reims, la Regina della Notte a Bilbao… «Quando canto la Regina del Flauto magico penso a Joan Crawford di Mammina cara», svela. Sembra fatta. «Ma poi dal 2004 non arriva più niente. Non demordo. Al mio fianco ho la famiglia e un fidanzato che mi sostiene. Frequento master class, vado a lezione dalla grande Luciana Serra. Per pagare gli studi lavoro: promuovo cancelli elettrici nelle villette della riviera romagnola, offerte speciali nei supermarket, vendo birre alle sagre e gelati in spiaggia». Imbarazzata? «Mai. Divertita spesso. Ho un carattere socievole, prendo tutto con allegria». E un giorno arriva la telefonata che salva la vita. Traviata. «Non potevo crederci. Un’esperienza bellissima. Krief è stato magnifico. Dopo tre giorni non avevo più paura di nessuno. Lui ha tirato fuori la mia femminilità, mi ha insegnato a muovermi». Adesso le proposte fioccano: subito Bilbao, poi a Torino per Adriana Lecouvrer. Sanremo addio. «Adesso sogno la Scala».

Giuseppina Manin

Corriere della Sera


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