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Michele Di Carlo: “Mi dimetto dal Pd perchè non ho udito le parole giuste”

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 Non ho udito le parole giuste, e non ho visto fatti concreti e rilevanti, come risposta alla mia lettera aperta dello scorso 10 giugno, “Il futuro del PD a Vieste ci convince ancora?”, in cui parafrasavo il documento di Guglielmo Minervini, “Il futuro ci convince”, avendovi aderito e come tanti candidandomi alle primarie del PD, deciso, ma non sicuro, di poter offrire un contributo partecipativo alla nascita del Partito Democratico, guardando idealmente alla politica delle tematiche da affrontare, mettendo al centro della discussione le persone, il loro valore, la loro domanda di senso. Con la ferma volontà di liberare le troppe energie bloccate, affinché idee, speranze, passioni civiche, esperienze nuove e vecchie, potessero incidere nei cambiamenti, del tutto inconsapevole che si sarebbe tentato, invece, di incatenare all’altare sacrificale di un’incompresa e misteriosa “ragion di partito” il nostro attivismo etico, politico, culturale.
     Vincere le vecchie pratiche oligarchiche, le gerarchie autoreferenziali, le deleghe dall’alto, le cooptazioni dei “signori feudali”, allontanando chi utilizza la politica per imporre partite personali e di potere fine a sé stesso, era la sfida che ci attendeva, e che avremmo perso, inconsapevoli che saremmo stati, e da subito, allontanati.
     Si è preferito tacere, perché complicato, duro, impegnativo rispondere a chi non ha scheletri nell’armadio e interessi personali da difendere, opponendo qua e là timide e sterili accuse di conservatorismo ad una ritenuta“vecchia” classe dirigente passata per logora, frustrata, vinta, che mal sopporta il protagonismo del “nuovo che avanza”.
     E’ così che il bilancio già infelice di allora si è fatto disastroso, annichilendo le identità, i saperi, le intelligenze. Il partito nato per includere le diverse anime, mediante un accordo politico culturale condiviso, peraltro mai presentato né raggiunto, ha continuato ad escludere e a dividere fino a produrre l’isolamento da sé stesso; i giovani già vecchi dopo pochi mesi, appaiono ora agli occhi dei più come i “dinosauri” della politica locale e continuano, senza progetto e senza idee, a generare sfiducia, malessere, distacco, qualunquismo.
I nuovi dirigenti che dovevano vincere “la casta” si ritengono, “vox populi”, la nuova casta?
     E non ho udito parole le parole giuste, nemmeno dopo il 10 luglio scorso, quando chiedevo: “Ci sono ancora ragioni che possono unire il PD a Vieste?", invitando a ricercare le ragioni dell’unione piuttosto che quelle della divisione. Un’unione che poteva nascere solo dalla condivisione di un progetto nato da idee condivise e non da una “conventio ad escludendum”, cercata e ottenuta.
 Cosa ci aveva divisi dopo le traumatiche e mal interpretate primarie di ottobre?
 A Vieste aveva vinto Letta e tutto doveva ruotare intorno a questo dato di fatto incontrovertibile, fatale, affinché Aldo Ragni potesse assumere la veste onnipresente e onnicomprensiva della rappresentanza a livello provinciale. E fin qui niente da eccepire, anche da parte nostra, rispetto al motivato protagonismo di un giovane volenteroso; inutile e dannoso recriminare sulle primarie, sulla sparizione delle liste degli elettori delle primarie, accuratamente compilata, su chi perché e come mai fosse venuto a votare, pur appartenendo ad espressioni politiche e culturali diverse.
Ma l’elezione di un segretario a maggioranza, di un candidato alle provinciali non condiviso, di una segreteria di amici inesperti, ha difatti dimezzato la presenza dei membri del coordinamento locale, che ritengono ormai inutile qualsiasi forma di discussione, esclusi dalla reale partecipazione, impossibilitati a portare avanti la propria proposta politica, sfiancati dalle lunghe e accese discussioni senza senso.
     Per quanto mi riguarda, mi sono sentito non parte ma ospite mal sopportato, vox clamantis in deserto, in primo luogo per la disattenzione totale verso la difesa e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale materiale ed immateriale, il che significa tacitamente avallare le logiche dello sviluppo attraverso la cementificazione.
 Al di là delle vuote parole e delle sterili dichiarazioni, e anche al fine di una comprensione senza equivoci, le dinamiche e le logiche della filiera del cemento, che ci sono state illustrate negli ultimi giorni anche da Franco Salcuni, nell’articolo “Quello che il Gargano non si può più permettere”, e da Lazzaro Santoro, nello scritto “Stupidità e banditismo nel Gargano”, pubblicati ampiamente dalla stampa di Capitanata, sono le riflessioni che condivido e per le quali sento di poter svolgere il mio impegno politico. Giacché, oltretutto, non ritenendomi “un bandito”, non intendo francamente passare per “uno stupido”.
 Ma per tanti, troppi, il silenzio è la migliorare dichiarazione politica in tanti casi, quando addirittura non assume le sembianze di vera e propria azione politica.
    Poi, ancora silenzio (nonostante una petizione pubblica), impressionante, nei confronti della grave situazione in cui versa la salute pubblica dei Viestani e degli abitanti del Gargano Nord, causata da fattori esterni ormai documentati e verso i quali occorreva impegnare decisamente le istituzioni e gli organismi responsabili.
     Ancora, le mancate dimissioni di Mauro Clemente da Segretario del PD, dopo che lo stesso produceva un decreto ingiuntivo nei confronti della società del porto, partecipata al 93% dal Comune di Vieste; dimissioni che, al di là degli esiti amministrativi e legali, avrebbero sul piano politico dovuto tenere distinti, e chiaramente, la sfera privato-professionale da quella pubblica, e che avrebbero consentito di non condizionare e mettere in difficoltà il coordinamento e il partito.
      E come non parlare della mancata percezione da parte dei cittadini attivi di Vieste della nostra presenza nel movimento di cittadinanza attiva che, in questi ultimi mesi, ha chiesto a gran voce politiche pubbliche per una sanità decente, raccogliendo migliaia di firme e organizzando un corteo di protesta.
     E ultimo, in ordine di tempo, non sento di poter condividere la decisione di votare a favore dell’ultima lottizzazione in zona C1 sud, dopo che nemmeno si sono ancora spenti i riflettori e allontanati gli echi e il clamore levatisi a seguito della mancata urbanizzazione della recente lottizzazione del Piano Integrato.
     E se è consentito, ad altri livelli, provinciali e regionali, dissento totalmente dalle critiche espresse da Aldo Ragni, circa un mese fa, quando chiedeva dalla vetrina de l’Attacco una classe dirigente nuova, non legata da rapporti familiari, non cooptata dall’alto. Un dissenso non legato al contenuto ma al pulpito dal quale proviene l’esternazione, che non può indirizzare ad altri la critica che deve rivolgere, innanzitutto, a sé stesso e al gruppo dirigente di Vieste del quale è, o ritiene di essere, tutore.
     Ma ben diversamente da Aldo Ragni, le mie semplici e pacifiche “doglianze” sono accompagnate, in maniera chiara, forte, inequivocabile, irrevocabile, dalle dimissioni dal coordinamento del PD di Vieste, nella speranza di poter condividere nel futuro quando ci divide nel presente. Non per lasciare l’attività politica, ma per riorganizzare la presenza dei tanti militanti di centro sinistra delusi da questo gruppo dirigente, me compreso, e che sentendosi traditi, hanno scelto la via della clandestinità politica, convinti solo così di poter conservare un’identità perduta.    
     Vengano gli Onorevoli Enrico Letta e Gianni Pittella a Vieste a capire le ragioni della divisione in cui rilevo loro responsabilità politiche per aver contributo a far implodere gli ex Ds, minando dalla nascita la costruzione del PD.
      Veltroni è andato via, ma come sempre“Se Atene piange Sparta non ride”.

Michele Eugenio Di Carlo
Componente assemblea regionale del PD


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