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SALVATE KALENA

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Sul Corriere del Mezzogiorno-Corriere della Sera un appello a Bondi e a Vendola per l’esproprio immediato. lo lancia il Centro Studi Martella.

 

LA STORIA
L’abbazia di Santa Maria di Kàlena, sita in agro di Peschici, è fra le più antiche d’Italia. Sarebbe stata eretta addirittura nell’872. Un edificio sacro esisteva già nell’XI secolo, come testimonia un atto di  donazione del 1023: il vescovo di Siponto donò Kàlena all’abbazia di Tremiti. Attualmente l’abbazia è proprietà privata  dei fratelli Martucci. Per il suo recupero si è mosso anche il Fai (Fondo Ambiente Italia).
 
 
«Kàlena non può aspettare oltre. Sta davvero crollando. Vogliamo l’esproprio  immediato ». Coglie la palla al balzo Teresa Maria Rauzino, presidente del Centro studi Martella e autentico baluardo dell’abbazia peschiciana. Afferra l’indicazione sulla necessità di un esproprio fatta dal direttore regionale ai Beni culturali pugliesi, Ruggero Martines, e invoca con due lettere l’immediato intervento del ministro dei Beni e delle attività culturali, Sandro Bondi, e del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. «Abbiamo chiesto a Vendola di adoperarsi presso il ministero per l’esproprio dell’abbazia. E al ministro Bondi di seguire questa strada.
Certo il presidente della Regione Puglia potrebbe adottare direttamente questo provvedimento e sarebbe anche la strada migliore», sottolinea la Rauzino a margine delle sue missive.
In questi anni durante i quali gli enti si sono rimpallati le competenze, nascondendosi dietro il particolare che l’abbazia è proprietà privata, sono stati persi 850mila euro. 350 erano stati stanziati dal ministero per l’Economia durante il ministero di Giuliano Urbani: altri 500mila erano stati destinati alle chiesette e al loro recupero dal ministro Francesco Rutelli. 850 mila euro revocati «perchè l’opera non era stata mai cantierizzata».
«Kàlena è lo specchio del disinteresse della proprietà nei confronti della tutela e della valorizzazione del patrimonio architettonico a lei affidato», sottolinea la Rauzino. «Ma anche di  una colpevole dimenticanza della soprintendenza ai Beni culturali e architettonici della Puglia, l’ente preposto alla sua tutela».
Al ministro Bondi e al presidente Vendola la Rauzino fornisce, attraverso la ricostruzione delle tappe più importanti di una battaglia decennale, quelle motivazioni giuridiche, politiche e culturali a sostegno della procedura di esproprio. Prima fra tutte proprio «la colpevole dimenticanza » della Soprintendenza, che «non ha mai imposto alla proprietà le opportune misure di conservazione».
La battaglia per Kàlena inizia nel 1997. Il ministero nel 2003 sollecita il soprintendente Giammarco Jacobitti a muoversi per salvare l’abbazia dai morsi del tempo e dell’abbandono. «Nel 2003, secondo una lettera di risposta di Jacobitti al ministero – ricorda la Rauzino – i proprietari si erano impegnati a risanare le creste murarie della chiesa e del recinto del complesso, e la sua successiva protezione con massetto in cocciopesto di colore grigio; il consolidamento e il restauro della copertura lignea della campata absidale, l’impermeabilizzazione e una serie di interventi a tutela». Per questo progetto era stata indicata la somma di un milione di euro. Il ministero diede il via libera autorizzando un contributo ai proprietari «pari anche al 50 per cento» della spesa sostenuta per il restauro. Nulla è accaduto. Le creste murarie nel frattempo sono sempre meno visibili, e la scorsa settimana il tetto della campata absidale è crollato.
«Perché la Soprintendenza non ha operato? Perché ha ignorato le leggi vigenti che consentivano di procedere con il restauro coatto e l’esproprio? Perché sono stati persi tutti i fondi stanziati?». Gli interrogativi che la Rauzino pone a Bondi e Vendola, che difficilmente a questo punto della lunga storia di Kàlena potranno dire di non sapere, di non poter intervenire, di non poter contrapporsi al disfacimento delle pietre nella piana di Peschici.
 
ANTONELLA CARUSO
 


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