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Carpino/ XIV Edizione del Festival della Musica Popolare e delle sue Contaminazioni

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LA PROMOZIONE DI UN MONDO ARMONIOSO – Programma –

 

Sabato 08 agosto, Carpino – Piazza del Popolo ore 21.30
– GIOVANNI MAURIELLO
“Da  Parthenope a  Medina”
– TERESA DE SIO
“Sacco e fuoco”
– I CANTORI DI CARPINO
“Progetto Speciale Carpino Folk Festival”

ANTONIO MACCARONE – CANTORE E SUONATORE DI CARPINO

Maccarone, nato a Carpino nel lontano 1920 e scomparso lo scorso 8 luglio 2009, ha affrontato una esistenza convulsa, fatta di tremende sciagure, di emigrazione e di soddisfazioni ottenute nel campo della musica popolare. Il suo nome è legato alle melodie di un tempo, ereditate direttamente dai portatori della tradizione carpinese e garganica. Ultimamente lo si incontrava nella sua casa di campagna, alla periferia di Carpino. Nel suo piccolo rifugio, Maccarone, reso cieco dall’errore di un medico oculista, cercava di dimenticare i dispiaceri della vita (aveva perso i due nipoti e la moglie nel giro di pochi anni, aveva un solo figlio, che vive in Germania) suonando la sua inseparabile chitarra francese e intonando sonetti e canti della Carpino che fu e che rischia di perdere irrimediabilmente il suo patrimonio canoro-musicale. A lanciare il grido d’allarme fu lui stesso sul palco della XI edizione del Carpino Folk Festival quando dopo aver gioito con il pubblico – "Siamo ancora qua. Noi, un tempo chiamati cafoni, perseguitati…ora richiesti in tutta Italia" chiedeva ai giovani di pensare si alla riproposta dei loro canti e dei loro suoni, ma di non inficiarli con strumenti musicali moderni che nulla hanno a che vedere con quello che da secoli rappresenta la tradizione garganica e carpinese.

Allievo di Pasquale Di Viesti, nativo di Rodi Garganico, da cui apprende la maggior parte del repertorio di canti e musiche popolari. Oltre alla cecità recente, Maccarone era afflitto dalla completa sordità ad un orecchio, "ereditata" in guerra, quando nel 1943 fu travolto dalle bombe americane a Taranto. Uscì miracolosamente salvo dal crollo di un magazzino del Genio militare (lui era il custode), ma perse l’udito, ottenendo in cambio la pensione di guerra. Fu salvato da un "angelo custode", il suo sergente, che udì le sue grida di aiuto e quelle di un amico commilitone, pure lui poi tratto in salvo. Dopo la guerra il cantore ha svolto diversi lavori, tra cui quello di vigile campestre a Carpino. Nel 1961 decide di emigrare. Assieme alla moglie Maddalena Ruo (classe 1929) approda a Milano. Svolge diverse attività, passando da un lavoro ad un altro, fino a quando decide di mettersi in proprio. Si dedica interamente all’importazione di prodotti locali dalla Puglia alla Lombardia. Gli affari vanno talmente bene che nel 1968 gli viene attribuito il "Leone d’oro per il commercio", assegnato ai maggiori imprenditori lombardi. Nel 1967 conosce professionalmente Andrea Sacco a Milano. Maccarone fù testimone diretto del concerto organizzato al Teatro lirico da Roberto Leydi e Diego Carpitella, due dei più importanti ricercatori italiani di musica, danze e canti della tradizione.

Ritorna definitivamente a Carpino nel 1986. I soldi risparmiati gli hanno permesso di acquistare casa e di vivere agiatamente. Nel 1998 l’arrivo di Giovanna Marini sul Gargano e a Carpino, allo scopo di "immortalare" e salvaguardare la vera tradizione locale. Tradizione a cui era strettamente legato lo stesso cantore carpinese. Sul palco del Carpino Folk Festival Maccarone raggiungeva il suo apice, bravo come nessuno a instaurare un feeling col pubblico dominava l’evento, salutava tutti "paesani e furestieri" recitava i suoi sonetti e poi via con le sue rare doti catturava l’attenzione del pubblico fin dal primo istante e la portava senza nessun calo d’attenzione fino al gran finale. Suonatore di chitarra francese, Maccarone era divenuto una vero cantore della musica popolare a seguito del compiacimento del capostipite del gruppo dei Cantori di Carpino, Andrea Sacco, e dopo aver brillantemente superato la prova della propria comunità di appartenenza che in lui si identificava. Con la sua Chitarra a lato non aveva nulla da invidiare alle Rock star della beat generation che la chitarra la portavano al tracollo. GIOVANNI MAURIELLO – DA PARTHENOPE A MEDINA

Napoletano, fondatore,  nel   1967, della  “Nuova   Compagnia Di  Canto  Popolare”  insieme  ad  Eugenio  Bennato     e   Carlo D’Angiò   che,  sotto    la  guida  del   M ° Roberto De Simone, raggiunse una popolarità pressoché assoluta nel nostro Paese,  Giovanni Mauriello è da sempre apprezzato dal pubblico e dalla critica  per la  sua musicalità e per la qualità timbrica ed espressiva della sua  naturale  vocalità. Artista versatile  e poliedrico, risulta  impegnato  sia  in  campo musicale che  in  quello teatrale e cinematografico. Con  la NCCP ha  inciso  quindici  LP  ed  ha  svolto  un’intensa  attività concertistica che lo ha portato in tutto il mondo, dall’Opera House di Sidney ai Festivals di Berlino, Caracas, Parigi, Buenos Aires.
Nell’ambito teatrale ha ricoperto ruoli primari in prestigiose rappresentazioni, tra cui: La Gatta Cenerentola di Roberto De Simone, La Cantata dei Pastori, Carmina Vivianea, La Cantata di Masaniello, Le 99 Disgrazie di Pulcinella. E’ stato altresì protagonista del Pulcinella e dell’Histoire du Soldat di Igor Stravinskij, quest’ultima diretta da Salvatore Accardo per la regia di Roberto De Simone. Ha vinto il premio “Gino Cervi” per il teatro  ed il “Polifemo d’Argento” al Festival Internazionale del Cinema di Taormina per il film “Another Time Another Place”, regia di Mike Radford, di cui è stato protagonista.
Lo spettacolo presentato al Carpino folk Festival sarà “Da Parthenope a Medina”.
Un viaggio attraverso la storia e i miti di una terra ricca di suggestioni, di pianto e di gioia, di guerra e miseria, di emozioni e colori che, da sempre, trovano la loro sintesi più immediata nelle voci del popolo, nella musica di vicoli impregnati di verità e fantasia, dove storia e immaginazione si fondono nell’allegoria dei versi. . La musica si intreccia alla poesia nel segno della più autentica tradizione popolare; il repertorio è un viaggio tra tammurriate, canti a distesa, fronne, tarantelle, moresche e villanelle. Il percorso parte con Medina, antica porta orientale della città partenopea, in cui è presente l’invocazione al sole del 1200 , per poi alternarsi in un repertorio classico napoletano che, anche se è più vicino a noi, conserva ancora gli antichi sentimenti di un popolo; i salti continui nel tempo ci riportano alle lontane moresche e villanelle per poi tornare ancora una volta ai canti appassiunati dei cantori di inizio secolo; proseguendo con la raffigurazione grottesca di un’epica guerra dei pesci che popolano il mare, quelle de “’O Guarracino”, all’intreccio vivianesco delle voci da strada dei venditori ambulanti nella “Rumba degli scugnizzi” e di “Tammurriata nera”.   

TERESA DE SIO – SACCO E FUOCO

Fin dagli anni Settanta, Teresa de Sio che, all’epoca, faceva parte del gruppo Musicanova insieme a Eugenio Bennato, Carlo d’Angiò e Robert Fix, si è recata più volte a Carpino per documentare Andrea Sacco, Rocco Antonio Sacco, Rocco Di Mauro, Antonio Maccarone e Antonio Piccininno ed altri depositari della musica tradizionale carpinese.
Di recente proprio a Teresa de Sio si deve l’opera teatral-musicale "CRAJ", ideata, diretta e scritta in collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti, in cui, oltre a Uccio Aloisi e allo scomparso Matteo Salvatore, sono proprio i Cantori di Carpino e il canto alla carpinese i maggiori protagonisti dell’opera divenuta poi Film.
Un grande fermento di creatività ha accolto l’uscita del nuovo CD “SACCO E FUOCO”, un successo di pubblico e critica per la celebre la cantautrice napoletana che è entrata nella cinquina dei 5 migliori dischi dell’anno secondo il prestigioso Club Tenco e ha ricevuto il primo premio degli “Imperdibili” di Bielle dell’inverno 2007. Il progetto è ponte ideale tra la musica tradizionale e le nuove sonorità acustiche, un passaggio ideale per una maggiore conoscenza delle musiche del mondo, delle diverse culture, della continua commistione di generi e suoni. Tutto ciò nel momento di maggiore evoluzione del suono folk, sia quello puro di tradizione che quello di contaminazione, portatori entrambi di un meraviglioso bagaglio fatto di musiche, strumenti, stili e suggestioni ineguagliabili. Come dice la De Sio: “il folk è il rock del popolo!”
IL GARGANO, I CANTORI, I SUNETTË E LA CANZONË

Italia del sud. Sul promontorio del Gargano, che pianta il suo artiglio nell’Adriatico, dei cantori-musicisti fanno vibrare l’aria in un modo del tutto particolare. Testimoni di una società contadina in via d’estinzione, celebrano la tarantella, un ballo fuori del tempo, che inebria pubblico ed interpreti, abbeverandoli con amore e follia.
Accompagnata da melodie e melopee, questa tarantella procura emozioni di una straordinaria intensità, e ritraccia, una dopo l’altra, le fasi dell’idillio amoroso.

Nel paese di Carpino, a metà strada tra la Foresta Umbra e il lago di Varano, si possono incontrare gli ultimi autentici interpreti di questa « tarantella del Gargano ». Antonio Piccininno, vera leggenda viva presso la quale, tutt’oggi, numerosi musicisti vengono a cercare i mezzi per mantenere in vita la propria leggenda o darle lustro. E’ anche l’occasione di verificare quanto l’arte e la memoria di Andrea Sacco e Antonio Maccarone sono ancora salienti e struggenti, non solo a Carpino ma ovunque si suona musica popolare nel meridione.

Ogni anno nella prima decade di Agosto, il Carpino Folk Festival diventa il fulcro palpitante della musica popolare del sud Italia. E’ l’occasione per ricordare come questa tarantella che, oggi, suscita una grande frenesia nei giovani e meno giovani, era condannata a scomparire una trentina d’anni fa, vittima dello sdegno e del disprezzo ostentato per le tradizioni.

Ma andiamo per ordine. La storia pubblica dei Cantori di Carpino comincia negli anni Cinquanta. Nel 1954, per la precisione, quando un giovane ricercatore americano, Alan Lomax accompagnato da Diego Carpitella parte dalla Sicilia, per un viaggio alla scoperta dell’Italia sonora.
Dal luglio 1954 al gennaio 1955 raccolgono circa 8000 documenti. Si fermano anche a Carpino, il 23 e 24 agosto, ponendo il primo mattone per la salvaguardia della tarantella del Gargano e dei Cantori di Carpino.
Successivamente grazie allo stesso Carpitella ma soprattutto a Roberto Leydi, i Cantori parteciperanno, al Teatro Lirico di Milano, nel marzo 1967, allo spettacolo "Sentite Buona Gente".
Da allora, di qui sono passati in tanti, artisti e ricercatori. Giovanna Marini, Francesco Nasuti, Teresa De Sio, Carlo d’Angiò, Robert Fix, Pino Gala, Salvatore Villani, Ettore de Carolis, Eugenio Bennato e Carlo d’Angiò. Roberto de Simone, con la Nuova compagnia di canto popolare, sarà il primo a riproporre, nel 1972, le tarantelle Carpinesi.

Il leader indiscusso di tre diversi gruppi musicali di Cantori di Carpino che si sono succeduti nei decenni, portando in tutto il territorio italiano i repertori di sonetti e tarantelle di questo paese, è stato Andrea Sacco. A lui va attribuito, tra l’altro, il merito di avere proposto la chitarra battente da accompagnamento (a cinque corde uguali), tornata a essere prodotta dagli artigiani locali sull’onda del successo dei Cantori.

Nell’ultimo gruppo di Andrea Sacco e fino a pochi mesi fa era possibile ascoltare un ragazzoto 80-enne dalla vitalità un pò gigionesca con alle spalle una giovinezza ribelle al limite coll’azzardo che dall’età di 5 anni ha sempre suonato la chitarra francese e fra i tre stili tipici di Carpino preferiva indubbiamente la muntanara, la tarantella di Carpino in tonalità minore.

Scomparso Andrea Sacco e Antonio Maccarone, è oggi Antonio Piccininno il riconosciuto guardiano della tradizione. Non solo perché l’ha custodita e trasmessa cantando, ma anche perché si è accollato un compito difficile e di straordinario valore: mettere per iscritto questa sapienza orale. Prima che sia troppo tardi.

Antonio Piccininno indubbiamente incarna la figura tipica del cantore tradizionale. Nato nel 1916, dopo appena un anno rimane orfano di entrambi i genitori. Inizia a lavorare come pastore e in seguito come contadino bracciante, per poi spostarsi in paese per prendere moglie. Attualmente è bisnonno.
Tanti anni fa essere cantore e dedicarsi alla musica era un mestiere molto povero e arduo da praticare e da sviluppare poiché era molto difficile spostarsi (gli unici mezzi di trasporto erano i muli e gli asini e – un po’ meno – i cavalli) e si guadagnava poco (in genere le paghe agricole di allora – forse in riferimento ai braccianti –  erano di 3 Lire), c’era scarsa circolazione di moneta e la merce di scambio che circolava maggiormente era pasta e olio…

Chi non conosce Antonio Piccininno incontrandolo per la prima volta la cosa che nota subito è la figura di un anziano signore alto e magro, dal profilo aquilino e dal volto con lo sguardo fisso dinanzi a sé, leggermente calato ma vigile. Una figura silenziosa che in realtà cela una potenza inattesa e nascosta. Molto alto e con gli occhi azzurri, un bel profilo lungo e asciutto, essenziale e compunto, ma dolce, una pelle macchiata e scura da anziano, ma levigata e bella come l’anima del legno d’ulivo della sua terra contorto da brune venature nervose e disteso da secoli di sole.

È solo però quando Antonio Piccininno sale su un palco, una cattedra, un palcoscenico che ha inizio uno spettacolo indimenticabile.
E da quel momento che una pioggia ininterrotta di emozioni domina l’evento, scandita da una personalità poliedrica e di rare doti oltre che d’interprete della musica popolare e di suonatore di nacchere, anche d’intrattenitore, di cabarettista e di showman a tutti gli effetti, catturando l’attenzione della platea sin dal primo istante per portarla, senza alcun calo d’attenzione, fino al gran finale. Un personaggio televisivo contemporaneo con pari qualità oggi potrebbe essere un Fiorello o chissà chi altri. E invece la sua figura ritmica e slanciata, alla soglia dei 92 anni trascorsi, duettava con nacchere, battenti e francesi, tamburelli e altre voci, attraverso la sua maggiore dote stilistica e artistica, quella dell’improvvisazione recitativa e canora. Oggi è l’unico a potersi permettere tal vanto potendo disporre di una memoria viva di un repertorio di tradizione orale imponente, tutto sempre e comunque immediatamente disponibile in mente e tale da consentirgli di creare e cantare brani ogni volta nuovi e irripetibili nella sequenza, attraverso l’accostamento di sonetti e strofette tra loro come coreografiche e spettacolari granate di poesia lanciate dal palco verso di noi.
E tutto ciò che resta, a concerto finito, dopo un caro saluto e un ‘a rivederci presto’ è quella insostenibile leggerezza dell’essere che Antonio ci sa donare con la sua voce e il suo sguardo sorridente, dono prezioso e lieve che dà senso alla vita, che tra fatiche e gioie, è il simbolo del piacere di vivere. Un autentico esempio di vita.

Ma Cantori di Carpino sono anche tutti gli altri di cui si ha traccia nelle rilevazioni depositate presso l’Accademia Nazionale di S.Cecilia e nei numerosi documenti sonori in possesso nella audioteca privata dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival: Vincenzo Grosso, Rocco Di Mauro, Gaetano Basanisi, Michelantonio Maccarone, Giuseppe Conforte, Angela Gentile, Antonio Di Cosmo, Rocco Valente, Rocco Cozzola e molti altri depositari della musica tradizionale carpinese.

Oggi il Gruppo dei Cantori di Carpino è costituiti da giovani accompagnati ancora dagli anziani Antonio Piccininno. Virtuoso della chitarra battente Roberto Mennona, più numerosi sono invece i suonatori di chitarra francese e di tamburello.
Nello specifico la formazione ampliata per l’occasione del Carpino Folk Festival è composta da:
Antonio Piccininno Classe 1916 (Voce e Castagnole)
Matteo Scanzuso Classe 1925 (Voce)
Michele Basanisi Classe 1941 (Chitarra Francese)
Giuseppe Draicchio Classe 1951 (Tamburello e Ballo)
Antonio Rignanese (chitarra battente)
Nicola Gentile (Tamburello e chitarra Battente)
Mimma Gallo (Voce solista e ballo)
Giuseppe Di Mauro (Chitarra Acustica)
Marco Di Mauro (Chitarra Acustica e Chitarra Battente)
Rocco di Lorenzo (voce e chitarra acustica)
Antonella Caputo (Voce solista e ballo)
Roberto Mennona (Tamburello e chitarra Battente)
Antonio Manzo (Tamburello)

La palestra strumentale e canora dei cantori carpinesi è stata la serenata: il rito un tempo molto usato e di grande importanza  socio-culturale che richiedeva l’omaggio musicale, l’inventiva poetica nella composizione di testi ex novo o nell’adattamento dei canti esistenti e una buona capacità tecnica strumentale.

La serenata di Carpino è una composizione vocale-strumentale, a struttura semplice e carattere popolare, che secondo un’antica usanza  veniva eseguita di sera o di notte sotto le finestre della propria bella per corteggiare e per manifestarle i proprî sentimenti e/o per rendere pubblico un rapporto di fidanzamento, che in una comunità maschile come quella carpinese dei decenni scorsi aveva anche l’ulteriore funzione di consentire il controllo sociale del rapporto da parte della comunità.

A Carpino la composizione della serenata comprendeva oltre quattro sonetti che talvolta andavano anche oltre i dieci.
Il tipico organico strumentale era costituito da chitarra battente, chitarra francese, castagnole e tamburello.

Nello specifico il repertorio era frequentemente iniziato dal sunettë con cui si chiedeva licënzë a cantare e finiva con il sunettë della bonasërë.
«Una volta – raccontava Antonio Maccarone – facemmo una serenata “senza permesso” a una ragazza con la quale c’era un amoreggiamento appena accennato e la reazione del padre fu molto vigorosa. Ci insultò e i suoi familiari a fatica lo trattennero dal venirci a dare lui una suonata a noi…»
Pochi sanno che la parte centrale della serenata di Carpino è costituita dalla Canzonë che nulla ha in comune con lo stile vocale e musicale dei sunettë, ossia con la mundanara, la rodianella e la vestesana.
La Canzonë infatti è costituita da un brano lirico come testo e di stile vocale modale, con sillabe che corrispondono anche a parecchie note cantate, molto ornato, ritmicamente molto libero e con una emissione vocale spesso forzata e tesa nel registro dell’acuto. La sua esecuzione viene musicata dalla sola chitarra battente che nell’occasione non viene battuta ma pizzicata.

L’origine secondo Maccarone Michelantonio de "l’area della canzonë che noi portavamo alle fidanzate di notte deriva dai canti della processione del Venerdi Santo, ma di parole diverse, d’amore, che per noi che eravamo cattolici e credenti in chi c’era una stima era come dire amatevi come fratelli".
Proprio la difficoltà dello stile vocale è stata probabilmente la causa della scomparsa di quasi tutte le Canzoni, infatti il salto di una/due generazione nella trasmissione orale ha fatto si che i depositari diventassero sempre più anziani e sempre meno portati a questo tipo di canto, oggi praticamente non esiste nessun cantore autentico che la esegue.
Una delle poche Canzonë pervenuta a noi ha come incipit "Di primë amorë ti venë a salutà".

Di seguito la struttura minima della serenata di Carpino
 
Sunettë della licënzë
Primë arruvatë e ti cerchë licënzë
se a qustu lochë ce pozze cantà
ji cë so’ vënutë pë la cunfidënzë
non la ‘ntënnitë na mala crijanzë
l’acquë corrë addovë c’è l’appënnenzë
‘stu ninnë venë addò che tenë li spëranzë
……
……
La Canzonë
Di primë amorë ti venë a salutà
di novë ammantë bellë stativ’a sintirë
së c’ha lu piacerë ti vole sentirë
dalli nu ventë che po’ ‘ddà jì a navëgà
questa barchettë dall’portë avev’ascì
quannë p’nnantë a vui ven’a passà
falli nu segnë d’amorë mittëtë a rirë
……
……
Sunettë della Bonasërë
Una cosë bellë c’ha da scusà
se t’hammë rësvigliatë dallu sonnë
jissë non ci vulevë da vënì
jè state l’amorë che ci l’ha fattë farë
chi non capiscë l’amorë non capiscë nendë
so’ chiddë che ‘ppartenënë alla ‘gnurantë
dë bonasërë të në lascë tantë
pë quanta frunnë cotilë lu ventë
dë bonasërë të në lascë millë
cendë alla mammë lu restë alla figlië
se mametë no’ në volë
tuttë a te bona figliolë
se mamëtë no’ ne vulessë
che cë li dessë tutte a jessë


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