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“Giacomo deve vivere”

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La tragica vicenda di un giovane garganico nel toccante racconto del padre Michele D’Errico.

 

Un pallettone, un maledetto pallettone che ha ferito alla testa Giacomo e ha sancito la fine “di una vita normale” dell’intera famiglia D’Errico, ci riporta al 31 gennaio del 2007, con tutta la crudeltà di una storia incredibile, di un tragico incidente di caccia, di ipotetici ritardi sanitari, di comportamenti inaccettabili degli pseudo amici, di un calvario inaspettato, tra ricoveri, interventi chirurgici e dimissioni… che lasciano poco spazio alle speranze di rivedere Giacomo, a 23 anni, ritornare al suo splendore giovanile. Il racconto del padre Michele, tra lacrime e disperazione, ma con una dignità che spezza i polsi e irrita la pelle, non ci ha lasciati indifferenti. Cercheremo di fare sintesi, di riportare i fatti cruenti e crudeli, tra i ricordi di uno dei protagonisti e la voglia tangibile di giustizia.
Si, perché quello che leggerete, non grida vendetta, ma solo giustizia.

IL  FATTO
E’ il 31 gennaio del 2007, mercoledi, ultimo giorno utile di caccia della stagione. Alle ore 5.30 del mattino, io Michele D’Errico, padre di Giacomo, unitamente a mio figlio e a tre amici, Sante, Franco e Angelo,ci incontriamo al Bar Centrale di Ischitella, luogo dell’appuntamento, per muoverci insieme per una battuta di caccia ai tordi; al gruppo si aggregano anche altri cacciatori: Michele, Giuseppe, Nicola e Davide. Prima in località “Ciccasole” e poi in località “Forchione”, tutti insieme per cacciare al volo.
Ma durante la battuta, uno del gruppo, Franco, si accorge della presenza di un cinghiale e ci avverte. Ci schieriamo, dopo un breve consulto, per cacciare il cinghiale. Riusciamo a ferirne uno, che viene poi eliminato da un cacciatore estraneo al gruppo. Bonariamente dividiamo la preda, caricandone la nostra parte sul fuoristrada, dove chiedo a mio figlio di intrattenersi a custodia della cacciagione.
Ma mentre si pensava di andar via, Franco con un strillo deciso ci avvertiva della presenza di un altro cinghiale. Io ho sentito solo dei cani abbaiare e il rumore tra i rovi, mentre ho udito Franco avvisare Angelo di stare attento. Poi immediatamente un colpo di fucile esplode nell’aria. Di qui in poi la tragedia.
Sento Franco urlare, chiedere di accorrere verso di lui, perché “Giacomo è caduto”. Credevo fosse inciampato, perché lo credevo vicino il fuoristrada. Ma Michele mi riporta alla realtà: “Giacomo è stato colpito”, mi dice. Corro immediatamente verso il luogo dell’incidente e mi ritrovo Giacomo riverso a terra, tra Franco e Angelo. Lo shock è stato tremendo, tanto da farmi entrare in uno stato confusionale. Mi ero illuso sulle condizione di Giacomo, avevo notato il bozzo sulla fronte insanguinata e pensavo fosse solo una ferita superficiale. Nella mia ingenuità pensavo di estrarre il pallettone con il coltello… Michele, resosi subito conto della gravità del fatto, mi ha distolto immediatamente. Poi ricordo solo di aver preso in braccio mio figlio tentando di parlargli.

I  SOCCORSI
E’ possibile che nessuno, escluso il sottoscritto, abbia pensato di avvisare immediatamente il 118?
E’ possibile che nessuno degli amici di battuta, ha provveduto ad avvisare i miei parenti?
Infatti dai tabulati, risulta mia, l’unica chiamata al 118, mentre gli altri avevano avvisato solo i Carabinieri.
Io sono stato trasportato dai sanitari del Pronto Soccorso di Vico del Gargano in ambulanza perché in stato confusionale.
Infatti, in seguito alla cattiva gestione delle informazioni, in paese, credevano in molti che la vittima fossi io. Solo alle ore 15.00, mia moglie è stata informata dei fatti e guarda caso, lo ha fatto mia figlia Enza. I telefonini degli amici erano spenti, le notizie non arrivavano… Mio cognato Francesco, aveva accompagnato mia moglie a Vico, al presidio del 118, con la certezza di trovare me e Giacomo. Ma non fu così. Di Giacomo non si aveva notizia, e nessuno dei medici, ha saputo fornire informazioni precise. Solo i Carabinieri, da un controllo incrociato, hanno appurato la presenza di mio figlio, presso il Pronto Soccorso di San Giovanni Rotondo, in fin di vita.
Gli orari diventano più chiari. Giacomo è giunto in ospedale alle ore 13 e 45. Solo alle ore 20.30 è stato operato in neurochirurgia. Perché?
La burocrazia prevede la firma di un parente, prima di una così delicata operazione. Vi ricordo che il pallettone ha trapassato il cranio, colpendo il cervello, giungendo a 2 cm. dal cervelletto.
Io mi chiedo: era proprio necessaria una firma, visto che ogni minuto che trascorreva risultava devastante per le future condizioni di Giacomo?
L’operazione è consistita nella rimozione della calotta cranica, perché il cervello, gonfiatosi in seguito al colpo, potesse avere spazio. Purtroppo i medici, nella prima fase, non hanno potuto togliere il pallettone, fermatosi come dicevo prima, a pochi millimetri dal cervelletto…
Dopo diverse ore in sala operatoria, sono susseguiti 49 giorni di coma in sala rianimazione!

LA  RIABILITAZIONE
Il 21 marzo del 2007, Giacomo, viene trasportato presso il Centro di Riabilitazione “Cardinal Ferrari”in Fontanellato (Parma), dove rimane per ben 16 mesi e dopo aver subito altri 4 interventi alla testa.
Immaginate i sacrifici della mia famiglia, di mia moglie in particolare e  quanti disagi, non ultimi quelli economici,  ci hanno perseguitato.
Purtroppo l’ASL ha coperto le spese solo fino a quel periodo.
Quando Giacomo è in cura dai riabilitatori, ci sono grandi progressi, mentre il ritorno a casa sancisce la regressione.
E’ successo a Parma come nel centro di Rodi Garganico. Ma oggi nessuno vuole prenderlo in carico senza il contributo della ASL e noi siamo disperati perché occorrono tantissimi soldi.

LA GIUSTIZIA
Al danno si aggiunge la beffa. Sono un padre disperato perché vede tutti i giorni il proprio figlio, un giovane di 23 anni, nel pieno della sua giovinezza, lottare tra la vita e la morte, tra qualche piccolo spiraglio di speranza legato ai momenti di riabilitazione, al buio totale del ritorno a casa. A tutto ciò si aggiungono la burocrazia, le leggi, le norme, la giustizia. Il caso di mio figlio è stato archiviato. I miei avvocati, nulla hanno potuto di fronte a termini perentori non rispettati. Ma come si poteva pensare in quei momenti a fare querele, quando era in atto la lotta per la vita?
Perché questi episodi non vengono seguiti d’ufficio?
Ad oggi, per la legge italiana, non esiste nessun colpevole: non lo è neanche colui il quale, con grande onestà e coraggio, ha dichiarato di essere l’autore dello sparo.
Sconfessato, tra le altre cose, da una perizia medica, che esclude la traiettoria del colpo dichiarata. Quindi a sparare, sono stati in due, contemporaneamente.
Chi altro ha sparato? Perché non  confessa? Come fa a vivere con questo dubbio, con questo rimorso? Chi ha dichiarato di aver sparato, si trovava in una situazione anche molto particolare. Era in attesa del rinnovo del porto di fucile e quindi anche senza assicurazione. Ragione in più, per cui al danno si aggiunge la beffa di non essere risarciti da nessuno.  La traiettoria balistica che indica il referto medico, esclude l’ipotesi dell’autoaccusatore. Dunque qualcuno mente?  Qualcuno ha dichiarato il falso? Cosa è stato fatto vedere ai Carabinieri? Quali fucili sono stati portati in caserma? Tanti dubbi e tante voci si rincorrono. Si parla di fucile rotto, di scambio di armi. Sarà vero? I carabinieri potrebbero riaprire le indagini? Qualcuno, invece, mi dice che  è disposto a testimoniare…
Scusate le mie insistenti perplessità, ma sono costretto ad urlarle a tutti. Come si può archiviare un caso del genere? La verità, in questa maniera, non verrà mai a galla. Io sono davvero disperato. Ho dovuto lasciare il mio lavoro per stare vicino a mio figlio, ma non voglio abbandonare la speranza di vederlo guarire.
E tutto questo passa anche attraverso la giustizia. L’accertamento della verità e delle responsabilità vere. Io non posso che fare appelli. Sperare che qualcuno possa prendere a cuore l’intera vicenda, e possa trasformare una tragedia in una storia a lieto fine. Qualcuno che ha il potere e l’autorità di riaprire le indagini. La mia comunità, non ha reagito come speravo, nessun sussulto, nessun orgoglio. Eppure gli ischitellani non sono così… Almeno questo credevo fino a poco tempo fa… Ma ho ancora speranza. Chiedo aiuto con tutte le mie forze. Con il cuore in mano, un cuore ferito ma mai domo, il cuore di un cittadino di Ischitella, che non può più riabbracciare il sorriso del proprio figlio.

articolo a cura di Michele D’Errico


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