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L’Inferno per gli immigrati è nella nostra provincia

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Nessuno s’aspettava il ghetto dei nuovi schiavi alle porte della città. E invece succede che la vergogna mette tenda anche sotto gli occhi dei residenti. Via Pitagora, Trinitapoli: il giorno dopo la scoperta ci si interroga. Un buco come water. Dovevano dividersi quel buco un centinaio tra romeni e bulgari. 68 tende, 112 neocomunitari che lavorano come stagionali nella vendemmia e nella raccolta degli ortaggi e che per abitare in quel «lager» pagavano 15 euro a settimana. Come è possibile? I carabinieri hanno denunciato il pensionato proprietario del suolo, ma questo non basta a dare risposte. Il Foggiano, la nuova provincia della Bat e il Nord Barese non si liberano del marchio infame di terre ostili che si prestano a impiantare township. Poco più di cinquanta chilometri più avanti e un altro ghetto a Rignano, questa volta più noto, ripropone scene che vorresti appartenessero al passato remoto. E invece è la Pummarò Valley. Più feroce che mai. È il crocevia di manodopera negra. È la più grossa africopoli rimasta a ridosso di Foggia. Le altre sono più in là, verso la costa garganica, nella zona di Manfredonia e nella valle dell’Ofanto, a Cerignola.

A Borgo Tre Santi, vicino a Cerignola, appunto, la Regione ha fatto nascere un albergo diffuso. Così pure a Torre Guiducci, a pochi chilometri da Foggia, sulla direttrice per Manfredonia. Si tratta di ostelli per stagionali. Altri ne sono previsti, ma per ora sono rimasti sulla carta. «Ospitano poco più di 40 immigrati, solo col permesso di soggiorno. Troppo poco», tuona Daniele Calamita, segretario generale della Flai provinciale di Foggia.

I numeri del 2009 che lo stesso Calamita ritraggono bene la schiavitù che non passa in archivio: 4mila i soggiorni autorizzati dal decreto flussi per gli stagionali. A questi vanno aggiunti 7mila neocomunitari (romeni, bulgari e georgiani in testa) e almeno 5mila irregolari. Quasi tutti sono richiedenti asilo in attesa della decisione della commissione territoriale per i rifugiati o con un diniego verso il quale hanno fatto ricorso. E comunque l’esercito dei Pummarò Valley quest’anno tocca una quota poco al di sotto dei 20mila. Erano di più lo scorso anno quando le giornate erano meglio retribuite. La crisi pesa.

«Ma la pagano i più deboli, i clandestini», incalza Calamita. Anche qui basta farsi sorreggere dalle cifre per capire. Gli ettari destinati a pomodoro sono stati 25mila quest’anno, in Capitanata; 30 mila nel 2008. Gli agricoltori giustificano la contrazione dicendo che è sempre più costoso assicurare un prodotto che non vada a male. Troppi virus, e troppo cari i pesticidi. E questo spiegherebbe perché la Pummarò Valley si sta spostando verso il Gargano e all’interno del Tavoliere: Lesina, Poggio Imperiale, San Severo, Lucera. Qui le terre non sono ancora state sfruttate dalle colture intensive e il rischio di virus alle piantagioni di pomodoro è più basso.

Il fatto è che delocalizzare non vuol dire sfruttare meno. Anzi. I produttori dicono di guadagnare, quest’anno, dai 9 ai 12 centesimi di euro al chilo a fronte dei 17 centesimi del 2008. Il prezzo è quello fissato dai titolari dei pomodorifici, vale a dire dalle industrie della trasformazione che hanno stretto le cinte approfittando della crisi congiunturale. Sta di fatto che la squadra di immigrati viene pagata al capo nero calcolando per ogni stagionale 5 euro al massimo per cassone raccolto. In tasca agli sfruttati finisce in pratica circa un centesimo, due al massimo, per ogni chilo raccolto. E gli altri 7-10?

Lo sfruttamento è una ferita che sanguina. Il caporale trattiene dalla paga del “suo” operaio anche quello che non t’aspetti: gli fa pagare il trasporto, dai 2 ai 5 euro a seconda della distanza; gli fa pagare il cibo, 4-5 euro per un panino con una scatoletta di tonno da discount; anche l’acqua potabile fresca nella tanica di plastica costa 50 centesimi. Quello che non t’aspetti sono i 50 centesimi per ridare energia alle batterie del cellulare scarico. Così va l’era dell’oro rosso. Non che i risultati non ci siano stati. Almeno a giudicare dalle parole delle organizzazioni sindacali. Lo stesso Calamita commenta quello che è accaduto negli ultimi anni: «Gli elenchi anagrafici indicano le persone assunte almeno per una giornata lavorativa e registrano quest’anno 16mila immigrati su un totale di 34mila lavoratori in agricoltura. L’anno scorso erano 14mila su 32mila, e non dobbiamo dimenticare che nel 2007 erano appena 7.474».

Le campagne di tutela danno i frutti e anche la legge regionale sull’emersione dal lavoro nero, voluta dall’ex assessore della giunta Vendola, Marco Barbieri, ha in qualche modo inciso. Ma resta il fatto che la Puglia non ha ancora una legge regionale sull’immigrazione mentre il lavoro contadino nostrano si modifica, diventa espressione di una riorganizzazione in chiave neoliberista che vede l’espulsione del lavoro autoctono dequalificato dalle campagne e lo sfruttamento delle braccia immigrate specie nelle zone limitrofe all’insediamento dei centri di ingresso via mare. La Puglia come la Sicilia e la Calabria. Il Foggiano e il Salento come il Trapanese, il Ragusano e il Crotonese. Sfruttamento in salsa mediterranea.
GIANLUIGI DE VITO


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