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A proposito di privatizzazioni: l’Acquedotto non è l’acqua

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La prima risale a qua si 90 anni fa, ma sono le ultime che fanno discutere. La legge 1365/20 che diede vita all’Ente Autonomo Acquedotto Pugliese come evoluzione del consorzio del 1902 tra lo Stato e le province di Bari, Foggia e Lecce non crea confusione: è stata superata dalla legge del ‘99 che trasformò l’ente pubblico in società per azioni con contestuale attribuzione della concessione alla gestione del servizio idrico fino al 2018. La confusione è di questi giorni e trova origine nel decreto Ronchi sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Nel contraddittorio politico — in Puglia in particolare — il possibile affidamento ai privati della gestione dei servizi idrici è diventata la «svendita» di un bene primario. In realtà, non è prevista alcuna «privatizzazione dell’acqua». Anzi, il decreto non tocca neanche l’Acquedotto Pugliese. Il caso di Aqp è infatti un unicum ‘nel panorama italiano proprio in virtù della concessione attribuita fino al 2018 in forza della legge del ‘99 che trasformò l’allora Ente autonomo in spa. Le prime interpretazioni del decreto Ronchi — in attesa dei decreti attuativi previsti entro il 31 dicembre — sono congruenti: per cancellare quella legge è necessaria un’altra che la abroghi espressamente con un comma specifico, mentre il decreto Ronchi riguarda affidamenti in house da parte di enti pubblici locali e non quelli ope legis. Per questo la polemica sollevata dal governatore pugliese Nichi Vendola contro il decreto Ronchi ha un senso se il nemico da battere è la liberalizzazione dei servizi pubblici in generale, ma è intempestiva e fuori luogo se mira a difendere l’Acquedotto Pugliese. Anzi, potrebbe rivelarsi un boomerang considerato lo strumento che Vendola vuole utilizzare: il ritorno dell’Acquedotto a ente pubblico cancellando la spa. Il rischio è che la concessione decada, visto che fu data insieme alla legge che trasformò l’Eaap in società per azioni: insomma, la Puglia potrebbe ritrovarsi con un Acquedotto Pugliese interamente pubblico ma senza più acqua da gestire. A spingere l’Acquedotto Pugliese verso i privati dovrebbe essere non il decreto Ronchi ma un’altra legge, mai abrogata e mai rispettata: la 448 del 2001 del governo Berlusconi con la quale il Tesoro cedette senza alcun onere alle Regioni Puglia e Basilicata l’Acquedotto Pugliese con l’unico obbligo di avviare la dismissione delle azioni entro sei mesi dalla data del 31 gennaio 2002. Ma tutti l’hanno rimossa, compreso l’attuale ministro dell’Economia Giulio Tremonti che la partorì sette anni fa con Raffaele Fitto. Un paradosso che non è nulla al confronto di quello che sta per consumarsi: la Regione Puglia di Vendola è in procinto di rilevare dalla Basificata per complessivi 22 milioni (12 già versati e 10 a saldo) la quota del 13% di Aqp in portafoglio alla Regione Basilicata. I manuali di valutazione aziendale stabiliscono che il valore di un’azienda è dato dal suo valore di mercato o dai profitti futuri: se per Vendola l’acqua non ha mercato e le società che la gestiscono non devono conseguire profitti, perché spendere 22 milioni di euro — rispettando un accordo con la Basilicata nato da una legge dello Stato apertamente violata — per una quota di minoranza di una società idrica destinata a trasformarsi in ente pubblico?
Michelangelo Borrillo
Corriere del Mezzogiorno


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