The news is by your side.

Gargano/ La riscoperta degli antichi sapori – Stiamo perdendo il «moscatello antico»

18

Studiati tramite il Dna alcuni ceppi autoctoni a Vico del Gargano, per tracciarne la storia e il valore culturale di una antichissima tradizione.

 

 Un tempo non tanto lontano, i paesi erano spesso identificati con i loro frutti, con i loro vitigni. Nel 700 il Gargano era terra sconosciutissima, e nella corte di Ferdinando, si sapeva della sua esistenza perché lo si identificava con il Moscatello, un «pregevole liguore»(Libetta 1833) che questo promontorio produceva. Del moscatello garganico vogliamo parlare, un vitigno un prodotto tipico che rientra in quella tematica oggi meglio conosciuta come «frutti antichi». Tecniche note, come quelle dell’analisi del Dna, permettono oggi di ricostruire la storia, l’identità di un biotipo frutticolo (o viticolo), attraverso lo studio del suo genoma al fine di capire quanto la sua «impronta genetica» sia distante da altri simili. Quanto più è alta questa distanza, più il biotipo indagato ha una storia a sé, una specifica identità biologica (genotipo) frutto di un legame con un preciso ambiente o territorio. Accertata questa individualità si ha a che fare con quelli che comunemente chiamiamo tipo «autoctono» (ad esempio vitigni autoctoni). E allora si può dire di aver «trovato un tesoro», almeno in base a quanto è successo in altre realtà (vedi Sicilia, Salento, Sardegna, Campania per i vini di vitigni autoctoni). Su queste premesse, con un contributo finanziario dell’Ente Parco del Gargano e con la responsabilità scientifica di Laura de Palma, ordinario di arboricoltura presso la Facoltà di Agraria di Foggia, abbiamo avviato alcuni anni fa un piccolo programma di indagine scientifica sui frutti antichi del Gargano (Ricognizione di biotipi frutticoli del Gargano), tema che da tempo impegna lo scrivente. Data la vastità del campo di ricerca, e la scarsa disponibilità di fondi si è concentrato l’indagine su alcuni biotipi viticoli ed in particolar modo su quelli che rientrano nel gruppo dei moscati. È noto anche in letteratura, infatti, come si anticipava, un «Moscatello del Gargano», individuato dallo scrivente con diverse accessioni in alcuni contesti viticoli del Gargano (Vico del Gargano, Ischitella e Peschici, Vieste). Vitigni con il caratteristico «sapore di moscato», sono molto antichi, tra l’altro noti già in epoca romana e conosciuti come «uve apiane», in sostanza come uve delle api, che evidentemente attirano per la loro ricchezza zuccherina o aromatica; da «apiane» a «uve moscato», il passo è solo apparentemente lungo, poiché secondo altre interpretazioni il termine «moscato» ci riporta a «mosca», un altro insetto che evidentemente si lega a zuccheri ed aromi intensi (secondo altri moscato deriverebbe da muschio). Il problema è che vitigni con sapori di moscato sono in realtà numerosissimi, a bacca bianca, nera, rosa e caratteristiche simili si ritrovano inoltre in un altro gruppo di vitigni, noto come «malvasie», per cui orientarsi nel mondo dei moscati è alquanto complesso. Per lungo tempo (medioevo) moscati e malvasie indicavano stessi vitigni. L’analisi chimica aiuta solo in parte: moscati e malvasie hanno entrambi linalolo e geraniolo (alcoli monoterpenici), due dei circa 40 composti chimici (famiglia dei Terpeni) che si ritrovano nelle uve, entrambi responsabili del profumo di rosa, anche se il primo sembra prevalere nei moscati e il secondo nelle malvasie. Pertanto la ricerca ha seguito altre strategie tra le quali l’analisi ampelografia (forma foglie, grappoli, ecc.) e soprattutto è ricorso alla tecnica del fingerprinting genetico utilizzando specifici marcatori molecolari. Prima di addentrarci nei dettagli della ricerca, è bene premettere che nel variegato mondo dei moscati, stante alle più recenti ricerche (Office Internationale de Vigne e di Vin), si distingue un moscato a bacca bianca, «Moscato bianco», cui corrispondono numerosissimi sinonimi e, tra questi il più noto è il «Moscato Canelli» da cui si preparano i famosi spumanti italiani (Asti, Gancia); in Puglia è noto anche come «Moscato di Trani» ed è usato anche per la produzione di vino passito. Famosi sono i vini passiti preparati con uve del «Moscato di Alessandria», noto anche come «Zibibbo» o «Moscato di Pantelleria». A differenza di questi genotipi, altri moscati sono coltivati in limitati areali, come il «Moscato di Terracina», presente quasi esclusivamente nel Lazio. Poi si distinguono «moscatelli selvatici», generalmente a bacca giallo-oro. Tra questi pochi vitigni citati vi sono notevoli differenze morfologiche, ma comune denominatore è il sapore di moscato. I «moscati» suscitano da sempre notevole interesse, a carattere storico, agronomico, culturale e non per ultimo enologico. È certo, comunque, che nascono nel nostro Mediterraneo e sono oggi diffusi in tutto il mondo viticolo; nella loro genesi hanno agito sia l’azione selettiva degli antichi agricoltori, sia le mutazioni naturali. A quali tipologie sono riconducibili i moscatelli garganici? O si tratta di ceppi che non trovano riscontro con quelli noti? Questo lo scopo della ricerca! Con il «Moscatello garganico» si identifica in realtà un numero imprecisabile di ceppi, mai studiati e dei quali oggi restano quelli sopravvissuti all’abbandono. Grazie all’insostituibile contributo di vecchi contadini è possibile riconoscere almeno tre popolazioni: due, a bacca giallognola, una delle quali con grappoli piccoli e spargoli (conosciuto come Moscatello antico), l’altra, nota nel territorio di Vico come «Moscato saraceno» ma con grappoli grossi e serrati; una terza a bacca bianca con grappoli serrati (meno raro). Di queste tre accessioni sono stati raccolti 7 campioni, provenienti spesso da popolazioni ridotte a singoli ceppi. Ciascun campione è stato esaminato utilizzando descrittori genetici di tipo morfologico (caratteri specifici di foglie, grappoli, ecc.) e biomolecolari (caratteristiche specifiche del Dna), al fine di una possibile caratterizzazione su basi scientifiche dello storico «Moscatello garganico». Lo studio è stato avviato nel 2004. Particolarmente complessa e lunga si è rivelata l’analisi del Dna, più volte ripetuta per la difficoltà di estrazione di tratti significativi di Dna nucleico. In questa operazione è stato impegnato il Laboratorio di Arboricoltura dell’Università di Foggia, diretto dalla professoressa de Palma, che ha coinvolto anche altre istituzioni scientifiche per la comparazione dei risultati. In conclusione, dei 7 campioni studiati, la maggior parte è risultata coincidere con il «Moscato bianco». Il campione, rinvenuto a Vico del Gargano ed ivi indicato come «moscato saraceno», è risultato in realtà coincidere con il «Moscato di Terracina», coincidenza che spiega un’antica introduzione e che probabilmente trova conferma nell’interpretazione etimologica di alcune sinonimie locali, come «moscato parracino» o «saraceno». Due, invece, non hanno rivelato al momento alcuna analogia con genotipi noti. Si tratta di campioni delle popolazioni localmente individuati come «moscatello antico», di cui si è detto innanzi. Queste due ultime «accessioni» potrebbero essere genotipi locali o «vitigni autoctoni», per dirla con parole più comuni; sono stati trovati entrambi nell’agro di Vico del Gargano, ma la loro condizione è altamente precaria e a forte rischio, poiché di ciascuno dei due è stato localizzato solo un vecchio ceppo (uno addirittura situato in un orto urbano) e quindi probabilmente hanno «i giorni contati». Questa è peraltro la condizione di molti «tesori vegetali» del nostro territorio, tutti da scoprire, da studiare, ovvero di tante risorse agricole che perdiamo giorno per giorno.
Nello Biscotti, Dottore di ricerca in Geobotanica
 


error: Il contenuto di questo sito è protetto dal Copyright