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Manfredonia, s.o.s fichi d’india

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Ha salvato i sipontini da un devastante bombardamento durante la prima guerra mondiale, in quanto gli austriaci avevano scambiato i cladodi della pianta per i caschi dei militari italiani. Secondo una leggenda popolare San Lorenzo Maiorano, santo patrono dell’arcidiocesi ne mangiò 300. Fa parte del paesaggio locale da decenni, e il suo nome è nella toponomastica cittadina. Ma ora, con l’incremento edilizio degli ultimi anni, è in pericolo di estinzione, e molto probabilmente resterà solo il toponimo. Stiamo parlando dei Fichi d’India, pianta tipica di Manfredonia, unica nel suo genere in tutto il Gargano. Il suo frutto viene distinto in quattro varietà, quello normale, quello senza semi, quello della regina e l’invernale. La pianta arrivò nel Vecchio Mondo verosimilmente intorno al 1493, anno del ritorno a Lisbona della spedizione di Cristoforo Colombo. La prima descrizione dettagliata risale comunque al 1535, ad opera dello spagnolo Gonzalo Fernandez. Da qui si diffuse rapidamente in tutto il bacino del Mar Mediterraneo dove si è naturalizzata. La sua diffusione si dovette sia agli uccelli, che mangiandone i frutti ne assicuravano la dispersione dei semi, sia all’uomo, che le trasportava sulle navi quale rimedio contro lo scorbuto. I naviganti di Manfredonia ne hanno fatto un uso elevato proprio per evitare guai alle articolazioni e soprattutto come antireumatico. In nessuna altra parte del Gargano il ficodindia si è diffuso come a Manfredonia, dove è divenuto anche un elemento ricorrente nelle rappresentazioni letterarie e iconografiche della città, fino a diventarne in un certo qual modo il simbolo. E’ una tipica pianta arido-resistente che richiede temperature superiori a 0° C, al di sopra di 6° C per uno sviluppo ottimale. Per cui visto il microclima del golfo sipontino, la grande estensione e la rapida affermazione nel territorio. Ma oggi si rischia di non vederla più, grazie alla speculazione edilizia che sta cancellando un simbolo importante del territorio.

Saverio Serlenga


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