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Imprese in crisi: in Puglia +55% di fallimenti e +44% di usura

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La crisi si misura anche con il 55% di procedure fallimentari in più registrate in Puglia fra luglio, agosto e settembre. Dato impressionante che si aggiunge alle migliaia di dipendenti cassintegrati, in mobilità e licenziati, alle imprese chiuse, alle pmi soffocate dai debiti, agli artigiani in sofferenza di liquidità e commesse.

La crisi colpisce tutti i settori industriali: auto, legno, mobile imbottito, siderurgia, informatica, aeronautico, meccanico, agroalimentare. Era già stato impietoso il rapporto della Banca d’Italia sui primi sei mesi dell’economia pugliese: flessione del fatturato del 68%, export calato del 27%, occupati scesi del 4,4% (in Italia -1,2% e nel Mezzogiorno – 3%), tasso di disoccupazione salito al 12,95% (stessi livelli del 2005), cassa integrazione ordinaria e straordinaria cresciuta nei primi tre mesi del 118% rispetto all’anno precedente.

Ora arriva anche la conferma dai tribunali. La Puglia, dopo l’Emilia (+115%), le Marche (+80%), il Piemonte (+70%) e prima di Veneto (+49%) e Lombardia (+45,5%) è la quarta regione più colpita dalle procedure fallimentari. In Italia nell’ultimo trimestre sono state aperte 1.735 procedure con una crescita del 40% rispetto allo stesso trimestre del 2008.

Aumento del 73% invece per i concordati preventivi con 232 domande di ammissione. In linea con questo dato, l’allarme usura lanciato dalla Cgia di Mestre: il rischio aumenta soprattutto in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. La nostra regione risulta tra le più esposte combinando fattori come la disoccupazione, i fallimenti, i protesti, i tassi d’interesse applicati, le denunce di estorsione e usura, il numero degli sportelli bancari, il rapporto tra sofferenze e impieghi registrati negli istituti di credito.

In Puglia il rischio è del 44% più alto che nel resto d’Italia, in Campania del 73%, in Calabria del 61% e in Sicilia del 43%. La multimilionaria manovra anticrisi della Regione finora non ha prodotto un’inversione di tendenza e nemmeno la mediazione regionale sembra poter sbloccare le vertenze come nel caso dell’Adelchi di Lecce, 600 in cigs su 700, per cui si è arrivati a un ultimatum o l’Eutelia-Agila di Bari per la quale si chiede il commissariamento , o ancora l’Ilva.

Nel siderurgico tarantino passano a 4180 i cassaintegrati: si aggiungono i 1680 del reparto tubificio dove le commesse per il 2010 finora sono pari a zero. In Puglia risulta che il 56% delle aziende ricorre a misure destinate a contenere il costo del lavoro: oltre alla cassa integrazione guadagni (2 imprese su 5 l’hanno richiesta) ci sono lo stop del turn over e il mancato rinnovo dei contratti a termine.

Un’azienda su 10 ha licenziato. Secondo i dati della Cgil, nella Puglia che registrava tassi di crescita e occupazionale tra i più alti del Meridione fino all’anno scorso, si calcolano circa 45mila licenziati, 24 milioni di ore di cig, oltre 7mila indennità in deroga, 250mila lavoratori precari. È tornato a salire il numero dei disoccupati (11,2%), l’inattività femminile è tra le più alte d’Europa (64,5%), i salari rispetto al 1999 hanno registrato una perdita del potere d’acquisto del 5,9%.

Lavoro nero e irregolare interessa così il 20% dei lavoratori. La crisi non ha risparmiato le aziende più grandi: Ilva, Fiat, Alenia, Getrag, Bosch, che hanno fatto un massiccio ricorso alla cig, con pesanti ricadute sull’indotto. Situazione simile in Lucania: persi 5mila posti di lavoro.


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