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Peschici/ I ‘Cahiers de doleances’ di Peschici dal ‘300 a oggi: la parola al popolo

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“Quaderni delle lamentele” riscoperti sul Gargano.

 

I “cahiers de doléances” (in francese “quaderni delle lamentele”) erano registri in cui le assemblee incaricate di eleggere i deputati agli Stati Generali (organo di rappresentanza delle tre classi sociali esistente in Francia prima della Rivoluzione del 1789) annotavano critiche e lamentele della popolazione, secondo una consuetudine risalente al 14° secolo, anche se i più famosi restano quelli del 1789, appunto.

La loro redazione fece il suo esordio nei villaggi e nelle chiese urbane coi “quaderni di parrocchia”. Successivamente si decise di stilare tre “cahiers de doléances”, uno per ciascun ordine sociale: Clero, Nobiltà e Terzo Stato (costituito da borghesia, contadini e operai, in pratica il 98 percento della popolazione), filtrando così il numeroso materiale pervenuto. Nel 1789, i quaderni di doléances acquistarono valore di sondaggio e, per volere del conte di Tolosa, ne venne letto un riassunto davanti all’Assemblea costituitasi il 27 luglio 1789.

Oggi, dalla loro lettura emerge in modo chiaro l’esasperazione del mondo contadino verso le vessazioni e le sperequazioni subite. Un esempio, tratto dai “Quaderni degli abitanti di La Chaleur”, può essere il seguente: “Gli abitanti della comunità chiedono che vengano soppresse le imposte arbitrarie da cui il popolo si trova oppresso e che i tributi riconosciuti indispensabili vengano ripartiti su tutti i cittadini senza distinzione”.

Bene, sulla falsariga di tali documenti e “all’uso” della ben più famosa “donna rachele”, eroina di un mensile locale, ne “inventiamo” uno, sollecitati e pungolati dalle varie “lagnanze” che ci vengono segnalate. Mutuiamo, così, “l’esasperazione del mondo contadino” di casa nostra (Peschici e dintorni) nei confronti delle moderne “vessazioni e sperequazioni” e diamo subito voce alla lamentela su una “stortura” sotto gli occhi di tutti. Lunedì 7 dicembre 2009 – Una casalinga un po’ disperata si ripromette di fare la spesa per l’Immacolata nella pescheria centrale peschiciana, dove quotidianamente si svolge una lotteria consistente nell’indovinare se sarà aperta o chiusa.

Non è fortunata, come non lo è molto di frequente, e anche stavolta, armata di poco santa rassegnazione, ripiega su una triste e costosissima confezione di seppioline congelate. Chi non disponga in famiglia di un componente mattiniero o in vena di fare un po’ di “footing” rincorrendo qualche vetusto “pickup” (o “treruote” che dir si voglia), da cui acquistare qualche pesce malconservato in questi giorni non ancora decisamente gelidi, si trova automaticamente fuori dalla catena alimentare che un paese di mare dovrebbe fornire: il pesce.

E dire che la sua rivendita fa parte di una struttura edilizia pubblica il cui servizio, proprio per questo, andrebbe ottimizzato, almeno per non lasciare a becco asciutto la popolazione che vorrebbe servirsi in un locale-bottega in grado di offrire garanzia di buon stato di conservazione dell’alimento ittico.

Piero Giannini
 


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