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Vieste/ Allarme pandemia del mal pagatore, e’ questo il virus che circola a vieste!

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«E’ mai possibile che a Vieste nessuno paga alla scadenza?»

 

Che l’influenza A/H1N1 sia tra le principali preoccupazioni di questo inverno viestano è vero e Dio ce ne scampi. Ma un ipotetico Censis su scala locale non avrebbe dubbi a sentenziare che il principale grattacapo all’ombra del Pizzomunno, anche quando zia Tele raccomanda di vaccinarsi, di non tossire senza la manina davanti alla bocca, è una malattia di tutt’altra natura, di tutt’altro ceppo. E’ una malattia che non viene dal Messico, ma che nasce, cresce e corre, come il bimbo dei pannolini pampers, tutta tra le mura cittadine.
I sintomi? Così li descriverebbe un medico specializzato: «Il paziente presenta un prurito alla tasca in area portafoglio. Lamenta artrosi multipla se gli capita tra le mani una biro per compilare quantomeno un post datato possibilmente coperto. E’ affetto da parziali amnesìe visto che dimentica spesso ed assai volentieri gli appuntamenti con il creditore, nonché colegata otite ostinata». Ovvero la sindrome di chi da un certo orecchio non ci vuole proprio sentire.
Gli studiosi locali non hanno perso tempo a ribattezzarlo come il virus «du mal pagator», che si evolve rapidamente nel ben più letale virus «de l’appuppator».
Andiamo per ordine. Il caso lo solleva una mail firmata, proveniente da quel di Bologna e pubblicata sul sito web di Ondaradio [vedi in basso].
Un viestano, imprenditore, relativamente giovane, ha denunciato un peccato sempre più originale, confessando di essersene «scappato» per sottrarre lui e soprattutto la sua modesta attività artigianale dalle grinfie della malattia di chi si professa invisibile, irreperibile, in contumacia, alla scadenza dei pagamenti. Una specie di Diabolik senza l’intelligenza di Diabolik. E, dunque, confessa, suo malgrado, di essersi voluto sottrarre dall’esercito sempre più numeroso degli infetti che stanno diffondendo il malanno a velocità supersonica.
Che il caso tocchi un nervo scoperto è presto detto. Allo sfogo bolognese fa seguito una ridda di commenti, tutti con un minimo comune denominatore. Vieste è infetta dal virus «du mal pagator» o peggio ancora «de l’appupator». Talmente infetta che tutti raccontano la loro storia costellata di «torna fra nu mes», «mo’ teng u mutue sop i spad», «sta settimen non ej cos picchè la bang m’ha chiamet già doje volte!» O peggio con la de vulgari eloquenza del tipo «mo’ me rutt tre quart…», e «non m’ firmann cchiù quann mi vid!».
E’ una roba da vero e proprio allarme sociale in un momento in cui sibilano già altri allarmi sociali di cui diremo avanti. Lo scenario è sconfortante per chi produce, lavora e vuol far lavorare a Vieste.
Il terziario viestano, lo scambio di beni e servizi, il do ut des che, da che mondo e mondo, fa campare le famiglie, che permette di pagare le tasse e non essere tentati di evaderle e che tiene in piedi la barracca di decine di piccole attività economiche, registra uno scompenso cardiaco riassumibile in parole povere in un c’è chi col proprio lavoro dà, ma poi non riceve quanto gli è (giustamente) dovuto.
Questo rappresenta il disonesto contributo al dramma di chi, per effetto di chi non è abituato a saldare, vede profilarsi all’orizzonte il rischio usura, senza contare poi che ultimamente è anche alle prese con lo spettro di un’altra minaccia con la emme maiuscola: quella delle tentate estorsioni. Si vuole continuare così?
E’ questo il prezzo (ma verrebbe da dire più propriamente il pizzo) a cui deve sottostare chi ha voluto consegnare la propria vita lavorativa alla libera iniziativa commerciale ed artigianale e fondarla sull’etica del «a me basta una stretta di mano» come si usava ai tempi in cui l’onestà, la correttezza e la lealtà erano valori per davvero?
Possibile che a diffondere il malcostume del malpagatore vi sia una schiera (per ora una minoranza, ma chissà) di sedicenti imprenditori anche «giovani», il cui credo sembra essere «soldi tanti, moralità zero» e il cui identikit si plasma in pratiche di vita nella quale ostentano a sbafo Suv, mogli griffate Just Cavalli, pargoletti viziati, trasferte calcistiche, vacanze dorate e che fuori dall’uscio mettono in fila decine di persone alle quali dovrebbero corrispondere ciò che si deve? Se dall’usura e dal racket ci possono difendere lo Stato, le forze dell’ordine, l’associazionismo attivo, cosa ci può sottrarre dal soggiacere alla condotta di questa «razza cafona» che il caso (e solo quello) ha voluto tenutaria di una qualche ricchezza, di una qualche impresa e che ha anche il merito di aver ridotto a soli due mesi all’anno gli effetti della piena occupazione?
Cari viestani è questo il nostro virus. E’ vivo e si diffonde intorno a noi con il rischio di mettere a tappeto un’intera città. Altro che A/H1N1!


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