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La Rosarno che è in noi

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La vittoria del razzismo ordinario e la rabbia di sentirci chiamare “razzisti”.

 

All’inizio del nuovo anno, quando l‘eco degli auguri dispensati ipocritamente a piene mani non si era ancora spento, a Rosarno, una piccola cittadina di 15 mila abitanti in provincia di Reggio Calabria, dopo due giorni di violenti scontri tra lavoratori immigrati e abitanti del luogo, più di mille immigrati sono stati costretti a fuggire o ad accettare una “salutare” deportazione nei Centri di identificazione ed espulsione di altre regioni vicine.
La scintilla che ha scatenato la “caccia all’uomo” è stata la cosiddetta (almeno secondo quei benpensanti che si indignano al primo sentore della parola razzismo) “ragazzata” di alcuni giovani italiani che, nella notte del 7 gennaio 2010, da un’automobile hanno sparato con un fucile ad aria compressa contro due immigrati di colore. Si tratta di scintilla perché in un clima – quello di Rosarno non è diverso da quello di una qualsiasi altra città italiana – di crescente intolleranza e xenofobia la violenza a sfondo razziale si infiamma rapidamente e si propaga senza argini.
Ed è quello che è successo a Rosarno. Ma Rosarno non è diversa da Castel Volturno, il centro del casertano che, il 19 settembre 2008, ha vissuto una simile giornata di guerriglia urbana con la rivolta di centinaia di immigrati in seguito alla strage di sei nordafricani trucidati in un negozio-sartoria di vestiti etnici da un gruppo di giovani aspiranti camorristi locali.
Anche a Rosarno, dopo la “ragazzata” subita, centinaia d’immigrati hanno protestato violentemente contro il trattamento discriminatorio da loro sopportato al lavoro e le miserabili condizioni di vita nelle quali sono costretti a sopravvivere, dando fuoco alle automobili e picchiando quanti si trovavano sulla loro strada. La reazione violenta dei rosarnesi, non immuni dalle pressioni della ‘ndrangheta, è stata immediata: due immigrati sono stati colpiti con spranghe, cinque investiti con le auto e due feriti con fucili a pallini. Al termine degli scontri, 53 persone (21 migranti, 14 rosarnesi e 18 agenti di polizia) finiscono in ospedale.
L’ordine, solo quello “esteriore” però, viene ristabilito dalla polizia con l’espulsione di un migliaio di immigrati di colore, così come esplicitamente richiesto dalla popolazione locale, e con la demolizione dei tuguri occupati, da anni, dagli immigrati.
E’ probabile, però che le cause di fondo dei fatti di Rosarno, che si trovano – da un lato – nello sfruttamento degli immigrati impiegati nell’agricoltura e – dall’altro – nell’assenza di misure capaci di contrastare la crescente xenofobia italiana, non troveranno risposte adeguate. E’, infatti, fuorviante e menzognero affermare che il degrado di Rosarno è dovuto all’eccessiva tolleranza verso i clandestini. Considerato che l’80 per cento degli immigrati deportati da Rosarno erano regolari, non possiamo dimenticare che siamo stati noi a chiamare gli africani per raccogliere arance, pomodori od olive, consapevoli che nessun altro lo avrebbe fatto a 25 euro (di cui 5 euro trattenuti da caporali mafiosi e autisti di camionette) per un giorno di 18 ore di lavoro; e che se siamo stati tolleranti non lo siamo stati verso i clandestini ma verso le condizioni disumane e degradanti nelle quali abbiamo lasciato vivere gli immigrati, regolari o clandestini che fossero.

Lorenzo Prencipe
Presidente del CSER – Centro Studi Emigrazione Roma
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