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Lavoro nero, al Sud aumenta anche per costi e tassi bancari troppo alti

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La Svimez: “Si investe ancora poco in ricerca e innovazione”.

 

Sommerso, emergenza strutturale del Sud. Nelle imprese meridionali c’è un legame molto stretto tra il ricorso al nero e il costo del lavoro, i tassi di interesse, l’uso di contratti atipici e la bassa spesa per ricerca e sviluppo. Uno studio della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della Svimez (l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), ha messo in relazione il tasso di irregolarità lavorativa con tre variabili: costo del lavoro, incidenza dell’occupazione flessibile e percentuale di spesa in ricerca e sviluppo sul Pil.

Il risultato è tanto semplice da dire quanto difficile da realizzare: servono risposte di tipo strutturale che puntino a competitività e specializzazione produttiva ma anche a rapporti più favorevoli tra banche e imprese. L’alto costo del credito è un “cane che si mangia la coda”: da un lato spinge le imprese a ricorrere al nero, e dall’altro proprio un rischio più alto dovuto a un mercato instabile, spinge le banche ad aumentare i tassi.

Per ridurre il sommerso, secondo lo studio bisognerebbe abbassare la leva fiscale e contributiva e agganciare il costo del lavoro alla produttività attraverso contrattazioni territoriali/settoriali; favorire l’innovazione per permettere di superare un modello obsoleto basato sul controllo dei prezzi e dei costi; introdurre nuovi processi di prodotto e di riorganizzazione aziendale. In altre parole, non bastano la repressione e i controlli, pure necessari, a cui il Consiglio dei ministri ha dato il via libera a fine gennaio col piano straordinario di vigilanza contro il lavoro irregolare.

In Calabria, Campania, Puglia e Sicilia sono previste verifiche a tappeto in 20mila aziende, 10mila agricole e 10mila edili, con una task force di 550 ispettori, 500 delle regioni interessate e 50 provenienti dal resto d’Italia. Anche i sindacati, se pur favorevoli, avevano espresso perplessità: il piano non sarà risolutivo senza il coinvolgimento delle istituzioni nazionali e locali. Costo del lavoro – Gli indici che si ricavano dal modello Svimez parlano chiaro: con valori compresi tra il 16,4 della Puglia e il 26,9 della Calabria, le economie meridionali sono segnate da alti tassi di irregolarità e da un costo del lavoro decisamente più alto della media nazionale (ferma a 12,5).

Alto costo del lavoro ma basso tasso di irregolarità si riscontra in Friuli, Lazio, Umbria, Trentino, Abruzzo. Marche, Piemonte, Toscana, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Liguria e Val d’Aosta registrano invece bassa diffusione del sommerso e un costo del lavoro più basso della media nazionale. Tra le regioni del Sud la situazione più critica è in Calabria (26,9), seguita da Sicilia (21,4), Lucania (20,1), Campania (20), Sardegna (19,4), Molise (18,6), Puglia (16,4).

In linea con la media l’Abruzzo (12,5). Contratti atipici– Le regioni più flessibili sono quelle con il più alto ricorso al lavoro nero, e anche questa volta sono tutte del Sud. In testa alla classifica la Calabria, con un valore pari a 22,5, seguita da Sicilia (19,5), Puglia, (18,9), Lucania (16), Sardegna (15), Molise (13,4) e Campania (13,5). Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli, Lazio, Toscana, Liguria, Umbria, Marche, Emilia Romagna registrano invece bassi tassi di irregolarità e bassi tassi di flessibilità, con valori compresi tra 8,5 e la media nazionale di 13. Val d’Aosta, Abruzzo e Trentino registrano un ricorso al lavoro flessibile superiore alla media nazionale, ma che si accompagna a tassi di irregolarità bassi.

In materia di innovazione, la situazione non cambia: in Calabria, Molise e Sardegna c’è un valore pari a 0%. Seguono Puglia, Lucania e Sicilia con 0,2. Un po’ meglio in Campania con 0,4 rispetto alla media nazionale dello 0,5%.
 


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