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Csm, Mancino: ‘Nicastro candidato mette in discussione la credibilità della magistratura’

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Tredici sì, quattro no e quattro astenuti per l’aspettativa.
“Inopportuno che Nicastro si candidi proprio nello stesso territorio in cui ha condotto le delicate inchieste su Fitto. Ma è inadeguata anche la legge che disciplina i casi di ineleggibilità e incompatibilità. Una legge con incongruenze e imperfezioni”. Così il vice presidente del Csm Mancino sulla concessione (passata con 13 voti favorevoli, 4 contrari e 4 astenuti) dell’aspettativa al pm barese candidato per Idv alle Regionali.

“È mai possibile che un magistrato dopo aver fatto indagini si presenti alle Regionali nello stesso territorio, mettendo in discussione la credibilità della magistratura oltre che la propria immagine – si chiede Mancino, puntando l’indice sulla distrazione del legislatore su casi come questo.

C’è stata inoltre l’assenza di margini perchè il Csm potesse comprimere un diritto costituzionalmente protetto, assumendosi peraltro un ruolo di supplenza, esposto alle critiche di chi già oggi accusa il Consiglio di comportarsi come una Terza Camera”. Il vice presidente si è dunque schierato con la maggioranza, anche se era assente al momento del voto. Voto che ha diviso i gruppi rappresentati a Palazzo dei marescialli.

Contro hanno votato i laici Ugo Bergamo (Udc) e Letizia Vacca e Celestina Tinelli (del centrosinistra); con loro il togato di Unicost Giuseppe Maria Berruti. Si sono astenuti invece Cosimo Ferri (magistratura Indipendente), Elisabetta Cesqui (magistratura democratica), il laico del Pdl Gianfranco Anedda e il Pg della Cassazione Vitaliano Esposito.

Favorevoli gli altri, ad eccezione di Giulio Romano, che ha abbandonato l’aula per invitare “tutti i magistrati a dare prova di responsabilità”. A contestare la tesi della maggioranza sono stati soprattutto Vacca e Berruti, secondo cui con lo strumento dell’interpretazione delle norme il Csm avrebbe potuto dire di no a Nicastro.

“È vero che c’è una norma costituzionale sul diritto di elettorato attivo e passivo; ma c’è anche una norma materiale della Carta che garantisce ai cittadini una giustizia imparziale” ha fatto notare Vacca, invitando il Csm a “non sottrarsi alle sue responsabilità” e dunque a valutare la legittimità del comportamento di un “pm con forte esposizione mediatica, che cambia cappello, e passa dalla toga all’impegno politico”.

Un intervento possibile, quello del Csm, secondo Berruti, anche alla luce di una sentenza della Corte costituzionale che nel 2009 ha stabilito che “al magistrato è precluso l’organico schieramento con una delle parti politiche in gioco”. Riflettere seriamente sulle regole per l’accesso dei magistrati in politica e il loro rientro in servizio una volta concluso il mandato. Ferma restando la “inopportunità” che un magistrato si candidi laddove ha esercitato la sua funzione giurisdizionale, ne va della “credibilità”.

E’ la posizione ribadita dall’Anm (associazione nazionale magistrati). I magistrati, infatti, possono candidarsi alle elezioni politiche e amministrative, sia pure con qualche cautela: l’eleggibilità è condizionata al fatto che si siano previamente messi in aspettativa; inoltre, per evitare che la partecipazione alla campagna elettorale possa determinare condizionamenti all’attività giurisdizionale, vi sono limiti sia con riferimento alla circoscrizione in cui il magistrato può essere candidato, sia al luogo in cui potrà tornare ad esercitare le sue funzioni, in caso di esito negativo delle elezioni.


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