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Tonno rosso: in Puglia per la prima volta si riesce ad allevarli

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Mentre l’Europa si avvia verso il bando totale del commercio del tonno rosso, in via di estinzione e dunque da proteggere al pari di coralli o Panda, dalla Puglia arriva un’alternativa eco-sostenibile alla strage di questi animali.  Per la prima volta al mondo, infatti, scienziati della facoltà di Veterinaria dell’Università di Bari, grazie ad un progetto di ricerca finanziato dalla Regione Puglia, sono riusciti a produrre milioni di uova e a far nascere in cattività tonni rossi. Un successo che, al termine del progetto durato tre anni (da fine 2006 a fine 2009) ha avuto eco in tutto il mondo, suscitando fermento nella comunità scientifica internazionale. E che ora, dopo la proroga di un anno della ricerca fissata così a fine 2010, potrebbe essere una soluzione, evitando così il bando totale proposto oggi dalla Commissione Ue.

Il tonno rosso, come molti altri animali, non riesce a riprodursi in cattività perchè lo stress procurato dalla cattura e le condizioni di vita differenti rispetto a quelle naturali, arrestano il ciclo riproduttivo delle femmine. "Per questo avevamo bisogno di stimolare la liberazione nel circolo sanguigno degli ormoni ipofisari (le gonadotropine) che, a loro volta, determinano la maturazione dei gameti. L’abbiamo fatto, somministrando l’ormone GnRH in esemplari adulti di tonno rosso, confinati nelle gabbie galleggianti in un impianto di Vibo Marina", spiega Gregorio De Metrio, docente di Anatomia degli animali domestici a Bari e responsabile del Progetto battezzato ‘Allotuna’ (Organizzazione di un sistema integrale di allevamento del tonno rosso).

E i risultati non si sono fatti attendere: nel primo esperimento i tonni hanno rilasciato circa 20 milioni di larve, salite a 50-60 milioni nella seconda stagione riproduttiva (l’estate scorsa). Un successo, quello ‘made in Puglià, arrivato dopo anni di ricerche condotte da diversi paesi nel mondo. Far riprodurre questi pesci in allevamento era l’anello mancante per fermare la strage del tonno rosso e trasformare l’industria di ingrasso del tonno in una acquacoltura autosufficiente, come avviene oggi per la spigola e l’orata.

Il tonno rosso è infatti richiestissimo dai giapponesi che lo usano per la preparazione di sushi e sashimi. Il risultato della ricerca ha dunque due risvolti, uno ambientale, l’altro economico: da un lato viene salvata una specie prossima al collasso per le razzie della pesca illegale, dall’altro nasce un nuovo mercato che partendo dalla Puglia rivoluziona la pesca del tonno rosso, con una ricaduta economica di impatto enorme. Ma l’esito felice del progetto segna anche un altro record: per la prima volta un progetto finanziato da un ente locale – in questo caso la Regione Puglia, attraverso l’Assessorato allo sviluppo economico, con 1.290.000 euro – ha una ricaduta su scala mondiale. Non solo. Dopo i risultati ottenuti, la comunità scientifica internazionale ha ingaggiato una vera e propria corsa per accaparrarsi le uova fertilizzate. Mentre la maggior parte delle uova sono state trasferite nell’impianto di avanotteria della Panittica pugliese di Torre Canne di Fasano (Br), azienda partner del progetto dell’Università di Bari, altre decine di migliaia sono partite a bordo di aerotaxi mandati dai destinatari, nei paesi di mezza Europa: dai laboratori dell’Istituto Spagnolo di Oceanografia (Ieo), al Centro Ellenico per la Ricerca marina (Hcmr), dal Centro Maltese di Scienze della Pesca (Mcfs), all’Istituto Francese per le Ricerche sul Mare (Ifremer).

"Dopo la raccolta e il trasferimento delle uova nel nostro centro di Fasano – spiega Stefano Daniele, Amministratore delegato della Panittica pugliese – abbiamo seguito tutta la fase larvale, studiando le condizioni migliori per la sopravvivenza dei piccoli tonni, a partire da temperatura e alimentazione. Ovviamente abbiamo avuto alti tassi di mortalità, ma è stato un vero successo riuscire a far ‘arrivarè, circa un migliaio di pesci, a 120 giorni di vita, raggiungendo dimensioni di circa 15 centimetri. Abbiamo anche provato, con gabbie galleggianti, a riportare gli avanotti (i piccoli dei pesci ndr) in mare ma sono morti dopo poco, probabilmente per un problema di debolezza ossea dovuta all’allevamento avvenuto in vasche di dimensioni limitate".
"La prossima estate – riferisce Daniele – ripartiremo con nuovi cicli riproduttivi, e per questo ci siamo dotati anche di vasche più grandi. Il fatto che il nostro partenariato non ha fini commerciali – conclude- testimonia che crediamo molto in questo progetto, che al momento di ha portati ‘un passo avantì a tutti i competitors nella ricerca a livello mondiale. Dunque – conclude – iniziative come questa dovrebbero avere maggiore attenzione, altrimenti si rischia di buttare al vento risultati eccezionali che potrebbero rappresentare una vera soluzione alternativa alla strage del tonno rosso".

Il Thunnus thynnus, questo è il nome scientifico del tonno rosso, rappresenta una specie migratoria ad altissimo valore commerciale, che si riproduce soprattutto nel Mediterraneo e Golfo del Messico e può raggiungere anche 650 kg di peso. E’ richiestissimo dai giapponesi che lo usano per la preparazione di sushi e sashimi, grazie alla qualità delle carni e ai giusti livelli di grasso. Non a caso il 90% del tonno rosso italiano è destinato al Giappone. Un affare da 100 milioni di euro, che si consuma soprattutto durante la stagione delle catture tra i mesi di giugno e luglio. Un esemplare di alta qualità può costare anche 50 mila euro, più è grosso più vale. Per un pesce che supera i 200 kg, si arriva a spendere più di 100mila euro. Per questo le flotte del Mediterraneo sono a caccia di esemplari molto grandi. Per i tonni è un vero massacro più volte denunciato dalle associazioni ambientaliste, un disastro ambientale che la Commissione europea sta tentando di arginare imponendo ai Paesi interessati una quota annua di pesca che non può essere superata. Limiti che hanno generato una vera e propria guerra sulle quote di cattura del tonno. In Italia questi limiti hanno subito, negli anni, un giro di vite sempre più serrato: se nel 2008 il massimo pescabile nel nostro Paese era di circa 4 mila tonnellate, nel 2009 è sceso a 3200, mentre nel 2010 il massimo consentito sarà di circa 1500 tonnellate. La ‘terza via’ intrapresa dalla Puglia, qualora il progetto si trasformasse in un ciclo produttivo completo, potrebbe essere, dunque, una soluzione ecologista e al tempo stesso un’occasione di business di valore mondiale.


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