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Fitto a giudizio, le motivazioni del Gup

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«Prove inconsistenti sul reato di associazione a delinquere». Ma restano in piedi altre 6 imputazioni

 

Sono state pubblicate le motivazioni con cui il gup (giudice per l’udienza preliminare) Rosa Calia Di Pinto ha rinviato a processo il ministro ed ex governatore pugliese Raffaele Fitto l’11 dicembre scorso, prosciogliendolo da cinque delle 11 imputazioni formulate dall’accusa (le altre sei restano in piedi e ci sarà il dibattimento). Il ragionamento del magistrato del Tribunale di Bari si sottolinea l’estraneità, in ogni caso, del rappresentante del governo rispetto all’accusa di associazione a delinquere. Il giudice, infatti, da un lato ha rimarcato la necessità di verifica dibattimentale dell’associazione a delinquere per gli altri imputati, mentre per Fitto ed altri ancora, invece, gli «elementi forniti dalle indagini» appaiono «del tutto evanescenti, ambigui e non suscettibili di ulteriori arricchimenti» poiché la partecipazione del ministro al sodalizio «non risulta affatto dimostrata».
Con riferimento all’ex governatore – scrive il giudice – «va detto che davvero incomprensibile appare il suo inserimento nella schiera degli associati a delinquere (ben 13 di cui nove qualificati capi ed organizzatori), se solo si ponga mente alla penuria e pochezza contenutistica delle intercettazioni telefoniche che lo riguardano sia come conversante diretto che come soggetto di riferimento, allo specifico tenore delle conversazioni medesime». Infatti – annota il gup – «dalle migliaia di conversazioni intercettate (quantificate in ameno 150.000 in circa tre anni d’indagine)», i pm «hanno individuato solo poche utili conversazioni telefoniche intercorse tra Fitto» e il presunto capo del sodalizio criminale, Dario Maniglia: «tre in entrata sull’utenza di Fitto ed una in entrata sull’utenza del segretario (dell’ex governatore ndr) Luigi Macagnano».
«Del tutto inutile» – secondo il giudice – il processo per Fitto anche per il reato di concussione perchè «è di solare evidenza l’inidoneità della condotta a porre il destinatario in stato di soggezione, non ravvisandosi quell’abuso del potere e la costrizione e/o induzione, elementi necessari ai fini della sussistenza del reato de quo». Il reato fa riferimento alle presunte pressioni esercitate su un dirigente della Asl di Lecce per fargli istruire una delibera voluta da Fitto.
L’ex presidente della Regione Puglia sarà processato dal Tribunale di Bari dal 22 aprile prossimo per due episodi di corruzione, uno dei quali riguarda una presunta mazzetta e un illecito finanziamento ai partiti da 500mila euro ricevuti dall’editore romano Giampaolo Angelucci (anch’egli a giudizio); un peculato da 190mila euro per essersi appropriato del fondo di rappresentanza del presidente della Regione Puglia durante la campagna elettorale del 2005, e per due episodi di abuso d’ufficio. Il proscioglimento è per reati gravi come la concussione e l’associazione per delinquere e per tre episodi di falso. Il giudice ha ridimensionato le accuse della procura perchè nel dicembre scorso ha disposto il rinvio a giudizio di 61 degli 85 imputati, ne ha assolti sette a conclusione di un giudizio abbreviato, ha dichiarato prescritti i reati per cinque persone e ne ha prosciolte altre 12. 


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