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Vieste/ Prove tecniche di legalità a Vieste, cosa fare per non essere inghiottiti dalla mafia

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Si è parlato di legalità e sicurezza durante il convegno “Sud e Legalità, il bisogno di reagire”.

 

La legalità come condizione preliminare per lo sviluppo sociale, economico e politico. E la sicurezza partecipata, quella per la quale non serve soltanto impartire regole, ma ascoltare i bisogni, condividere le attese. Con la polizia di prossimità e il coraggio di essere cittadini che si fidano dello
Stato e sono stufi di essere degli onesti silenziosi. Irrilevanti. Si è parlato di libertà, sicurezza e giustizia ieri a Vieste nel Resort La Gattarella durante il convegno “Sud e Legalità, il bisogno di reagire” organizzato dall’Associazione Antiracket Vieste aderente alla Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura Italiane in collaborazione con l’Associazione Provinciale
Antiracket Antimafia di Molfetta. Insieme alle autorità cittadine e governative, il sindaco Ersilia Nobile, il Prefetto di Foggia Antonio Nunziante e il Presidente Nazionale FAI Giuseppe Scandurra, hanno partecipato all’incontro, primo manifesto pubblico di azione atta ad ostacolare ogni forma di clientelismo, corruzione, omertà, contiguità a condotte illecite, il colonnello Vito Antonio Diomeda, il procuratore Capo della Procura di Bari Antonio Laudati e il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano. 1,4 estorsioni ogni 10mila abitanti, è questo il dato della provincia di Foggia, diffuso dal comandante dei Carabinieri. Una provincia, che, come è noto, ha il più alto numero di estorsioni del Paese ed è quinta per ricettività e permeabilità alla mafia. Dal dicembre 2008 sono stati 74 i casi di estorsione di cui si è avuta notizia. 43 di questi pero presentano una situazione paradossale: la vittima ha deciso di alzare le spalle e non collaborare. “Perché se c’è la reazione siciliana, dove le organizzazioni di categoria e le associazioni si sono risvegliate, lo stesso non può accadere anche in Puglia e in questo territorio?” si è chiesto il colonnello, che ha stigmatizzato anche la scarsa propensione a denunciare casi di usura nel foggiano. Solo 10 in un anno. La chiave, secondo il pm napoletano adesso operante a Bari, è nella frammentazione della società. “Questa provincia è molto difficile- ha rilevato il procuratore capo Laudati – Se fosse stata rinvenuta in un’altra zona una cava di mafia, si sarebbe gridato allo scandalo. Qui invece, la società civile sta per arrendersi, ha paura o poca fiducia nelle istituzioni”. La Capitanata è, secondo Laudati, ad un bilico profondo tra una mafia di tipo rurale ed un’altra che sta radicandosi, che gestisce risorse incommensurabili.
“Foggia è un territorio fondamentale e strategico, al centro di due direttrici di traffico che mirano ad acquisire il controllo delle imprese e a mimetizzarsi a livello imprenditoriale”. Tuttavia, come ha rilevato Giuseppe Scandura, presidente nazionale dell’associazione antiracket e antiusura, “il fatto che Vieste si sia avviata con consapevolezza verso un percorso di legalità vuol dire molto. L’usura c’è quando c’è povertà e c’è molta estorsione quando c’è ricchezza”. Vedersi sottrarre la propria attività da gruppi malavitosi è più di un problema di convivenza. In ballo c’è la stessa idea di concorrenza e di vivibilità pubblica. . Questo, dunque, è un momento straordinario, secondo Scandura. 118 imprenditori che denunciano, in Sicilia, e che hanno la forza di confermare la loro tesi al processo, sono un mare contro l’isolamento solito della vittima. Ebbene, oggi con le associazioni sul territorio, le vittime non sono più sole. .
Tuttavia, le associazioni devono trattenere il loro ruolo e il loro senso. Lo spirito originario. Sale, feste, convegni sono cose buone”, laddove esistano le denunce e la vocazione alla legalità. “Nella Fai abbiamo cancellato 30 associazioni da 100 siamo oggi 70”. È per questo che a Vieste gli imprenditori devono tenere l’avamposto sempre alto, ha detto Scardura. Se non può esservi una vera impresa senza legalità è compito delle organizzazioni dare l’esempio, spendersi come ha fatto la Confindustria contro il crimine e l’illegalità.  Il presidente di Confindustria, Eliseo Zanasi in tal senso, dopo l’intervento di Michele Panunzio, figlio dell’imprenditore foggiano ucciso dalla mafia nel 1992, ha sottolineato la necessità di fare squadra. Denunciare conviene a tutti. E conviene dare seguito alle parole, ai buoni propositi. Teo Biancofiore, presidente della Confcommercio, preso in causa con la sua organizzazione, ha voluto con energia rimarcare alcune criticità antiche della provincia di Foggia. Con l’associazione antimafia gli fu dato mandato per la CCIAA, meno di tre anni fa, di creare una sinergia, un coordinamento con le associazioni. Ma ad oggi c’è ancora un rifiuto da parte della società civile foggiana. “Questo territorio deve prendersi le sue responsabilità: noi classe dirigente abbiamo ancora difficoltà a dare seguito a ciò che diciamo”.

Antonella Soccio
L’Attacco
 


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