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Regione/ La nuova Giunta di Vendola: 7 donne su 14

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Il presidente Nichi Vendola ha chiuso il cerchio e martedì, con la sua proclamazione in Corte d’Appello, ufficializzerà la nuova squadra di governo. Il governatore ha innanzitutto realizzato l’obettivo di comporre una giunta per metà donna: sono 7 su 14, infatti, gli assessori «rosa» con i quali compensare la scarsa presenza femminile (appena 3 su 70) in consiglio regionale. E ha chiuso la trattativa con il Pd, che rivendicava il sesto posto in giunta, così come si era prefissato: sarà Marida Dentamaro, l’ex vicesindaca di Bari passata nelle grazie di D’Alema e nella direzione nazionale Pd, la vicepresidente della nuova giunta. Con lei, i cinque esponenti Pd confermati (Capone, Gentile, Amati, Minervini e Pelillo), 2 esponenti di Sinistra Ecologia e Libertà (Fratoianni e Sasso), i tre «tecnici» confermati (Fiore, Barbanente e Godelli), 1 assessore in quota «Puglia per Vendola» (il confermato Stefàno), il pm in aspettativa eletto con l’Idv Nicastro e, infine, la settima donna – proposta dalla Federazione della Sinistra – Campese.

Il braccio di ferro col Pd si è concluso con l’ingresso della Dentamaro e la «compensazione» della vicepresidenza del Consiglio ad Antonio Maniglio. Presidente dell’assise, così come da tempo rivendicato da Vendola, sarà il socialista di Sel Onofrio Introna, che lascia la giunta insieme a Losappio (probabile capogruppo di Sel) e Loizzo (sarà capogruppo Pd).

Trovata la quadra, è il Pd che ora si appresta – in ritardo sui tempi – ad affrontare la resa dei conti interna. Il segretario Sergio Blasi ha convocato, infatti, per lunedì prossimo l’ufficio politico del Pd che avrebbe dovuto concordare gli assessori da proporre a Vendola. Assessori che, ormai, sono stati già scelti dal governatore e concordati col partito.

Al ritardo (in cui si inserisce il segretario della Bat Ruggero Mennea, per chiedere in giunta una rappresentanza Pd della provincia, già assegnata da Vendola alla Federazione della Sinistra) si aggiunge l’azzardo tentato dal segretario nelle ultime ore della trattativa (l’aver inviato Michele Emiliano e Maniglio a convincere Nichi di nominarlo vicegovernatore, nonostante le indicazioni contrarie del partito di Bersani). Una mossa, la sua, che non è piaciuta nè a Roma nè a ai pugliesi di Area democratica, tra l’altro già in protesta per essere stati estromessi dalla delegazione delle trattative.

Ora, a giochi fatti, è Gero Grassi – forte del malcontento diffuso anche tra i dalemiani nei confronti di Blasi – a tirarsi i sassolini dalle scarpe: «L’ufficio politico di lunedì è quello di un partito che si comporta come un elefante – dice – rispetto ai tempi di un presidente che si muove come un anguilla. È l’ennesimo errore commesso da Blasi: le ha sbagliate tutte, dalle primarie in poi. La giunta ormai è fatta, noi da domani dobbiamo ricostruire il Pd e dobbiamo farlo con i soggetti storici, gli ex Ds e gli ex Margherita, per dimostrare a Vendola che il Pd non è un partito di pezzenti».

I segnali mandati da Vendola al Pd sono molteplici: totale autonomia nelle scelte e nelle caselle, a fronte delle richieste dell’alleato; nessun condizionamento, dopo che i maggiorenti del partito (da D’Alema in giù) prima delle primarie hanno tentato di disarcionarlo per far posto all’intesa con l’Udc; addio all’idillio col sindaco di Bari, «penalizzato» sia dal no di Nichi all’ingresso in giunta di Blasi (che gli avrebbe consentito di riprendere le redini del partito da segretario) sia dalla scelta della Dentamaro (invisa al sindaco dai tempi dello «strappo» al comune di Bari). La partita a scacchi tra il governatore e il Pd, fatto il governo, è solo agli inizi.

BEPI MARTELLOTTA


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